Predicazione del Patriarca durante l'incontro di preghiera ecumenica nella Settimana per l'unitù dei cristiani (Venezia / Basilica cattedrale S. Marco, 25 gennaio 2019)
25-01-2019

Preghiera ecumenica

(Venezia / Basilica cattedrale S. Marco, 25 gennaio 2019)

Predicazione del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Fratelli e sorelle carissimi, nonostante le dolorose divisioni che segnano la nostra storia, Dio continua a chiamarci a Sé e questo è per noi motivo di grande gioia.

Nel dono del battesimo che tutti ci unisce in Gesù – e che è più forte delle nostre divisioni – vogliamo dire il nostro grazie al Padre che ci ha convocati in questa chiesa dedicata all’evangelista Marco e che, nelle sue splendide forme architettoniche, esprime un forte legame con l’Oriente ed è quindi ponte fra popoli e culture come pure fra differenti confessioni cristiane.

L’evangelista Marco, nella ricomposizione del duro dissidio che, nel primo viaggio missionario, lo aveva contrapposto a Paolo[1], ci ricorda che il Vangelo – il buon annuncio cristiano – chiede, prima di ogni altra cosa, ciò per cui Gesù ha pregato nell’ultima cena, ossia l’unità-amore tra i discepoli: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri” [2]. Ogni divisione, infatti, è ferita e bavaglio che rende afono – cioè muto – qualsiasi annuncio di Gesù.

In occasione di questa predicazione – cattolica ed anglicana – desidero citare Lewis Thomas Wattson che, da pastore episcopaliano, propose per primo l’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani; era l’anno 1908.

Lewis Thomas Wattson, allora, non poteva immaginare il futuro successo di tale iniziativa e, oggi, ad oltre un secolo di distanza, l’Ottavario – nella forma della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – si celebra ovunque dei battezzati si lascino interpellare dalla preghiera di Gesù: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato[3].

Il pastore Lewis Thomas Wattson è stato esponente di spicco dell’anglo-cattolicesimo, corrente che anelava ad un rapporto più stretto con Roma; aveva anche fondato una comunità religiosa che si richiamava al carisma di Francesco d’Assisi. Come nome dell’istituto scelse Atonement, che, in italiano, significa “espiazione”; la parola inglese, scomposta in sillabe, diventa “At one ment” ossia “nel senso dell’unità” e scopo della congregazione era, infatti, perseguire la piena comunione fra le differenti confessioni cristiane.

Ho voluto ricordare Wattson per esprimere gratitudine alla comunione anglicana e poiché, se oggi siamo qui, è anche per merito di questo figlio del mondo episcopaliano americano che riuscì profeticamente a scorgere all’orizzonte quanto altri non vedevano.

La 52^ Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – a vent’anni dalla firma della dichiarazione congiunta sulla giustificazione tra Federazione luterana mondiale e Chiesa cattolica – ha per tema quest’anno un passo del Deuteronomio e così, per un verso, è profondamente biblica – radicata nella Parola di Dio – e, per un altro, attualissima in quanto chiama in causa il nostro oggi.

Cercate – dice il Deuteronomio – di essere veramente giusti, così resterete in vita e possederete la terra che il Signore, vostro Dio, sta per darvi [4].

Il tema della Settimana è stato proposto dai cristiani dell’Indonesia: un Paese vasto, di quasi 2 milioni di chilometri quadrati, che conta oltre 270 milioni di abitanti appartenenti a svariati gruppi etnici, linguistici e religiosi, che si ritrovano nel motto “Unità nella diversità” e il cui principio ispiratore è “Vivere nella solidarietà e nella collaborazione”. È, quindi, un Paese di grandi “contrasti”, con terre amplissime non abitate, che esprime una delle maggiori biodiversità del pianeta. Grandi sono le risorse naturali, eppure la povertà è molto diffusa.

Perseguire la giustizia oggi è questione vitale e il tema scelto per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani non è frutto del caso. Guardiamo al variegato contesto socio-culturale e multietnico delle nostre città e ai forti contrasti che lacerano la politica internazionale: proprio da tali contraddizioni e dalla incapacità di risolvere i problemi nascono i drammi del nostro tempo, le guerre e la fame che determinano il dramma delle migrazioni che interpella drammaticamente le nostre coscienze; uomini, donne e bambini – diventati “oggetti” nelle mani di chi li “usa” come “merce” – chiamano in causa la grande politica, incapace di governare con lungimiranza tale fenomeno epocale.

Ora, il libro del Deuteronomio non mira a riformare le istituzioni di Israele ma a convertire il cuore dell’uomo chiedendo fedeltà all’Alleanza. Sì, il cuore dell’uomo e la conversione sono una chiara indicazione per il nostro oggi.

Israele – a partire dal IX sec. a. C. – subisce il fascino dei culti pagani dei popoli vicini; Israele ne è sedotto e la fedeltà all’Alleanza viene meno. Nello stesso tempo – in ambienti profetici e sacerdotali – nasce una resistenza a tali culti e prassi. E proprio da questi ambienti provengono le tradizioni che sono alla base di Δευτερονόμιο – o “seconda legge” – in cui ritroviamo i temi caratteristici dell’Esodo e, in generale, di tutto il Pentateuco.

Nella Bibbia ebraica il nome di un libro, come sappiamo, è dato dalle parole con cui esso inizia e, quindi, Deuteronomio è: דברים, devarìm, ossia le parole, “…parole che Mosè rivolse a tutto Israele, oltre il Giordano, nel deserto…” [5].

Così il Deuteronomio si rifà non ad un autore qualsiasi ma a Mosè, il legislatore per eccellenza. Tali leggi, norme e disposizioni vengono, però, adattate alla nuova situazione e si tratta di un appello accorato ed esigente rivolto al popolo; Mosè esprime la teologia della fedeltà e dell’infedeltà poste dinanzi al popolo che è chiamato a scegliere.

Il Deuteronomio dice chi è Dio, chi è Israele e come si caratterizza l’alleanza, nella sua gratuità e nelle sue esigenze. E ricorda che l’israelita deve essere fedele. Fedeltà vuol dire conoscere ed amare Dio escludendo il compromesso e ponendosi al suo servizio con fiducia, rivolti al mondo, a cui si è mandati.

Così, dalla metà del VII secolo alla metà del VI secolo – dal regno di Giosia (il grande riformatore del culto) alla caduta di Gerusalemme -, il Deuteronomio – e questo ne dice tutta l’importanza – costituisce la base della grande testimonianza storica e teologica che entrerà a far parte dei libri di Giosuè, Giudici, di Samuele e dei Re.

Composto, probabilmente, da un levita del Nord, attorno all’VIII secolo, Deuteronomio insegna che il luogo della vera riforma religiosa è il cuore dell’uomo e che la fedeltà ne è il primo e unico contenuto. Infatti è dal cuore dell’uomo, come ricorda Gesù[6], e dalla fedeltà all’Alleanza che si originano le buone strutture, le buone istituzioni e il loro retto funzionamento. E non viceversa.

In questa linea si muove Papa Francesco quando dice: “L’ecumenismo non è una cosa opzionale. L’intenzione – continua il Santo Padre – sarà quella di maturare una comune e concorde testimonianza nell’affermazione della vera giustizia e nel sostegno dei più deboli, mediante risposte concrete, appropriate ed efficaci[7].

Non dimentichiamo, poi, che il tema “Cercate di essere veramente giusti” [8] – come già detto – è stato elaborato dai cristiani che vivono in un Paese dove l’unità si cerca nella diversità e nella giustizia.

In Europa nella quale uomini e donne di altre culture bussano ogni giorno alle nostre porte – a motivo di guerre, desertificazione o fame – il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani diventa un forte richiamo per un serio esame di coscienza affinché possiamo essere giusti verso uomini e donne che, umanamente, sono persone come noi e, cristianamente, sono fratelli e sorelle.

Le differenti religioni e confessioni cristiane devono essere capaci – nel rispetto di una piena laicità – d’ispirare politiche giuste e lungimiranti nei confronti sia di quanti fuggono da situazioni di morte sia di coloro che sono chiamati ad accogliere; i cristiani sono chiamati a dire la loro con forza e amore.

Non basta coltivare il sogno di un’Europa che nel rispetto dei popoli sia accogliente ma – lo ripeto – ci vuole un progetto politico dignitoso e sostenibile. L’Europa, nei suoi ideali di fondazione, ha posto al centro la persona e il bene comune come criteri delle scelte. Un continente come l’Europa deve ripensarsi per far convivere, nel rispetto, la pluralità delle culture che vivono al suo interno e non affidandosi a lobby che, non di rado, lavorano per sé rispondendo a logiche autoreferenziali o a regie planetarie che si propongono di dirigere tutto ideologicamente.

Il fenomeno dell’immigrazione, purtroppo, dice che l’Europa non è all’altezza di tale sfida epocale. Per governare la sfida delle migrazioni dobbiamo chiedere alla politica di fare la propria parte con saggezza, competenza, lungimiranza ed onestà, con un senso di identità consapevole, aperta, inclusiva, che non svende o rinnega la propria storia, la propria cultura e la propria fede ma sa aprirsi intelligentemente e con cuore all’altro.

L’Europa è chiamata a percorrere una strada nuova in cui le diverse confessioni cristiane e le altre religioni hanno un ruolo proprio perché esse ben sanno che tutti proveniamo dall’unico Dio e siamo incamminati verso di Lui; così assumiamo non solo uno sguardo nuovo ma un cuore nuovo.

Lasciamo allora risuonare, nelle nostre chiese e comunità, il tema di questa 52^ Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: “Cercate di essere veramente giusti”. E così, nel rispetto di una sana laicità, vedremo all’opera una fede in grado di purificare pensiero e prassi della politica rimanendo fedele a sé – ossia rimanendo fede – e, nello stesso tempo, riconoscendo l’autonomia del pensiero e prassi della politica che, a sua volta, deve rimanere fedele a se stessa ad iniziare dal riconoscimento dei propri limiti.

Le ideologie – che nel XX secolo si erano presentate come onnicomprensive ed hanno promesso non solo il bene ma la stessa felicità degli uomini – hanno miseramente fallito e prodotto oltre 50 milioni di morti e un cumulo di macerie, non solo materiali ma anche morali e spirituali.

Giustizia è il vero nome della pace; ecco perché dobbiamo – come dice il Deuteronomio – ricercarla sempre, senza stancarci mai.

Dio ci benedica!

[1] At 13,13; 15,37-40; Col 4,10; Fm 24; 2Tm 4,11.

[2] Gv 13,35 .

[3] Gv 17,20-21.

[4] Dt 16,20.

[5] Dt 1,1.

[6] Mc 7,20-23; Mt 15,10-11; 18-20.

[7] Papa Francesco, Udienza generale del 17 gennaio 2019.

[8] Dt 16,20.