Omelia nella S. Messa solenne per la festa del Santissimo Redentore (Venezia/Giudecca, 20 luglio 2014)
20-07-2014
Festa del Santissimo Redentore (Venezia, 20 luglio 2014)
Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia
 
Mi rivolgo innanzitutto a voi carissimi sacerdoti e poi a voi, cari fratelli e sorelle; a tutti auguro una serena festa del Redentore. Si tratta – come per la Salute – di una festa indissolubilmente legata a Venezia e attesa da tutti i veneziani e non solo da loro. Ringrazio le autorità civili e militari presenti; un augurio di buon lavoro al Commissario Prefettizio Vittorio Zappalorto.                                                          
Il proprio delle celebrazioni liturgiche della Chiesa che è in Venezia, alla festa del Redentore – terza domenica di luglio – riporta: “il popolo di Venezia si reca col Patriarca e le autorità civili, a celebrare l’Eucaristia e a pregare per la città”. Questo invito, come ci ha ricordato il Provinciale dei Cappuccini che ringrazio per le parole con cui ci ha introdotto e accolto, si ripete da oltre quattro secoli.  
Pregare per la propria città è sempre opportuno; non è mai inutile. Vi sono, però, momenti in cui la preghiera è particolarmente necessaria: noi attraversiamo uno di questi momenti e mi riferisco ai fatti di cronaca che, in questi mesi, hanno posto Venezia alla ribalta; la presenza qui oggi del Commissario Prefettizio ne è segno eloquente. Pregare significa innalzare lo sguardo a Dio e scoprire la misericordia del Padre sul volto luminoso di Gesù, il Redentore. La preghiera ci permette, allora, di cogliere tutti gli avvenimenti che ci riguardano in prospettiva di totalità, nella luce del Signore risorto e del suo Vangelo; questo è il senso dell’esame di coscienza che ci è richiesto.
Evitiamo, innanzitutto, di far d’ogni erba un fascio. Dobbiamo vigilare sul nostro cuore che può lasciarsi prendere da risentimenti, invidie, rivincite, gelosie; nulla di tutto questo, perché così non si cercherebbe più la verità ma si darebbe libero campo alle emotività, ai sentimenti e alle inclinazioni meno buone dell’animo umano con tutto quello che ne deriva.
Certo, il denaro, il potere economico, il potere politico, la notorietà affascinano l’uomo. Chi cade in questa trappola non va lasciato solo, ma se uno ha sbagliato poco o tanto è auspicabile che ne tiri le conseguenze, ritagliandosi un tempo di riflessione personale, di silenzio, di volontario ritiro. Nessuno si erga a giudice delle persone; tale giudizio, infatti, appartiene a Dio che lo rivendica come suo. A noi, però, è richiesto il discernimento a partire da fatti e situazioni perché un domani, a nostra volta, non siamo trovati manchevoli.
Si tratta, quindi, di ripartire dai fondamenti, dall’abc dell’etica, chiamando le cose per nome: il bene bene e il male male. Bisogna guardare anche alle piccole cose proprio perché, apparentemente, insignificanti; le grandi menzogne, infatti, iniziano dalle piccole che presto finiscono per avvilupparci senza che neppure ce ne accorgiamo; le prime vittime delle nostre bugie – dette per nostro comodo o alibi – non sono gli altri ma siamo noi stessi. Lo stesso vale per il “piccolo” appropriamento indebito e la “singola” prepotenza.
Dobbiamo tutti tornare ad interrogarci sul modo in cui facciamo le cose: raggiungere un fine non significa ancora nulla. Ci si deve chiedere, infatti, in che modo, a quali condizioni, con quale grado di giustizia l’ho conseguito. La valutazione su un obiettivo raggiunto dipende dal modo in cui ho conseguito quel fine che mi ero proposto. Sorge così la questione etica, che ci ricorda che è dal cuore dell’uomo che tutto ha il suo inizio.
Quale messaggio offre una città attraverso i momenti pubblici in cui vive la propria fede? Una città che vive la fede anche attraverso gesti pubblici – a Venezia il pellegrinaggio al Redentore (terza domenica di luglio) e quello alla Salute (21 novembre) – dice qualcosa d’importante, ossia che la sfera della politica non è il riferimento ultimo; la politica, quindi, non è la risposta definitiva alle domande dell’uomo.
E’ significativo che la politica risulti carente proprio lì dove sarebbe chiamata a dare le risposte che la contrassegnano nel suo servizio al bene comune. La politica non è a servizio di se stessa né di qualcuno ma dell’intera collettività e ha come fine ha il bene comune. Per la politica, allora, è decisivo il rapporto che instaura col bene comune, a servizio della persona, tramite lo strumento di una retta ragione condivisa. Ed è proprio partendo dalla centralità della persona, dal bene comune, dall’onestà, dalla retta ragione condivisa e dalla competenza che la politica si rigenera, riappropriandosi di se stessa e ponendosi in termini credibili. Alla politica il cittadino domanda onestà, tempi certi e competenze, guardando la persona come fine e avendo di mira il bene comune, a partire appunto dalla retta ragione condivisa.
 La politica deve opporsi alla cultura dello scarto e costruire quella dell’inclusione. Papa Francesco così s’esprime: «Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma  di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive…. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 53).
Ora, se tramite normative non sempre all’altezza, pochi possono diventare arbitri/padroni di ciò che invece appartiene a tutti – venendo anche meno i possibili controlli -, allora si crea un’esclusione (scarto) che non è più soltanto sfruttamento ma rifiuto dell’altro. La società comprende, allora, cittadini di serie A e di serie B.   
È proprio dalle inadempienze della politica che inizia la disaffezione dei cittadini nei suoi confronti. È, così, facile cedere alla deriva dell’antipolitica che – nella sua apparente radicalità – ci consegna, invece, alla forma più marcata d’individualismo e, quindi, di lontananza dal bene comune. L’antipolitica, alla fine, non è tentativo di riformare la politica ma affermazione dell’inutilità di gestire in modo condiviso il bene comune.   
Alla luce di quanto detto all’inizio, nel pellegrinaggio che la città compie in occasione della festa del Redentore, è importante cogliere il rapporto tra fede e politica. Il Vangelo illumina la politica, ma non ne annulla l’autonomia; la politica mantiene i suoi criteri, i suoi linguaggi e le sue procedure che sono criteri, linguaggi e procedure differenti da quelli del Vangelo. Ma dalla loro reciproca “estraneazione” risultano danneggiati tanto il Vangelo quanto la politica; per evitare fraintendimenti, sottolineo che si parla di estraneità come “separazione” e non “distinzione”.
Secondo il genuino concetto di laicità, la “distinzione” fra Vangelo e politica concorre a delineare il vero bene dell’uomo perché ne riconosce le molteplici dimensioni antropologiche. Al contrario, la “separazione” tra Vangelo e ragione, tra Vangelo e cultura, tra Vangelo e uomo, tra Vangelo e comunità degli uomini danneggia entrambi. Se poi si afferma che l’annuncio cristiano non ha rilevanza pubblica, ma è destinato solo all’interno delle sacrestie, allora il Vangelo finisce per essere condannato all’isolamento e, alla fine, all’irrilevanza.
Una politica che pensa di porsi come termine diultima istanza di fronte alla comunità degli uomini, diventa una politica ingannevole e arrogante e finisce – è solo questione di tempo – per svuotare e falsare le coscienze. Il concetto di legalità in rapporto a quello di giustizia qui ci può aiutare a comprendere; la giustizia, infatti fonda la legalità. Non è scontato, infatti che una legge esprima la giustizia, lo iustum, la res iusta; pensiamo, ad esempio, ad una legge che legittimi la schiavitù o il disprezzo per la vita umana. Qualcosa di simile può dirsi per la politica che, se diventasse istanza assoluta, arriverebbe per esempio a smarrire il valore dell’obiezione di coscienza che attesta, invece, la priorità della persona sulla società e sullo Stato.
Richiamo il testo di Matteo: “Rendete (…) a Cesare quello che è di cesare e a Dio quello che è di Dio ” (Mt 22, 21). Lo stesso pensiero è ripreso dal Concilio Vaticano II – nella Gaudium et spes – dove si sottolinea l’obiettiva autonomia delle realtà create e, insieme, che l’autonomia non è opposizione a Dio creatore ma ne esprime la volontà sul piano creaturale. “Se per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza d’autonomia legittima: non solamente essa è rivendicata dagli uomini del nostro tempo, ma è anche conforme al volere del Creatore” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 36).
Il pellegrinaggio cittadino alla basilica del Redentore si inscrive proprio all’interno del riconoscimento del valore della sfera religiosa e della sua autonomia nei confronti della politica, in uno sguardo complessivo sull’uomo e sulla città. Alla fine, si tratta semplicemente di lasciar spazio ad una politica dal volto umano, ossia affermare che l’uomo va oltre la dimensione politica. In altri termini: la politica non viene prima dei valori ma i valori vengono prima della politica e misurano la politica. E l’uomo, quindi, è la misura della politica e non viceversa, come il bene comune è il criterio della politica e non viceversa.
Una politica dal volto umano è sempre conscia di doversi misurare a partire dai valori (l’etica) e mai si arroga il diritto di dire all’uomo se è tale o quando incomincia ad essere tale e fino a quando lo è, decidendo su di lui anche in termini di vita e di morte. Una politica che si fonda sui valori e li riconosce non si porrà mai come assoluto, come l’origine e il fine di tutto; questa è la vera politica che, dunque, è conscia di non esser in grado di dire l’ultima parola sull’uomo e neppure la vuole dire.
Se il XX secolo, il secolo in cui si è sparso in assoluto più sangue e che è entrato prepotentemente nel XXI secolo come attestano anche le notizie di questi giorni, si fosse attenuto a tale criterio di saggezza, per cui la politica non deve andare oltre se stessa, i regimi totalitari – comunismo e nazionalsocialismo – non avrebbero potuto affermarsi e produrre così tante lacrime e milioni di morti.
Rimando a quanto accennato all’inizio, dove il Proprio della Liturgia delle Ore della Diocesi – per l’odierna festa del Redentore – dice: “Il Senato della Repubblica decise di affidarsi alla misericordia di Dio e fece voto che se la città fosse stata liberata dal flagello [della peste], avrebbe eretta una nuova Chiesa da dedicare al Redentore e ‘ogni anno, nel giorno che questa città fosse stata dichiarata libera da contagio, Sua Serenità et li successori suoi anderanno solennemente a visitare predetta chiesa, a perpetua memoria del beneficio ricevuto’. Ancor oggi il popolo di Venezia si reca con il Patriarca e le autorità civili, a celebrare l’eucaristia e a pregare per la città”.
Nella festa del Redentore, il tradizionale pellegrinaggio – aperto da chi, di volta in volta, compie il servizio di reggere il governo della città – intende proprio in questo modo esprimere una politica dal volto umano che sa di non poter andar oltre se stessa e sa riconoscere i propri limiti e di cui la Serenissima Repubblica di Venezia – nei difficili frangenti legati ai tragici eventi che portarono alla costruzione delle chiese del Redentore nel 1577 e della Salute nel 1630 – seppe già dare validissimo esempio. A tutti auguro una festa del Redentore che sia esame di coscienza per il bene comune, per la nostra città, per tutti coloro che vi abitano.