Omelia nella S. Messa per il 10° anniversario della consacrazione di chiesa e altare e per il 60° di fondazione della parrocchia (Alberoni, 30 novembre 2014)
30-11-2014
S. Messa nel decimo anniversario della consacrazione della chiesa e dell’altare e nel sessantesimo anniversario di fondazione della parrocchia di S. Maria della Salute
(Alberoni / Venezia, 30 novembre 2014)
 
Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia
 
 
 
Carissimi fedeli di Santa Maria della Salute,
 
la consacrazione della chiesa e dell’altare è un anniversario importante nella vita di una comunità parrocchiale.
 
Dieci anni, per un verso, sono pochi e nello stesso tempo sono un periodo significativo; quanti eventi la vostra comunità ha vissuto in questo lasso di tempo!
 
A questa data particolarmente significativa, poi, si aggiunge quella dei sessant’anni dalla costituzione della parrocchia.
 
Per la comunità parrocchiale, quindi, c’è una doppia grazia di cui rendere lode a Dio; tali eventi, inoltre, cadono proprio nella prima domenica di Avvento, all’inizio del nuovo anno liturgico e della preparazione al Santo Natale. Tali coincidenze rivestono un significato particolare.
 
Si tratta, così, di un’occasione propizia per riflettere sul cammino spirituale dell’intera comunità parrocchiale; l’impegno di tutti, parroco e fedeli, sia quello di “ricentrare” la propria vita sul Signore Gesù, ossia sull’Unico necessario, da cui tutto il resto proviene e assume significato e valore.
 
Prepararsi all’incontro con Lui, nel Santo Natale, e far memoria della consacrazione della chiesa e dell’altare sono, così, momenti da vivere con sentimenti di vera gratitudine.
                                                                                        
Certamente di fronte a Dio tutto è sacro in quanto tutto proviene dalle sue mani sante e, alla fine, è a gloria del Suo santo nome ma, per noi uomini, non è tutto così scontato, poiché noi uomini ci siamo allontanati da Lui col peccato e in tal modo abbiamo smarrito il senso del sacro, via che conduce alla santità.
 
Il sacro ci è dato affinché iniziamo, nelle nostre persone, un cammino verso la santità; il sacro è finalizzato al santo.
 
Per questo la sacra Scrittura, i sacramenti, i “sacramentali” hanno come loro fine la santità dei fedeli e dell’intera comunità; nella loro sacralità sono proprio a servizio della santità.
 
In realtà il vero tempio – come ricorda l’evangelista Giovanni (cfr. Gv 2, 19-21) – è il corpo del Signore, di cui l’antico tempio era solamente una velata profezia, una figura, un lontano richiamo.
 
Ecco perché, all’inizio, abbiamo strettamente legato fra loro la dedicazione della chiesa e il tempo d’Avvento-Natale.
 
Durante la liturgia della dedicazione della Chiesa, nella recita della preghiera del Prefazio, il celebrante si rivolge a Dio creatore con queste parole: “…tu non rifiuti che noi ti dedichiamo una dimora costruita dalle mani dell’uomo per la celebrazione dei santi misteri…” (Prefazio per la dedicazione della Chiesa).
 
Certo, l’edificio-chiesa (la chiesa in muratura) è solo uno spazio fisico e non è ancora tempio vivente, ma il nesso tra le due realtà non va sottovalutato o disatteso.
 
D’altra parte, anche Francesco d’Assisi iniziò la sua missione pensando di dover ricostruire materialmente la piccola chiesa della Porziuncola che, per l’ingiuria del tempo, stava realmente cadendo a pezzi. Il Crocefisso, infatti, gli aveva detto: “… devi ricostruire la mia chiesa”.
 
 Ma Francesco, in seguito, comprenderà che con quelle parole non gli veniva richiesto il restauro materiale della chiesa ma quello spirituale; è un compito molto più arduo perché riguarda le pietre vive, ossia gli uomini e le donne della Chiesa.
 
Affinché l’edificio sacro possa svolgere come deve la funzione spirituale che gli compete, tutto, in esso, deve disporsi in modo che la sacralità del luogo, degli spazi, le opere d’arte, le suppellettili e le stesse celebrazioni – come anche il silenzio – risultino a servizio della santità delle singole persone dell’intera comunità.
 
Un discorso a parte, ma strettamente congiunto col precedente, riguarda la gestualità liturgica. Circa la posizione del corpo, lo stare in piedi, seduti o in ginocchio non può essere frutto del caso o di una mera spontaneità soggettiva. 
 
L’altare, infine, è  il luogo più sacro della chiesa e il tabernacolo ne è la logica prosecuzione; l’altare è lo spazio della celebrazione e il tabernacolo è il prolungamento dell’atto di adorazione che innerva ogni celebrazione.
 
Altare e tabernacolo – nella distinzione che li caratterizza, ma non li rende estranei – sono così gli spazi davanti ai quali l’assemblea si ritrova nella comune fede eucaristica e si lascia plasmare per diventare sempre più comunità eucaristica.