Omelia del Patriarca nella Solennità del Corpus Domini (Venezia, Basilica Cattedrale di San Marco - 7 giugno 2015)
07-06-2015
Solennità del Corpus Domini
(Venezia, Basilica Cattedrale di San Marco – 7 giugno 2015)
Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia
La Parola di Dio presenta l’eucaristia come convito, sacrificio e presenza. L’eucaristia non è un puro simbolo di cui sia facile smarrirne la realtà; al contrario, l’eucaristia è Gesù stesso vivo e vero che, nel mistero, si consegna concretamente alla Chiesa nei segni del pane e del vino.
L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinti, ci dà una chiarissima testimonianza: “…il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me»” (1Cor 11, 23-25).
La prima lettura di oggi – tratta dal libro dell’Esodo – presenta l’Alleanza come l’evento in cui il popolo viene realmente coinvolto; con l’Alleanza risulta, così, che non siamo dinanzi a un semplice rito e, infatti, prima di versare il sangue sull’altare, Mosè interpella e coinvolge tutto il popolo: “Quindi [Mosè] prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!»” (Es 24,7-8).
Analoga osservazione è da farsi nei confronti della seconda lettura: “… se – afferma la lettera agli Ebrei – il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? (Eb 9,13-14).
Il realismo ci viene di nuovo suggerito dal Vangelo secondo Marco e mi riferisco al modo in cui Gesù domina gli eventi e li indica, prima che accadano, come Colui che li conosce, li guida e li porta a compimento, preannunciando esattamente quello che sta per accadere: “«Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro…” (Mc 14, 13-16).
La vita della Chiesa – in continuità con quanto annuncia – presenta, fin dai primi tempi, l’eucaristia come qualcosa di reale per cui si può vivere e, anche, morire “riconoscendone” così col martirio – ossia la testimonianza suprema – la verità e la realtà. Nel IV secolo i cristiani di Abitene – città africana dell’odierna Tunisia – scelsero di morire piuttosto che rinunciare all’Eucaristia. La loro professione di fede è diventata nota ovunque e segno di una vita cristiana fondata sulla realtà dell’eucaristia. Essi dicevano con semplicità e grande forza, a prezzo della loro stessa vita: “Sine dominico non possumus”. Ossia, senza il dominicum, non è possibile vivere. E proprio mentre essi celebrano il dominicum vengono arrestati, in seguito torturati e, e alla fine, condannati a morte. È quindi logico domandarsi: che cosa è dominicum? Che cosa significava per loro?    
Il termine dominicum indicava cose differenti. Innanzitutto, unito alla parola corpus, dominicum corpus voleva dire  “il corpo del Signore”; invece, unito a sacrificium, dominicum sacrificium indicava “il sacrificio del Signore” di cui l’eucaristia è, appunto, il  sacramento; infine, aggiungendo a dominicum il sostantivo sacramentum, si voleva significare “il sacramento del Signore”. Possiamo anche aggiungere a dominicum il termine mysterium e, così, abbiamo dominicum mysterium, il mistero del Signore, ossia la Sua Pasqua – dominicum pascha –  ovvero il Suo mistero di morte e risurrezione.
Col sostantivo convivium, invece, abbiamo dominicum convivium ossia “il convito del Signore”. Questo modo di dire – dominicum convivium – esprime lo stare insieme dei fratelli nella carità per la celebrazione della cena. E, in ultima istanza, comprendiamo come il dominicum diem significhi “il giorno del Signore”. In tal modo, il  rapporto fra dominicum e eucaristia viene espresso e si coglie in modo articolato. E risulta chiaro cosa si vuole indicare quando si unisce dominicum a “rendimento di grazie”/”rendere grazie”.
Ricordo, qui, il commovente episodio di Tarcisio; siamo alla metà del terzo secolo – una cinquantina d’anni prima dei martiri di Abitene – e Tarcisio è il protomartire dell’Eucaristia. Accolito della Chiesa di Roma, viene martirizzato in giovane età mentre reca le sacre specie ai cristiani in carcere per la comunione; scoperto, stringe al petto l’Eucaristia – per non farla cadere in mani profane – ma, non riuscendo a strappargliela, lo uccisero. Il giovane Tarcisio preferisce sacrificare la sua vita piuttosto che “consegnare” l’eucaristia. Il fatto è attestato dal Martirologio Romano che, con il suo stile essenziale, si esprime in questo modo: “A Roma nel cimitero di Callisto sulla via Appia, commemorazione di san Tarcisio, martire: per difendere la santissima Eucaristia di Cristo che una folla inferocita di pagani tentava di profanare, preferì essere lapidato a morte piuttosto che lasciare le sacre specie ai cani” (Martirologio Romano).
Per la Chiesa, la Parola di Dio e i sacramenti costituiscono, nel tempo presente (il “già”), la consegna o “traditio” che Gesù fa di sé alla sua Chiesa costituendola tale, proprio in quel “sì” – l’amen ecclesiale – che accoglie quella Parola e quel gesto.
 L’eucaristia, come dicevamo, non può esser ridotta a puro simbolo o rituale; al contrario, è concretezza e realtà storica e, in essa, dobbiamo imparare a inscrivere la nostra vita di persone e quella delle nostre comunità. Il motivo per cui celebriamo l’eucaristia è vivere come lui è vissuto per poter morire come lui è morto, nel suo stesso modo. Troppe volte si dimentica che l’eucaristia è un dramma. Dramma – nel senso etimologico del termine – significa azione reale, viva, concreta e, quindi, l’eucaristia è prima di tutto azione, realtà e vita concreta che opera poiché Egli si rende presente e rimane in mezzo a noi. Rimane tra noi come presenza reale in cui il Cristo risorto – il Cristo pasquale – si dona a noi nell’atto di Chi vince la morte e dona la vita. Sì, perché Cristo – la vigilia della sua passione – ha voluto così.
I due discepoli di Emmaus e il misterioso pellegrino che li affianca lungo la strada  sono icona del Cristo eucaristico presente in mezzo ai discepoli che, tuttavia,  non si accorgono della sua presenza e realtà e si smarriscono, perdendosi nelle loro tristezze e paure. La paura dei discepoli, alla fine, ha un solo motivo che ne genera di nuovi: il motivo è la poca di fede, l’incredulità di fronte alla Parola di Gesù.
I duri rimproveri, che il pellegrino rivolge a Cleopa e al suo compagno di viaggio, ci devono far riflettere, insieme a tutto l’episodio narrato da Luca: “«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista” (Lc 24,25-31).
La fede eucaristica – come ogni fede ecclesiale – nasce dall’ascolto della Parola, da una nuova/rinnovata partecipazione al sacrificio eucaristico sul piano personale (l’amen è sempre assenso della persona) e comunitario, di una “comunità eucaristica” (l’amen, infatti, non è mai assenso individuale). Tuttavia la fede eucaristica ha un essenziale momento di crescita nell’adorazione che  – a ben vedere – è già parte del momento celebrativo; non si può, infatti, dare una celebrazione che non sia sorretta da una fede adorante.
 Nello stesso tempo, l’adorazione del Christus permanens accende sempre, e di nuovo, il desiderio di tornare a celebrare, ossia compiere il gesto in cui, personalmente e comunitariamente, esprimiamo la forma più alta d’adorazione che, appunto, già si compie nella celebrazione e nel momento in cui riceviamo il Suo corpo e il Suo sangue. Ogni discepolo, così, è invitato alla fede semplice del bambino della prima comunione che pronuncia il suo amen adorante e che, a sua volta, è pieno rendimento di grazie a Dio per Gesù Cristo.  
Circa la festa del Corpus Domini, Papa Francesco, al termine della preghiera dell’Angelus di domenica scorsa, ha esortato i fedeli a vivere al meglio il momento peculiare della odierna solennità, ossia la processione eucaristica, in cui si vuole adorare il Signore Gesù – Gesù vivo e realmente presente nella santissima Eucaristia – recandolo nei luoghi dove viviamo ogni giorno. Ecco le parole del Papa: “…vivremo la tradizionale processione del Corpus Domini…  celebrerò la Santa Messa, e quindi adoreremo il Santissimo Sacramento camminando… Vi invito fin d’ora a partecipare a questo solenne atto pubblico di fede e di amore a Gesù Eucaristia, presente in mezzo al suo popolo” (Papa Francesco, Angelus del 31 maggio 2015).
L’eucaristia deve plasmare sempre più le nostre comunità diventandone il vero  “centro”; da oltre dieci anni, a Mestre la comunità di Santa Maria Goretti e, da quest’anno a Venezia, le parrocchie che gravitano attorno alla chiesa di S. Silvestro, dicono con l’adorazione perpetua – giorno e notte – che la centralità dell’eucaristia non è affermazione teorica ma scelta pastorale concreta, visibile, offerta a tutti; è dire, concretamente, che Gesù è inizio, centro e culmine della vita ecclesiale. Il nostro grazie va a quanti hanno acceso questa fiamma e la tengono quotidianamente viva: preti, consacrati/e, laici, associazioni e movimenti. Auspico che molti altri si uniscano a loro e con loro ravvivino questa fiamma di autentica fede e carità.