Omelia del Patriarca nella S. Messa solenne per la Festa del patrono S. Michele Arcangelo (S. Michele al Tagliamento – Chiesa arcipretale S. Michele Arcangelo, 26 settembre 2021)
26-09-2021

S. Messa solenne per la Festa del patrono S. Michele Arcangelo

(S. Michele al Tagliamento – Chiesa arcipretale S. Michele Arcangelo, 26 settembre 2021)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Gentili autorità, cari confratelli nel sacerdozio, diaconi, persone consacrate, fedeli laici,

ringrazio e saluto innanzitutto il parroco don Marco per l’invito a presiedere questa solenne celebrazione nel giorno in cui la comunità ecclesiale e civile di S. Michele al Tagliamento ricorda e valorizza il suo santo patrono, l’Arcangelo Michele.

Desideriamo lasciarci interpellare dalla sua figura e da quella degli angeli che ricordiamo con lui (Gabriele e Raffaele, oltre a Michele), tutti servitori e adoratori dell’unico Dio, vivo e vero. Ai fedeli e agli abitanti di S. Michele al Tagliamento rivolgo così, sin d’ora, il mio augurio: sappiate cogliere nel patrono Michele un chiaro richiamo e riferimento al primato di Dio nella loro vita. Mi Ka El significa, infatti: “Chi come Dio?”.

L’Arcangelo Michele ci ricorda, infatti, che non vi sono altri signori al di fuori di Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo; tutte le altre creature – umane e angeliche – sono solo creature. E Gesù – il Crocifisso Risorto, “Figlio dell’Uomo”– è il vero e unico Mediatore tra Dio e l’umanità; Lui è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6) che ricongiunge la terra e il cielo.

Questa visione profonda della storia ci aiuta a fondare ogni autentico impegno – nei campi d’azione più svariati – per costruire relazioni più umane e la vita buona nella città. Ciò vale, in particolare, per il contributo indispensabile che il cristiano e la comunità ecclesiale – in forma associata o nei singoli – sono chiamati ad offrire.

Avere per patrono un Arcangelo come san Michele è sempre, e insieme, un dono da accogliere e una responsabilità da assumere. È, quindi, bello e significativo che almeno una parte / una rappresentanza della comunità ecclesiale e civile di S. Michele al Tagliamento si ritrovi, in questa Chiesa arcipretale, per celebrare l’Eucaristia – l’incontro con il Signore Risorto che rimane l’atto solenne e il sommo bene della Chiesa – per invocarne, ad una sola voce e con cuore unanime, l’intercessione e la protezione.

Non dobbiamo mai dare per scontata l’Eucaristia che è il gesto umile e il grandioso “evento” che ci ha salvati e continua a richiamarci all’Essenziale, ossia il Signore Gesù. E la pandemia – che un anno fa ci ha privati per oltre un paio di mesi delle celebrazioni con il popolo – sta a ricordarcelo continuamente.

Nella preghiera di Colletta – con cui abbiamo aperto questa celebrazione – ci è stato ricordato che gli angeli (e, quindi, il nostro Arcangelo Michele) stanno davanti a Dio per servirlo e contemplare la gloria del Suo volto per trasmetterla a noi uomini. Noi abbiamo sempre bisogno di riscoprire la gloria di Dio perché l’uomo è immagine di Dio e dobbiamo allora riscoprire quella gloria dell’uomo che si chiama rispetto: per ogni uomo, per qualsiasi uomo, non perché rappresenta qualcosa o ci può dare qualcosa ma, semplicemente, perché è un uomo.

Nello stesso tempo, gli angeli sono vicini a noi e sono grandi e veri amici dell’umanità pellegrina sulla terra, al punto che quella stessa preghiera evidenzia che angeli e uomini sono chiamati a cooperare per portare a compimento nella storia il disegno divino della salvezza.

Essere nei cieli – come accade per gli angeli – non vuol dire essere lontani o distanti; al contrario, significa essere là dove tutto si vede e tutto si abbraccia. Se vogliamo essere aderenti alle cose delle terra, alziamo di più lo sguardo in alto e riusciremo a coglierle meglio, se non altro in modo meno autoreferenziale.

E allora alzare gli occhi al cielo, ritornare a mettere Dio al centro del nostro orizzonte e al posto che gli spetta (il primo!) e chiedere – con un atto di umiltà che ci fa tanto bene – l’aiuto e la protezione degli angeli, in particolare di chi riconosciamo come nostro patrono, ossia di coloro che stanno davanti e vicini a Dio, non solo non ci sottrae dal nostro vivere terreno e dai nostri impegni (e doveri) quotidiani ma è, anzi, garanzia e sostegno forte per il nostro cammino, per discernere con sapienza e portare avanti al meglio quelle scelte che la realtà attuale, con le sue fatiche e difficoltà, ci richiede e ci impone.

Non dobbiamo mai aver paura, dunque, a fare di nuovo riferimento a Dio – anche nella vita pubblica – e non dobbiamo “arrossire” nel chiedere aiuto e protezione a Chi ci può offrire la luce e la forza necessarie per dirigerci verso ciò che è buono, giusto e vero. Tutti gli Stati dittatoriali hanno iniziato mettendo Dio da parte; porre Dio al centro della vita pubblica in termini laici, non confessionali, significa allora garantire quel limite che ogni uomo deve porsi non mettendosi mai come soggetto ultimo. Sta qui il senso ultimo del nostro essere qui oggi nel nome e nell’invocazione del santo patrono.

L’Arcangelo Michele, in particolare, ci invita a riflettere sul nostro rapporto con il Signore del cielo e della terra e, in particolare, sulla nostra storia, segnata dal drammatico scontro tra bene e male che chiama costantemente in causa le persone, le situazioni e la vita di ogni comunità e che segnerà la storia fino al ritorno del Salvatore.

Il libro dell’Apocalisse (Ap 12,7-12) ci porta al centro del conflitto tra bene e male che caratterizza tutta la storia. Si parla di una guerra che scoppia nel cielo e di un combattimento che vede impegnato Michele e i suoi angeli contro “il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata” (Ap 12,9). “Diavolo” – dal termine greco originario – è letteralmente “colui che divide”, ovvero il calunniatore, l’accusatore, l’avversario.

Questa lotta, questo combattimento, ha un risultato preciso: il “grande drago” (Satana) “fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli” (Ap 12,9). E questo avviene – lo specifica subito dopo il libro dell’Apocalisse – nel momento in cui si compie “la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo” (Ap 12,10) e, appunto, viene precipitato l’accusatore.

Sì, la storia è un dramma – ossia un’azione – e contiene questa lotta e in questo contesto, segnato dal male e dal peccato, si sviluppa la vita dell’umanità, la nostra umanità, voluta e amata da Dio.

In questa storia è presente l’avversario ed è operante un “mistero di iniquità” di cui ci parla san Paolo nel capitolo secondo della seconda lettera ai Tessalonicesi quando mette in guardia contro “l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio” (2Ts 2,3-4). Quel mistero di iniquità “è già in atto” (2Ts 2,7), qui e ora, in questa storia – e produce “miracoli e segni e prodigi menzogneri, con tutte le seduzioni dell’iniquità, a danno di quelli che vanno in rovina perché non accolsero l’amore della verità per essere salvati” (2Ts 2,9-10).

Ma come e in chi, concretamente, si realizza questo “mysterium iniquitatis”? La storia è piena di esempi ed ognuno di noi potrebbe indicarne alcuni. Anche i Vangeli e la vita terrena di Gesù ce ne propongono parecchi che diventano quasi i “tipi” di tante figure che hanno declinato nei secoli il male, ossia ne sono diventati attori e veicoli, si sono messi a disposizione del male e gli hanno consegnato la vita loro e, spesso tragicamente, anche quella di tanti uomini e donne che ne hanno fatto le spese.

Potremmo qui ricordarne alcuni: Erode (ovvero la crudeltà verso il popolo, la volontà di dominio e la paura di perdere il potere, fino a spargere sangue innocente per difendere la propria posizione personale); Giuda (che tradisce l’amicizia e i sentimenti più alti, più umani e più coinvolgenti sul piano personale per un tornaconto e per una bramosia di ricchezza che non può appagare); Caifa (ossia il male che non si manifesta ufficialmente, ma orchestrando e istigando o strumentalizzando); Pilato (colui che non si schiera e non prende posizione ma ha cura di difendere la sua carriera, il potere personale e si lava le mani davanti all’esigenza di verità e giustizia).

Di fronte a questo dramma che attraversa la storia, di fronte alla persona di Gesù, non ci si può “non” schierare; a tale proposito, viene alla mente la profezia del vecchio Simeone che, di fronte a Gesù Bambino, afferma rivolto alla Madre: “…egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti (…) e come segno di contraddizione” (Lc 2,34).

Ci sorregge qui l’umanità di Cristo che è assolutamente singolare, unica e, quindi, può sostenere e condurre a vittoria tutte le altre umanità, anche la nostra, facendo in modo che non soccombano nella lotta contro il male.

Perfino sul Calvario, presso la croce di Gesù – come in modo particolare narra l’evangelista Luca – e proprio lì dove il male sembra aver vinto, il bene riemerge, si afferma e risulta vincitore. Non c’è solo la derisione dei soldati e dei capi del popolo; ci sono i due ladroni crocifissi accanto a Gesù e uno è toccato da come Gesù vive il momento del supplizio e dal dolore della Madre. E c’è poi il centurione che, osservando quello che era accaduto e come Gesù era morto, si mette a glorificare Dio e dice: “Veramente quest’uomo era giusto”. E pure “la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto” (Lc 23,47-48).

Il bene, anche quando sembra sconfitto, ha una sua forza, contagia ed è fecondo; anche quando sembra inutile, in realtà, vince sempre e sconfigge il male. È la testimonianza di san Massimiliano Maria Kolbe che è riuscito, nonostante tutto, anche in un luogo costruito e scientificamente pianificato per distruggere ogni rapporto umano e spegnere ogni barlume di umanità, a porre quello straordinario atto di carità (offrire se stesso al posto di un padre di famiglia) altrimenti inspiegabile e che andava contro tutto quello che era e rappresentava Auschwitz.

E al capoblocco dell’infermeria dei detenuti, incaricato di effettuare l’iniezione mortale nel braccio e che lo guardava stranito e quasi incapace di comprendere il suo gesto – sacrificarsi, appunto, per un altro uomo -, padre Kolbe riuscì anche a dire: “Lei non ha capito nulla della vita. L’odio non serve a niente… Solo l’amore crea!”. Sarà il tenente medico nazista, colpito dalla scena, a raccontare anni dopo questo fatto.

È l’insegnamento sempre attuale che già san Paolo rivolgeva alla comunità cristiana di Roma: “Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi… Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Rm 12,17-19.21).

Compiere il bene sempre, mettere da parte ogni male, vivere in pace con tutti, vincere il male con il bene: è la consegna che l’Arcangelo Michele, in lotta contro il “grande drago” e posto a difesa – come custode e patrono – di S. Michele al Tagliamento, affida oggi a ciascuno di noi.

Buona festa di san Michele a tutti!