Omelia del Patriarca nella S. Messa in occasione della festa di S. Lucia (Venezia / Santuario diocesano di S. Lucia, 13 dicembre 2022)
13-12-2022

S. Messa in occasione della festa di S. Lucia

(Venezia / Santuario diocesano di S. Lucia, 13 dicembre 2022)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Rivolgo il mio saluto alle autorità, al rettore del Santuario e a voi che partecipate alla S. Messa – anche attraverso la diretta televisiva e social –  nel giorno della festa di santa Lucia, la vergine e martire siracusana le cui spoglie sono qui custodite e venerate e alla cui intercessione ci affidiamo nuovamente.

La prima lettura ci ha detto tutta la dedizione e, addirittura, la “gelosia divina” che san Paolo nutriva per la comunità cristiana di Corinto: “…vi ho promessi infatti a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta” (2Cor 11,2).

E così si è presentata al suo Signore la giovane Lucia che teneva la lampada ben accesa e ben alimentata dalla fede, dall’amore e dalla speranza in vista dell’incontro con lo Sposo e le nozze con Lui.

L’essere “vergine casta” per Lucia non è stato solo un fattore fisico, di purezza del corpo, ma una questione di fedeltà ed integrità piena verso il suo Signore.

La costituzione conciliare Lumen gentium, parlando della Chiesa in riferimento alla Vergine Maria e citando i santi Ambrogio e Agostino, precisa che essere vergine significa custodire “integra e pura la fede data allo sposo” e conservare “verginalmente integra la fede, salda la speranza, sincera la carità” (cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, n. 64).

In tal modo Lucia viene ad incarnare – anche per noi – il volto insieme materno, sponsale e femminile della Chiesa, un volto che, nella Chiesa, precede ogni ministerialità, ogni compito, ogni carica, ogni officio.

Lucia non era un ministro, non aveva ricevuto l’ordinazione diaconale, presbiterale o episcopale ma nella sua fedeltà fino al martirio, nel suo essere pronta e “integra” per il Signore, come le vergini sagge del Vangelo che rispondono al grido “Ecco lo sposo! Andategli incontro!” (Mt 25,5), Lucia oggi splende come immagine femminile della Chiesa che già alcune cronache greche e latine del V secolo ci testimoniano, consentendoci di cogliere l’atrocità del martirio che le fu inflitto ma anche la determinazione e la forza della sua fede.

Attraverso quelle pagine apprendiamo che Lucia, nata a Siracusa verso la fine del III secolo da una nobile famiglia cristiana, molto presto – da fanciulla – si consacrò segretamente a Dio con voto di perpetua verginità mentre la famiglia l’aveva data in sposa.

Nella vita di Lucia è determinante il pellegrinaggio a Catania, al sepolcro di Sant’Agata – altra vergine e martire che aveva donato la vita cinquant’anni prima -, per domandare a Dio la guarigione della madre Eutichia, gravemente ammalata. Fu proprio in quel momento che Lucia rivelò alla madre la promessa di donare la vita a Dio, rinunciando a uno sposo terreno ed elargendo le proprie ricchezze ai poveri, per amore di Cristo. Così Lucia, per circa tre anni, si dedicò alle opere di misericordia a favore dei poveri, degli orfani e delle vedove.

Tra Agata e Lucia si era, quindi, stabilito un legame di continuità spirituale; sì, perché la santità è diffusiva e contagiosa, si nutre dell’esempio di altri santi, ispira e genera altra santità. Avviene spesso, in modi anche diversi: fu così per Ignazio di Loyola (letteralmente trasformato dalla lettura di una “Vita di Cristo” e della “Leggenda Aurea”) o per Teresa d’Avila (che maturò la sua vocazione attraverso l’incontro con padri spirituali e persone molto significative), o ancora ricordiamo il legame tra Francesco e Domenico (entrambi fondatori di nuovi ordini religiosi capaci di rinnovare il volto della Chiesa).

Così è per la vita di ogni comunità cristiana in cui si dovrebbe gareggiare in santità, ossia continuamente incoraggiare ed esortare alla santità attraverso una testimonianza concreta capace di suscitare la vita nuova in Cristo, fiorita nella sua Pasqua.

Santa Lucia è stata, anche, donna di speranza. Ha esercitato e sperimentato nella sua vita quella virtù “bambina” e piccola dipinta da Charles Péguy e che ha bisogno d’esser tenuta costantemente per mano dalle “sorelle maggiori” (la fede e la carità).

La speranza plasma il discepolo di Cristo, è attesa fiduciosa (lo comprendiamo bene nel tempo di Avvento che stiamo vivendo), è invito a guardare al futuro e verso l’alto, a dirigersi verso ciò che conta veramente e rimane, è virtù che dona equilibrio e realismo, permette di conservare la gioia nel cuore anche quando la vita è oppressa e in ogni modo contrastata.

Come è successo a Lucia, inoltre, la speranza porta a non asservirsi al mondo che passa, a non conformarvisi, a non avere altri “signori” che non siano il Signore, Dio Creatore e Salvatore. La speranza è anticipo di eternità, di quella realtà definitiva che ci attende e che contiamo di poter abbracciare. La speranza genera la gioia della vita ed è per questo che non si può neppure immaginare un santo o una santa “triste”!

Le testimonianze e gli atti della vita e del martirio di Lucia sono “sostenuti” dalla parola di Dio, meditata e assunta nella concretezza delle scelte di vita. Come quando Lucia cita san Giacomo (cfr. Gc 1,27) e dice: “Sacrificio puro presso Dio è soccorrere i poveri, gli orfani e le vedove. Per tre anni ho offerto tutto al mio Dio. Ora non ho più nulla, e offro me stessa”.

Lucia, vergine e martire, ha donato la vita ed è stata giovane donna di speranza perché la sosteneva e la muoveva la convinta fiducia che Dio veglia sempre e custodisce i suoi figli e le sue figlie, è Provvidenza che non viene meno e che soccorre conducendo tutto e tutti al vero bene e secondo la vocazione che è data ad ogni persona.

Per questo ci rivolgiamo di nuovo oggi e con fiducia alla sua intercessione e chiediamo nella preghiera a Dio – che ha glorificato Lucia tra i santi “con la duplice corona della verginità e del martirio” – il dono “di superare con forza ogni male per raggiungere la gloria del cielo” (cfr. preghiera dopo la comunione).