Omelia del Patriarca nella S. Messa in occasione dei Giubilei sacerdotali (Venezia / Basilica della Salute, 12 maggio 2022)
12-05-2022

S. Messa in occasione dei Giubilei sacerdotali

(Venezia / Basilica della Salute, 12 maggio 2022)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Cari confratelli nel sacerdozio,

intanto grazie per il vostro pensiero. Nel pastorale vedo l’appoggio del Vescovo – la preghiera – e, quindi, vi ringrazio perché un Vescovo prima di iniziare la sua giornata deve aver pregato e aver pregato molto; il pastorale mi ha sempre ricordato questo.

Vi ringrazio anche perché l’unico pastorale che avevo, e che è già destinato – quando io passerò la mano – alla Chiesa di Spezia, era un dono che quella Chiesa mi ha fatto al mio ingresso nel 2008. Sono perciò contento di avere anche il pastorale che mi è donato dalla Chiesa che è in Venezia in quanto, lo ripeto, vedo nel pastorale l’appoggio del vescovo e cioè la preghiera.

Abbiamo in questo periodo un intersecarsi di date e io oggi vorrei, prima di tutto, ricordare il nostro Patriarca Marco. Ho colto di lui queste due frasi che vorrei riproporvi e che mi sembra ripetano anche tante cose che ci siamo detti.

La prima: ”L’agire in persona Christi è la provocazione più alta rivolta alla nostra libertà creata; ma è, nello stesso tempo, la chiamata più radicale a conformarci a Lui nell’obbedienza filiale al Padre e nell’amore per i fratelli come Lui ha amato”. E qui mi viene in mente anche quello che diceva Luciani: “Quando si obbedisce non si guarda a chi si obbedisce ma perché si obbedisce”. E questo tacita ogni obiezione.

Un’altra frase, legata alla precedente, del Patriarca Marco: “Mi piace pensare il mio ministero nel segno dell’annuncio del volto del Padre rivelatoci da Gesù, che è l’amore misericordioso. Questo infatti è l’evangelo, la bella notizia che salva il mondo. Pensarmi come Gesù…”. Non bisogna avere vergogna di mirare a questa asticella così alta perché, nel momento dell’ordinazione Gesù, ci ha chiesto questo.

Il Vangelo di oggi (Gv 13,16-20) ci ricorda che non possiamo essere dappiù del nostro Signore, del nostro padrone, ma che dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri. E l’obbedienza alla Chiesa – che è di tutti, dal Papa al Vescovo, dal parroco al laico battezzato -, questa obbedienza è il modo di amare di Gesù, obbediente al Padre.

Obbedire vuol dire raggiungere una pienezza, non subire un ridimensionamento. Certo, di fronte alla vita ecclesiale bisogna aver fatto una scelta di dismissione del proprio io, della propria famiglia, dei propri progetti, pensando che chi lascia ottiene il centuplo già in questa vita e non solo nella vita eterna. Riceve il centuplo di quello che lascia in famiglia, in beni, in ricchezze, in dominio e in affetti umani, non perché un prete non deve avere degli affetti – un prete che non ha affetti mi spaventa perché, se va bene, si attacca alle cose – ma c’è un affetto che parte da quella scelta sacerdotale che conosciamo all’inizio della nostra vita.

Vorrei porgere gli auguri del nostro presbiterio a don Filippo Malachin che ricorda il primo anno del suo sacerdozio e poi ad un gruppetto di sacerdoti che sono arrivati alla maturità del loro sacerdozio. Iniziano la maturità del loro sacerdozio: don Francesco Barbiero (che non può essere qui per una visita cardiologica necessaria), don Raffaele Muresu (che è contagiato dal Covid) e don Marco Scaggiante che tiene alta la bandiera di coloro che arrivano ai 25 anni di sacerdozio.

Ricordo, poi, chi festeggia il 60esimo di sacerdozio e saluto con affetto don Luigi Battaggia, perché è venuto nonostante la sua fatica in questi ultimi anni e quindi lo ringrazio particolarmente, e don Fausto Bonini che ricordiamo anche nei 40 anni dalla fondazione della Casa studentesca S. Fosca.

Mi ha telefonato lui – altrimenti lo avrei chiamato io – don Giuseppe Beorchia e mi ha detto: “Non ho più l’autonomia, metterei in imbarazzo me e voi, La ringrazio e dica ai confratelli che sono presente”. Io gli ho detto: “Pregheremo per te e ricorderò quello che tu mi hai detto”.

Per don Beniamino Pizziol è questo l’anno del 50esimo; l’avevo invitato a venire in tale occasione e inizialmente aveva detto che sarebbe venuto ma poi gli hanno spostato una visita medica importante e, quindi, troveremo un’altra circostanza, nei prossimi mesi, per una celebrazione.

Ricordo, poi, tra i religiosi, padre Luigi Pennacchi che fa anche lui il 50esimo di sacerdozio mentre padre Vasile Barbolovici arriva a 25 anni.

Vorrei fare una riflessione con voi che ci aiuti a pensare quanto la spiritualità è inserita nella nostra carne e nel nostro sangue; una riflessione breve e poi un piccolo accenno brevissimo, lasciandolo a voi, sulla prima lettura (At 12,24-13,5).

Il tempo ci plasma e ci colloca tutti in una coordinata precisa, irripetibile, ma noi siamo del nostro tempo, siamo di tutti gli istanti che viviamo e siamo più di quello che chiamiamo il nostro presente, il nostro passato ed il nostro futuro.

I giubilei non dobbiamo scordarli perché il tempo ci rende sempre più persone e l’anniversario che noi celebriamo è importante; sarebbe sbagliato non considerarlo importante o solo formalmente perché noi siamo la nostra storia. Noi siamo in gran parte la nostra storia anche se non siamo solo la nostra storia con quegli incontri, quelle persone, quei gesti, quella responsabilità, quelle amicizie, quegli aiuti dati e quegli aiuti ricevuti, quelle competenze o capacità che abbiamo conseguito nella nostra vita e che magari ora non ci appartengono più…

I nostri giubilei, allora, ci ricordano quello che siamo ma anche quello che siamo al di là della nostra storia: noi siamo un mistero. L’essere e il tempo: il passato è un ricordo, una memoria; il futuro è un’attesa, una speranza; il presente è quello che io, molte volte, non riesco ad abitare e che finisco per vivere spesso nella inconsapevolezza.

L’Ave Maria ci ricorda quanto è importante il momento presente, quello di cui, molte volte, non abbiamo piena consapevolezza. Il nostro io rimane e permane nonostante lo scorrere dei giorni, dei mesi, degli anni. Questo pensiero è importante soprattutto quando gli anni avanzano perché tutto cambia nella nostra vita: cambiano il nostro modo di esprimerci, il nostro rapporto con gli altri, i nostri interessi, le cose che ci appassionavano anni fa ora non ci interessano più e sono sostituite da altre, le persone che ci hanno accompagnato per un certo tratto di strada, per differenti motivi, hanno ceduto il posto ad altre anche perché molte volte non ci sono più.

Considerazioni e pensieri di questo tipo potrebbero continuare ma è anche vero che – al di là di questo fluire del tempo e questo passare di tutte le cose – il nostro io rimane, permane, supera il tempo, non si identifica con un tempo o con un fatto determinato.

Non basta, allora, considerare un uomo come fosse solo fatto di essere e di tempo; noi siamo anche l’eternità ed è bene che ci ricordiamo, mentre il tempo fluisce nella nostra vita, di questo mio rimanere, di questo mio permanere, di questo mio emergere nel fluire del tempo che ora mi appare più denso a seconda degli stati d’animo che io vivo (ci sono dei pomeriggi che sono eterni, ci sono dei giorni che passano in un istante).

Noi siamo più del nostro tempo e i giubilei, le tappe della nostra vita sacerdotale, ci toccano personalmente e toccano le persone a cui siamo uniti e legati; è per questo, quindi, che dobbiamo condividere anche il giubileo di un confratello, perché fa parte di quella fraternità sacerdotale ancora umana che aiuta un presbiterio a parlare con il pronome “noi” e non più con il termine “io”.

Ecco perché è importante incontrarci, ecco perché è importante “fermare” certe cose della pastorale, perché stare con i confratelli è una cosa che ci aiuta ad essere più preti, ad essere veramente preti e questo essere nel tempo senza essere del tempo ci consegna sempre più ad un futuro che, ad un certo momento, che diventerà l’eternità.

Il permanere nell’essere ci è donato non solo da chi ci ama. Pensiamo ai nostri genitori: ci hanno amato, non ci sono più. Noi, però, siamo sorretti da un amore eterno, l’amore di Dio, il Dio Onnipotente, la Pasqua, la Risurrezione. Noi dobbiamo arrivare a dirci queste cose come qualcosa che nasce dalla nostra realtà umana, dal nostro essere uomini, dal nostro essere comunità e questo pensiero, in occasione dei nostri giubilei sacerdotali, ci può riconciliare con il tempo che scorre e può darci il giusto senso della vita.

Il tempo, allora, non è un nemico. Ricordate la seconda lettera di Paolo ai Corinzi: “…non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno” (2Cor 4,16). Il tempo ci conduce nel viaggio della vita che, alla fine, ci proietta nell’eternità; non dobbiamo perciò temere o dividere la vita presente e la vita futura.

Nell’atto di fede (cap. 5 di Giovanni), nell’ascoltare la parola del Figlio dell’uomo, siamo passati dalla morte alla vita e la storia della salvezza non a caso – lo sappiamo bene – si presenta sempre come un viaggio: il viaggio di Abramo che parte e lascia la sua terra; il viaggio di Giacobbe, l’usurpatore, l’imbroglione che fugge da Ebron e va verso Carran e fa il sogno di una scala che unisce il cielo e la terra; l’Esodo, un altro grande viaggio; i due discepoli di Emmaus, anch’essi sulla strada in cammino come Gesù in buona parte del Vangelo di Luca.

Ed ecco anche la prima lettura di oggi (At 13,13-25): “Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge, in Panfìlia. Ma Giovanni (Marco) si separò da loro e ritornò a Gerusalemme. Essi invece, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia…”.

Il viaggio è la vita degli apostoli ma, come ci dice il testo della lettura di oggi, Marco si separa e questo fatto sarà occasione di litigio tra Paolo e Barnaba: dove ci sono gli uomini ci sono anche le fragilità e ci sono carenze, ci sono le testimonianze e ci sono le controtestimonianze. Ma, alla fine, la Chiesa è più grande degli uomini di Chiesa e va ben oltre le forze degli uomini che, comunque – come ricorda il Vangelo -, sono voluti da Dio perché la messe cresca e maturi pur risultando (gli uomini) “inutili” nella loro utilità.

A tutti, ma in particolare ai confratelli che fanno i giubilei, il richiamo delle parole di Paolo nella sinagoga di Antiochia: che, come Davide, il figlio di Iesse, il Signore ci trovi uomini secondo il suo cuore (cfr. At 13,22).

Buoni anniversari sacerdotali a tutti.