Omelia del Patriarca nella S. Messa durante il pellegrinaggio mariano al Santuario di S. Maria Assunta (Borbiago di Mira, 4 novembre 2017)
04-11-2017

S. Messa durante il pellegrinaggio mariano al Santuario di S. Maria Assunta

(Borbiago di Mira, 4 novembre 2017)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Innanzitutto desidero fare gli auguri a coloro che portano il nome “Carla” o “Carlo” e quindi, in modo particolare, al parroco don Carlo Gusso; è una bella figura quella del cardinale Carlo Borromeo, che ricordiamo oggi, e ci aiuterà anche a fare una parte della riflessione di questa mattina nel pellegrinaggio del primo sabato del mese di novembre.

Vorrei iniziare dalla prima lettura che è una lettura difficile, perché san Paolo parla di un capitolo fondamentale nella storia della salvezza: Israele – scelto da Dio, termine dell’alleanza con Dio, depositario delle promesse di Dio – ha rifiutato Gesù Cristo. San Paolo ce ne parla ricordandoci che lui è ebreo, stirpe di Abramo, proviene dalla tribù di Beniamino. E ci dice qualcosa di importante anche per la nostra vita spirituale: la nostra vita spirituale, la nostra persona, è sempre in relazione con gli altri e allora la prima cerchia è la famiglia, gli amici, la nostra comunità, il nostro quartiere, la nostra città.

Paolo dice che, nonostante questi doni di Dio, Israele ha detto no. Ma è interessante notare quello che Paolo precisa dopo: se il no di Israele è stato occasione perché il Vangelo fosse annunciato a tutto il mondo, pensate un po’ cosa succederà quando Israele dirà sì al Signore! Trasportate questo principio nella vostra vita spirituale – nella vita delle vostre famiglie -: Dio è paziente e non ha fretta, Dio attende che ogni persona, ogni famiglia, ogni comunità percorra la strada della sua libertà.

Quello che noi molte volte non capiamo guardando la storia è questo semplice fatto. Perché, Dio? Come mai, Dio? Se ci fosse Dio… Come può succedere questo se Dio esiste? Ebbene, Dio ci ha creati liberi e non ci fa mancare tutti gli aiuti perché noi possiamo vivere bene la nostra libertà. Ma ci lascia liberi. La differenza tra l’uomo e le altre creature consiste nel poter dire no a Dio; San Paolo,però, ci dice anche che la storia, la creazione, il mondo sono nelle mani di Dio.

Non scoraggiamoci, allora, guardando la nostra vita. Non disperiamoci guardando qualche persona a noi cara che sembra percorrere strade che noi, magari, non abbiamo insegnato ma è sorda, non sente e ci ha voltato le spalle…

Dio ha i suoi tempi e se il rifiuto di Israele è stato occasione di una grazia grande perché il Vangelo fosse annunciato a tutti gli uomini, pensiamo a quando Israele si convertirà che cosa succederà per la grazia di Dio!

Trasportiamo – dicevo – questo principio  nella nostra vita familiare, spirituale. Ed allora nulla ci deve più preoccupare, nulla ci deve amareggiare oltre quel dolore, che è comprensibile, nel vedere le cose che non vanno come vorremmo… Ad esempio con persone a cui abbiamo cercato di dare tutto e penso a certi genitori nei confronti dei figli… Non disperiamo mai: il Signore vigila su tutti, ma ci lascia liberi; è il mistero della libertà, è la grandezza della libertà.

Ecco perché è importante la testimonianza cristiana, ecco perché è importante l’esempio della vita cristiana, ecco perché è importante che – come persone e come comunità – noi creiamo le condizioni per una vita nuova perché i più fragili, confusi e deboli possano essere sostenuti nella loro libertà.

A me ha sempre colpito quello che il mio Vescovo mi diceva quando ero seminarista e giovane prete: i giovani di chi sono? Del primo che se li prende… perché i giovani vogliono testimonianze forti, autentiche, trasparenti e, molte volte, le testimonianze forti, autentiche e luminose non hanno dei contenuti buoni.

Oggi, facendo gli auguri al vostro parroco, dicevo che è la memoria di san Carlo Borromeo. Richiamo qui alcune vicende che riguardano questo santo: arriva a Milano dopo settanta, ottanta anni che Milano non aveva il vescovo (lo aveva solo nominalmente ma non vi abitava). La vita ecclesiale era crollata e ognuno si arrangiava, faceva quello che poteva, quello che voleva.

Questo giovane – che sarebbe potuto rimanere a Roma ed avrebbe potuto fare una vita principesca visto che veniva da una famiglia ricca e nobile – si trasferisce in questa città ed inizia a fare due cose: visitare il popolo con le visite pastorali e lavorare per formare il clero, i suoi preti. Fu vescovo per un periodo non lunghissimo ma neppure breve; arriva a Milano nel 1566 quando è molto giovane e muore a quarantasei anni, nel 1584, bruciato dalla fatica pastorale.

La peste di Milano del 1576 è conosciuta, anche grazie al Manzoni, come la peste di san Carlo per quello che fece. Per prima cosa fece testamento e poi andò là dove il suo popolo era visitato dal dramma della peste che a molti procurò la morte. Tutto quello che aveva in episcopio – le tende, i tessuti, le posate, il suo stesso letto – andarono a finire al lazzaretto. Il governatore ed il prefetto della città – spagnoli, perché Milano era sotto la Spagna – se ne andarono subito appena si sparse la voce che c’era qualcosa che poteva essere peste; lui, invece, che era fuori città, vi ritornò. Quest’uomo fu giudicato anche duro tanto che, cercando di riformare un ordine religioso piuttosto ricco e benestante ma in decadenza, trovò dei grandi ostacoli ed un certo Gerolamo Donato Farina – membro di questo ordine degli Umiliati – arrivò perfino a sparargli.

Abbiamo ascoltato nel Vangelo il tema dell’umiltà: quando sei invitato non prendere il primo posto, ma mettiti nell’ultimo. Il motto di Carlo Borromeo era proprio “Humilitas”; non faceva il teatrino dell’umiltà, era davvero umile, pagando di persona, rischiando la vita ed essendo giudicato duro perché difendeva la disciplina, la fede, la vita cristiana.

San Carlo fondò tutto sulla formazione del clero e delle comunità parrocchiali. Milano, anche allora, era una diocesi vasta e arrivava in territori del Veneto, della Liguria, del Piemonte e fino al Canton Ticino in Svizzera; non c’erano internet né la ferrovia superveloce o la macchina, eppure percorse due volte questa immensa diocesi ed alcune parrocchie le visitò più volte. La visita pastorale era molto semplice: arrivava, ascoltava tutti e si informava sulla vita religiosa del popolo; all’inizio si tenevano le Quarantore e l’arcivescovo era preceduto da due confessori e da un suo delegato.

In questo primo sabato del mese portiamo, allora, via questo pensiero: i preti e il Seminario sono nel cuore della vita della comunità cristiana. Certo, poi, la comunità cristiana non si riduce ai preti e al Seminario ma la comunità cristiana – l’ha detto Gesù – ha bisogno dei preti ed ha bisogno di spazi, luoghi, momenti affinché i nostri preti siano preparati bene.

Lo scopo principale del primo sabato del mese del nostro pellegrinaggio è il nostro Seminario ed ecco perché io chiedo che i seminaristi siano sempre presenti; non sono del vescovo, non sono del rettore, ma sono di tutti, sono della Chiesa e servono la Chiesa. Dobbiamo pregare di più per i nostri preti. Quanto dipende nella vita di una persona e di una comunità dall’incontro con un prete, da una predicazione, da una confessione, da una guida spirituale!

Le nostre comunità parrocchiali: ecco l’altra grande indicazione di san Carlo Borromeo all’inizio della nostra visita pastorale visto che anche noi la stiamo iniziando. E allora mettiamola sotto la protezione certamente della Madonna ma anche di San Carlo Borromeo che di visite pastorali se ne intendeva perché praticamente offrì se stesso in questa azione umile e silenziosa, vivendo ogni giorno la vera umiltà e non il teatrino dell’umiltà.