Omelia del Patriarca nella celebrazione eucaristica di inizio anno pastorale per le religiose e i religiosi del Patriarcato (Venezia / Chiesa S.Maria di Nazareth - Scalzi, 18 settembre 2021)
18-09-2021

Celebrazione eucaristica di inizio anno pastorale per le religiose e i religiosi del Patriarcato

(Venezia / Chiesa S. Maria di Nazareth – Scalzi, 18 settembre 2021)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

 

Fratelli e sorelle,

è bello ritrovarci nel contesto liturgico ed eucaristico per iniziare il nuovo anno pastorale pregando insieme e rinnovando così quelle occasioni – ormai stabili e frequenti – di incontro del Patriarca con la vita consacrata maschile e femminile; ricordo, di recente, l’opportunità di riflessione ed approfondimento che abbiamo svolto ai Frari.

 

Si tratta di un legame stretto e di collaborazione, quello esistente da sempre tra la vita ecclesiale diocesana e la vita delle comunità religiose che qui vivono ed operano. E, in questo senso, anche nell’ambito dell’attuale cammino sinodale – che vede impegnate la Chiesa universale e, in modo particolarissimo, le Chiese che sono in Italia – sarà importante e prezioso, ad ogni livello, il contributo che ad ogni livello giungerà da voi, dalla vita consacrata, sarà non solo atteso e ben accolto ma necessario per definire il volto completo di una Chiesa che cammina, che ascolta, che fa discernimento e propone vie antiche e nuove di annuncio e testimonianza del Vangelo di Gesù Cristo in modo che – come abbiamo chiesto poco fa, rivolgendoci a Dio, “creatore e Signore dell’universo”, nell’orazione di colletta – “ci dedichiamo con tutte le forze al tuo servizio per sperimentare la potenza della tua misericordia”, rinnovando ogni giorno la consacrazione religiosa accolta ed assunta un tempo.

 

Nella prima lettura (1Tm 6,13-16), san Paolo raccomanda – anzi “ordina” – al figlio spirituale Timoteo di “conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento” ponendo davanti a lui il riferimento per eccellenza: “Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato”.

 

Anche ad ognuno di noi (come, del resto, ogni battezzato) – e in modo particolarissimo a chi è stato chiamato ed ha abbracciato la vita religiosa – è richiesta quotidianamente questa “bella testimonianza”. Ed anzi la vita dell’intera Chiesa ne sarebbe menomata e privata di qualcosa di essenziale e necessario se non ci fosse la “bella testimonianza” di una vita tutta spesa nel seguire più da vicino le orme di Cristo.

 

Come ben sapete, infatti, la differenza tra un battezzato e un religioso non è la santità o la carità che rappresentano vie e chiamate universali – che riguardano e coinvolgono tutti – ma è, appunto, il seguire più da vicino le orme di Cristo, rendendoGli questa “bella testimonianza” e vivendo quindi nell’obbedienza, nella castità e nella povertà.

 

I voti non sono mai semplici adempimenti formali o vincoli giuridici; sono una scelta di fede, consapevolmente intrapresa, e quindi una realtà profondamente spirituale che porta e rende la nostra vita capace di recepire e trasmettere limpidamente l’immagine e la persona stessa di Cristo che – lo sappiamo – non acconsente mai alle aspettative e al buon senso comune degli uomini (altrimenti non sarebbe salito in croce!) ma è venuto a testimoniare la verità e ponendosi di fronte al mondo come il Figlio obbediente al Padre. Il buon senso comune degli uomini, anche qualora diventasse opinione largamente maggioritaria, non è infatti detto che sia sempre secondo la verità, secondo il bene, secondo la giustizia.

 

I voti fanno brillare innanzitutto in ciascuna consacrata, in ciascun consacrato, la “bella testimonianza” di Cristo. Agli elementi fondamentali dell’obbedienza e della povertà è unita sempre la verginità che è libertà autentica del cuore e, quindi, capacità e possibilità di amare tutti. Un cuore libero può così amare tutti ed avere un amore universale verso tutti.

 

Sempre san Paolo, nel capitolo settimo della prima lettera ai Corinzi, dopo aver riportato il pensiero sul matrimonio, sui mariti e sulle mogli, arriva a dire: “Riguardo alle vergini, non ho alcun comando dal Signore” (1Cor 7,25). Non ha, insomma, consigli particolari circa la verginità; la donna libera può occuparsi, direttamente e interamente, delle cose di Dio.

La parabola raccontata da Gesù nel brano del Vangelo secondo Luca che è stato poco fa proclamato (Lc 8,4-15) ci ha parlato del seme, un seme buono, che cade sul terreno favorevole ma anche su altri terreni, decisamente meno favorevoli.

 

Non possiamo mai dare per scontato che con il probandato o il noviziato e nemmeno con la professione temporanea/semplice o anche quella definitiva una persona sia (o sia diventata) automaticamente terreno buono. Diciamolo con chiarezza ed ammettiamolo con umiltà e realismo. Questa parabola vale per tutti: per chi non è ancora cristiano, per chi è battezzato, per gli sposati, per i ministri ordinati ed anche per i religiosi. E ci fa capire che si può essere strada calpestata, sassi, rovi, spine… anche in un convento, in un monastero, in una comunità di vita consacrata.

 

Questo perché la piena conversione a Cristo non è mai facile e assodata. E più la vita procede e va avanti e più, allora, si cresce o altrimenti si decresce nel rapporto con Cristo e nel cammino verso Cristo.

 

Può succedere, certo, che all’inizio si cammini lentamente e rispondiamo con maggiore ostinazione e difficoltà alla grazia di Dio  – perché l’uomo vecchio ha ancora una presenza “maggioritaria” in noi – ma più si vive e si cresce, con l’aiuto della grazia, nell’esercizio quotidiano e fedele dei voti di obbedienza, povertà e verginità allora si può cominciare a correre di più, con agilità e in modo robusto, sperimentando così quello che molti testi biblici attestano: “Il Dio che mi ha cinto di vigore e ha reso integro il mio cammino, mi ha dato agilità come di cerve e sulle alture mi ha fatto stare saldo” (Sal 17, 33-34), “Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio;   la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza” (Sal 90,4) o, ancora, “Corro sulla via dei tuoi comandi, perché hai allargato il mio cuore” (Sal 118,32). E inoltre c’è la nota immagine paolina: “…se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno” (2Cor 4,7).

 

È, dunque, importante e indispensabile il carisma della vita religiosa nella vita di una Chiesa particolare, perché è un dono grande e un richiamo costante che “parla” a tutte le altre vocazioni ecclesiali ed annuncia qualcosa di assolutamente peculiare e che non potrebbe venire da altri. E questo vale sempre, ma in modo speciale nel contesto del cammino sinodale che stiamo vivendo.

 

“Sentitevi interpellati”, scriveva nel giugno scorso – in una lettera sul Sinodo rivolta alle religiose e ai religiosi – il card. João Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. E poi così continuava: “Pregate, riflettete, confrontatevi e condividete le vostre esperienze, le vostre intuizioni e i vostri desideri. Fatelo con la libertà di chi sa che la sua fiducia è in Dio e per questo riesce a superare ogni timidezza, senso di inferiorità o peggio ancora di recriminazione e lamentela. Fatelo nella minorità, mossi dallo Spirito Santo e per questo senza presunzione ma sentendovi corresponsabili…”.

 

Anche la Chiesa che è in Venezia confida molto su quelle che saranno le intuizioni e le indicazioni che giungeranno dalla vita consacrata. La comunità ecclesiale ha sempre bisogni di respirare costantemente con più polmoni: il laicato, i ministri ordinati, le persone consacrate.

 

Solamente  una Chiesa dal respiro così ampio, dall’orizzonte e dallo sguardo  allargato può essere una Chiesa capace ogni giorno di ascolto, di discernimento e di proposta evangelica di fronte alla nostra società e al nostro mondo, in un rapporto di simpatia ed empatia con tutte le realtà e tutte le persone che hanno bisogno di essere umanamente accolte e, nello stesso tempo, hanno bisogno di ricevere di nuovo o per la prima volta il dono della parola e della persona di Gesù, anche attraverso la semplice e (talora) povera ma “bella testimonianza” di ogni cristiano, di ognuno di noi, chiamato ad essere “ponte” tra Cristo e il mondo e trasmissione di Vangelo (ossia “buona notizia”).

Se separiamo il nostro rapporto con Gesù dal rapporto con il mondo e le persone, allora, finiremmo per perdere entrambi non riuscendo a raggiungere né Gesù né gli uomini né tantomeno a farli incontrare tra loro.

 

Anche per questo è davvero preziosa ed essenziale una testimonianza evangelica umile, ferma, forte e rinnovata della vita consacrata per la nostra Chiesa e per il mondo intero.