Omelia del Patriarca in occasione del Pellegrinaggio mariano diocesano a Venezia (Carmini / Frari) e dei Giubilei di professione religiosa (2 febbraio 2013)
02-02-2013

Pellegrinaggio mariano diocesano a Venezia

 

e Giubilei di professione religiosa in occasione della Giornata per la vita consacrata

 

(Carmini / Frari, 2 febbraio 2013)

 

Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia

 

 

 

 

 

Oggi, primo sabato di febbraio, abbiamo la coincidenza fra il pellegrinaggio mariano mensile e la festa della presentazione al tempio di Gesù. In Oriente questa festa era denominata ‘liturgia dell’incontro’ (Ippapante): l’incontro tra Gesù – portato al tempio da Maria e Giuseppe – e il vecchio Simeone. Ma, in realtà, è l’incontro di Gesù con il Padre e il popolo di cui è il Messia Salvatore.

 

Oggi si preferisce denominare questa festa ‘presentazione di Gesù al tempio’ e viene indicata da Paolo VI nell’esortazione apostolica ‘Marialis cultus’ come ‘memoria congiunta del figlio e della madre’. Una festa che – a metà strada tra il Natale e la Pasqua – unisce in modo chiaro, nell’offerta, la Madre e il Figlio. Così, oggi, leghiamo in unità la festa liturgica della presentazione del Signore al tempio, il pellegrinaggio del primo sabato del mese e, infine, gli anniversari di vita religiosa: 25, 50, 60, 70 e 75 anni di dono totale di sé al Signore.

 

Se in una Chiesa viene meno, si appanna e diventa evanescente la vita religiosa vuol dire che in quella Chiesa qualcosa non funziona’ Parliamo troppo poco della vita religiosa, quasi come se fosse un di più nella vita ecclesiale. La vita religiosa è essenziale alla vita della Chiesa. È profezia e dono totale, è indicare ai fratelli che hanno altre vocazioni il senso ultimo della loro vocazione che,  per i laici e i chierici, è il Signore Gesù e la vita eterna.

 

Quando in una Chiesa si spegne la vita religiosa vuol dire che siamo nel buio profondo. E allora è importante che il 2 febbraio sia veramente non solo la festa di alcuni fratelli e sorelle ma di tutta la Chiesa. Ringraziamo il Signore che in quest’Anno della Fede ci dona la possibilità di vivere questo momento di grazia e di vita ecclesiale.

 

Andiamo, per quanto è possibile, con un po’ d’ordine. La liturgia del 2 febbraio ci ricorda e rende presente come Gesù compie l’oblazione di sé al Padre e come la madre, insieme a Giuseppe, offre il Divino Figlio. La croce fa da sfondo a questa festa che, popolarmente, conosciamo come ‘Candelora’ e che lega bene il tempo di Natale con il tempo della Passione e della Pasqua. Infatti, la croce è la sintesi che compie il Natale e, nella realtà e nella verità del corpo offerto, dà consistenza e concretezza alla Pasqua: il Signore è veramente risorto.

 

I due cicli (natalizio e pasquale) e le due feste (dell’Incarnazione e della Risurrezione) trovano, il 2 di febbraio, la cerniera che lega, il collante che unisce. ‘Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2, 34-35). Si tratta dell’oblazione libera e totale del Figlio al Padre che accoglie tale dono nell’atto della risurrezione.

 

Betlemme, quindi, è intesa come piena e totale condiscendenza e dono di sé da parte del Figlio; la Pasqua è il ‘sì’ pieno e totale che il Padre dice al Figlio. Questi due ‘sì’ – quello del Figlio che si dona fino all’offerta totale di sé (i voti di povertà, castità e obbedienza) e quello del Padre che approva l’offerta del Figlio e ne compie, come ultima parola, la vicenda storica nel ‘sì’ del corpo glorificato – sintetizzano il senso della vita religiosa: l’uomo si dona, Dio accoglie questo dono.

 

Una donazione totale e gratuita di sé, perché i voti sono il dono totale della persona. Dono della propria volontà e del proprio corpo, rinuncia ai beni legittimi, dono totale di sé senza nulla chiedere. E’ il dono totale di Cristo e a questo dono totale risponde l’accoglienza del Padre.

 

Fedeltà radicale alle promesse battesimali e profezia della vita futura (ossia del mondo della risurrezione): questa è la vita religiosa. Il religioso e la religiosa, anche nella visibilità esteriore dell’abito, sono segno escatologico di una realtà che tutti attendiamo e che loro testimoniano in modo particolare nel dono totale di sé.

 

Il religioso e la religiosa che sono fedeli alla promessa – voto si ritrovano pienamente nelle parole che il vecchio Simeone pronuncia vedendo, e stringendo tra le braccia, il bambino Gesù: ” i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te” (Lc 2, 30-31).

 

Il religioso e la religiosa che ‘vivono’ la fedele appartenenza al Signore, in realtà, vedono qualcosa che gli altri non riescono a scorgere. Lo sguardo e il cuore della persona – che si è donata totalmente al Signore nell’obbedienza, nella verginità e nella povertà – scorgono quello che non può vedere chi non vive tale intimità col Signore.     

 

La religiosa e il religioso, quindi, partecipano in modo particolarissimo della sapienza di Dio, hanno il gusto delle cose di Dio perché gli appartengono. La sapienza – il gusto delle cose di Dio – è quella docilità abituale che appartiene alla persona sotto forma di dono e che le permette – in forza del gusto delle cose di Dio – di vivere la carità e di compiere gesti di carità che hanno la loro origine dai pensieri e dalle parole della carità.

 

La carità è pienezza della fede, è la fede tradotta in una storia. Ecco perché la Chiesa ha sempre ritenuto che la vita religiosa fosse uno stato oggettivo di perfezione, ecco perché in una Chiesa dove si spegne il carisma della vita religiosa e dove non ci sono più giovani affascinati da questa chiamata particolare vuol dire che qualcosa non funziona…

 

Nella particolare consacrazione a Dio – e vorrei che ciò fosse oggetto della vostra riflessione di oggi, carissimi fratelli e sorelle che avete ricevuto il dono della vita religiosa – tutto si gioca in un rapporto che vi chiama a seguire Gesù in un legame, in una vicinanza e in un’appartenenza più grandi.

 

Se il matrimonio è figura dello stretto legame tra Cristo e la Chiesa – così ce lo descrive S. Paolo nella lettera agli Efesini: ‘Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!’ (Ef 5,32) – la vita religiosa, in quanto dono immediato e pieno di tutta la vostra persona a Cristo attraverso i voti, ne è allora la realizzazione diretta. Non più il ‘segno’ del rapporto con Cristo.

 

Leggiamo e meditiamo la preghiera della Colletta che si recita nella messa per le vocazioni religiose: ‘Padre santo, che chiami tutti i tuoi figli alla carità perfetta”. Notiamo bene: tutti sono chiamati alla perfezione della carità (cap. 5 della Lumen gentium). Ma, poi, la preghiera continua e dice: ” e inviti alcuni a seguire più da vicino le orme del Cristo tuo figlio”. Qui si afferma che alcuni sono invitati ad una sequela più diretta, più intima, più vicina. La preghiera, infine, così conclude: ” dona a coloro che hai scelto per essere interamente tuoi di manifestarsi alla Chiesa e al mondo come segno visibile del tuo regno’.

 

L’augurio ai nostri fratelli e sorelle consacrati, accompagnato dalla nostra preghiera, simpatia e stima di Chiesa, è che sappiano essere nel nostro mondo – così secolarizzato e così incline a vivere giocando tutto e unicamente sul momento presente – reali, concreti e gioiosi segni visibili e autentici di Dio. Insomma: siate il Vangelo affascinante di chi si dona totalmente a Dio nella gioia!

 

A voi carissimi fratelli e sorelle – che oggi ricordate, festeggiate e dite il vostro ‘grazie’ a Dio per essere stati chiamati a seguire il Signore Gesù più da vicino – auguro che, con la vostra vita personale e con quella delle vostre comunità, siate testimonianza viva di quella preghiera che il Signore Gesù ci ha insegnato – il Padre nostro -, quella preghiera che troppe volte i cristiani si limitano a recitare ma non a esprimere nella vita.

 

Il Padre nostro sia per voi allora un programma di vita fedele, espressione dei voti vissuti con totale radicalità evangelica. Il Padre nostro vissuto sia il vostro impegno e la vostra testimonianza  in quest’Anno della Fede!