OMELIA ALLA CELEBRAZIONE EUCARISTICA IN OCCASIONE DEL 25° ANNIVERSARIO DELL'ELEZIONE DEL CARD. ALBINO LUCIANI A PAPA GIOVANNI PAOLO I (26 agosto 2003)
26-08-2003

1. «O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11, 33-34). Queste parole della Seconda Lettura possono far pensare, di primo acchito, alla singolare brevità del pontificato di Giovanni Paolo I, la figura che, in occasione del 25° anniversario dell’elezione a successore di Pietro, le Chiese nel Triveneto – a cominciare dalle Diocesi di Belluno-Feltre, di Vittorio Veneto e dal Patriarcato di Venezia – intendono celebrare nel presente gesto eucaristico.
Ma se ci immedesimiamo più profondamente con l’Apostolo che contempla commosso l’abisso tanto inaccessibile quanto splendente di Dio, un analogo stupore ci sorprende e ci porta oltre l’ennesimo impotente tentativo di penetrare umanamente le ragioni del ‘pontificato breve’. Ci conduce, commossi e grati, a considerare, nella sua totalità, la singolare figura di cristiano, di sacerdote, di vescovo e di pontefice del venerato Papa Luciani. In tutta la Chiesa, infatti, sta crescendo la consapevolezza che l’avventura cristiana di Albino Luciani rappresenta un passo particolarmente significativo nell’adempiersi del disegno salvifico di Dio nella storia. Ne è autorevole conferma la decisione della Santa Sede di affidare ufficialmente – su proposta di S. E. Mons. Vincenzo Savio – alla diocesi di Belluno-Feltre l’inizio del processo di beatificazione e canonizzazione.
Ed è particolarmente doveroso e commovente che il 25° anniversario della sua elezione sia celebrato, alla presenza di autorità e di popolo, in questa chiesa parrocchiale di Canale d’Agordo, autentico cuore di tutto il paese, che lo accolse il giorno del suo Battesimo comunicandogli quella fede che in lui brilla, spontanea ed indispensabile, come il respiro per la vita.

2. Qual è la natura della fede semplice ed adamantina di cui questo straordinario pastore, catechista di genio e comunicatore perspicuo, poté, fin dai primissimi istanti della sua vita, beneficiare? Essa poggia sulla chiamata amorevole di un Padre. Dalla risposta a questa chiamata scaturisce in Albino la consapevolezza che la vita in quanto tale è vocazione. Nella variopinta trama delle circostanze e dei rapporti una mano tenera e forte, quella di Dio Padre, tesse progressivamente, con l’ordito degli affetti e del lavoro, l’esistenza del cristiano.
L’oracolo del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella Prima Lettura, lo sottolinea con chiarezza: «In quel giorno chiamerò il mio servo (‘) lo rivestirò (‘) lo cingerò (‘) e metterò il tuo potere nelle sue mani» (Is 22, 20-21). Il Signore conosce, da sempre e per nome, ciascuno di noi. Egli ci pone e ci sostiene nell’essere e, soprattutto, con la Sua opera di salvezza, ci chiama ad aver parte al Suo imperscrutabile disegno di misericordia. Né potrebbe essere diversamente dato che «da Lui, grazie a Lui e per Lui sono tutte le cose» (Rm 11, 36).
Il Padre di Gesù Cristo e Padre nostro, infatti, è l’origine unica e sempre efficacemente attuale di tutta la creazione, di tutta l’umanità e della sua storia. Egli è la fonte prima e inesauribile di ogni evento, è l’alfa e l’omega di tutto. A partire da questo sguardo commosso sul Padre, tenace vigore di ogni cosa, imparato fin dal grembo materno – quello della sua famiglia e di questa sua comunità ‘ la fede di Albino, che sempre più sta meravigliando il mondo, lo ha portato a partecipare degli stessi sentimenti di cui ci ha parlato San Paolo. Non per nulla egli scrive: «Noi cristiani siamo i figli della speranza, siamo lo stupore di Dio» .
Solo un simile sguardo, che sa riconoscere in ogni frammento di realtà l’Origine, dà all’uomo la possibilità di conoscersi veramente, nei suoi pregi e nei suoi limiti. Non si è compiutamente uomini finché non si raggiunge questa autocoscienza. In Albino Luciani essa possiede la fisionomia splendente della virtù dell’umiltà, che il popolo cristiano ha subito riconosciuto ed amato in lui. In Giovanni Paolo I l’umiltà è il primo fiore prezioso di quella fede, vero e proprio respiro della vita, che egli ha imparato qui, in questo paese nella e nostra bella terra veneta. Un cristiano che vive così può apparire a molti indifeso. Invece, paradossalmente, riesce a disarmare i potenti e perfino a confondere gli orgogliosi. In ogni caso un simile ‘umile cristiano’ diventa autorevole . Basti pensare agli accurati e penetranti consigli offerti dal Patriarca Luciani ai politici, nell’immaginario scambio epistolare con San Bernardo, uno dei più gustosi capitoli di Illustrissimi . Fossimo capaci di riproporli con pari delicatezza anche oggigiorno ai politici, e non solo a quelli nostrani!
L’umiltà di Albino Luciani si rivela quindi come un frutto della vita di fede e non può, pertanto, essere ricondotta ad un dato di temperamento o di carattere. Lo si vede con chiarezza proprio leggendo le quattro Catechesi del Mercoledì di quel singolare settembre del 1978: in esse l’umiltà apre la porta della fede, della speranza e della carità. Attingendo con libertà e sagacia al ricco scrigno della tradizione e attraverso citazioni di santi e letterati – da Dante a Trilussa, da Agostino a Ozanam, da Francesco di Sales a Pietro Claver – il Papa introduce i fedeli, in modo gustoso ed immediato, alla fede semplice e costante che ‘fa’ l’autentico cristiano.

3. La coscienza che il disegno di Dio regge tutta la storia nella libertà e per la libertà, e che la vita stessa è vocazione – i due pilastri portanti dell’umile fede da cui Albino Luciani derivò l’equilibrata consapevolezza di se stesso ‘ non sarebbe ancora fino in fondo illuminata se non considerassimo anche il riverbero nella sua persona di quel tratto irrinunciabile che profila il volto di ogni personalità cristiana matura. Mi riferisco alla missione.
Questo aspetto decisivo della figura di Giovanni Paolo I, successore di Pietro, si staglia nettamente sullo sfondo del brano del Vangelo testé proclamato, che propone l’intenso dialogo tra il Risorto, nel Suo corpo reale e glorioso e Pietro, l’appassionato pescatore di Galilea. È qui in gioco tutta la missione petrina per la quale Dio prepara ogni successore del principe degli Apostoli, fin dal suo concepimento. Gesù ci dice che questa missione è comprensibile solo a partire dall’amore. Non si dà vera autorità, a nessun livello ‘ familiare, educativo, sociale, politico o religioso ‘ se non a partire dall’amore. L’amore soltanto, infatti, può muovere la libertà dell’altro e farlo crescere. E la crescita della persona e del popolo definisce in modo esuriente la missione dell’autorità (auctoritas da augeo, ‘far crescere’).
«Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?» (Gv 21,15). La triplice domanda di Gesù a Pietro, prima di essere una richiesta, è un’offerta di amore. Anzi può diventare richiesta proprio perché scaturisce dall’offerta di perdono a colui che per tre volte Lo aveva tradito senza tuttavia mai cessare di amarLo. All’origine di ogni missione cristiana sta questo amore redentore del Signore Gesù. Un amore assoluto, perché resta fedele anche quando l’altro sembra allontanarsi. La missione può sgorgare solo da una sovrabbondanza di grazia elargita alla nostra persona.
Tale grazia, che è Gesù Cristo stesso, chiama la libertà a coinvolgersi. «Il gondoliere fa corpo con la sua gondola; non si muove di movimento proprio; si lascia invece muovere dal movimento della gondola in cui si trova» : così il Patriarca Luciani, facendo ricorso alla sua straordinaria forza comunicativa, descrive il metodo della sequela Christi nell’Omelia della solenne Festa veneziana del Redentore l’anno stesso della sua elezione pontificale.
Solo se siamo grati alla trascinante iniziativa di amore che, in Gesù Cristo, ci ha paternamente abbracciati diventiamo spontaneamente capaci di farne partecipi quanti incontriamo ogni giorno.
La missione è una dimensione del rapporto con l’altro cui l’amore spalanca: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 22, 16). Il ministero affidato dal Risorto a Pietro e, quasi duemila anni dopo, a Papa Luciani, costituisce la più gravosa forma oggettiva di partecipazione alla missione che lo stesso Gesù ha ricevuto dal Padre. La cura redentrice che il Padre ha voluto realizzare inviando il Suo Figlio permane, per opera dello Spirito, nell’oggi della storia in forza della partecipazione sacramentale dei ministri ordinati, e in modo pieno, dei successori degli apostoli, legati in vincolo di comunione cum Petro e sub Petro.
Giovanni Paolo I fu ben consapevole della gravità del compito e, soprattutto, di quale fosse l’atteggiamento con cui doveva eseguirlo.
Nel discorso al Clero romano del 7 settembre 1978, il Papa ricordava la sentenza di Agostino: «Praesumus, si prosumus»: noi Vescovi presiediamo, se serviamo. Il ministero ordinato si attua nell’immedesimazione libera e piena a Gesù, Buon Pastore, che dà la vita per le Sue pecore. Questa incessante tensione ad essere una cosa sola con Cristo per il bene della Chiesa fu immediatamente ravvisata dal popolo cristiano sul volto di Papa Luciani, nei brevi giorni del suo pontificato. Forse, ma non solo, a partire dal suo sorriso. Tutti noi lo abbiamo ancora negli occhi come una lezione indelebile. Egli non ha temuto il giogo del pontificato perché si affidò alle parole di Gesù: «il mio giogo è soave, il mio carico è leggero» (cfr. Mt 11,30). E fu veramente così per Albino Luciani proprio perché egli, fin dal concepimento, imparò, in questa terra, quella fede intesa come naturale respiro della vita cristiana. L’esperienza percepisce che non v’è amore ‘ come ci richiama, ma soprattutto ci testimonia, instancabilmente Giovanni Paolo II ‘ senza ‘dono totale di sé’. Per un simile uomo un giorno è veramente come i mille anni del Salmo .

4. Vita come vocazione, imponenza del disegno di Dio, fede e umiltà, disponibilità alla missione e incondizionata imitazione di Cristo fino all’offerta della propria vita: ecco le pietre miliari della strada che Papa Luciani ha tracciato per tutti i cristiani.
E noi? ‘ Noi, di fronte all’urgente richiamo che questa sera egli ci ripropone?
Limitiamoci ad un’umile preghiera che ciascuno potrà modulare in chiave personale a partire dalle parole dello stesso Pontefice: «La Vergine, che ha guidato con delicata tenerezza la nostra vita di fanciullo, di seminarista, di sacerdote e di Vescovo, continui ad illuminare e a dirigere i nostri passi» .
In quest’anno del Rosario, la filiale devozione mariana di Papa Luciani spinga tutti a continuare o a riprendere, con semplicità, la saggia abitudine dei nostri padri di recitare la corona ogni giorno in famiglia, nei quartieri, in parrocchia. Contemplare i misteri della vita di Gesù, presi per mano dalla Sua e nostra Madre, sarà la miglior scuola per invocare la fede semplice. Questa fede, respiro naturale della vita, è qualcosa di assai antico, eppure è la novità cui aneliamo con forza. Senz’ombra di dubbio questo è ciò di cui le nostre terre venete hanno, soprattutto oggi, maggiormente bisogno. Amen.