Omelia ai funerali di mons. Paolo Donadelli (Chiesa arcipretale S. Giovanni Battista - Jesolo, 24 novembre 2012)
24-11-2012

Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia

 

ai funerali di mons. Paolo Donadelli

 

(Chiesa arcipretale S. Giovanni Battista – Jesolo, 24 novembre 2012)

 

 

 

 

Carissimi amici,

 

è questo il momento triste e difficile del distacco da un amico, soprattutto da chi vi è stato padre. Ma, per la comunità cristiana, questo è il tempo della fede nel Risorto. E’ il tempo della preghiera e della certezza perché don Paolo è nella gioia di Gesù risorto.

 

La morte porta in sé qualcosa di irripetibile perché irripetibile è la persona che muore. Ma la morte di un prete, che ha vissuto realmente il suo sacerdozio, reca in sé qualcosa di particolare che si lega al suo essere prete.

 

Carissimi confratelli, mi rivolgo specialmente a voi: il nostro sacerdozio – non dimentichiamolo – è dato a noi per gli altri e, così, il nostro esser per gli altri si ripercuote in tutta la nostra vita e vale anche per il nostro morire.

 

L’evento della morte non può essere ridotto a fatalità o incidente di percorso; la morte, in realtà, è il vero compimento della vita, il compiersi in noi del mistero di Cristo morto e risorto, qualcosa che è iniziato nel momento del nostro battesimo.

 

Il prete, solo perché tale, non è migliore degli altri uomini. Certamente, però, il prete è dono particolarissimo di Dio al suo popolo. Il prete per la sua comunità è chiamato ad essere, innanzitutto, segno vero e reale del Signore; tutte le altre cose che possono accompagnare il prete – come la presunta profondità biblico-spirituale, la capacità pastorale-organizzativa, l’eventuale originalità creativa – vengono dopo e non vanno troppo enfatizzate. Ciò che, invece, conta è essere segni di Gesù buon pastore.

 

         Don Paolo, per la sua comunità, ha voluto essere innanzitutto prete e di questo lo ringraziamo. La sua comunità è stata, di volta in volta, non quella che lui si era eletta o scelta o immaginata, secondo quanto aveva in animo, ma quella a cui era mandato e che gli veniva affidata dai suoi vescovi.  Il prete funziona così quando è realmente prete!

 

La sua comunità, quindi, fu dapprima Santa Maria Goretti a Mestre, poi San Lorenzo a Mestre e poi, ancora, San Ignazio al Lido; infine, San Giovanni Battista a Jesolo. Così il prete, anche nel morire, appartiene in modo particolare agli altri; in lui, il morire, come ultimo atto del vivere terreno, rivela una volta di più chi è il prete.

 

Don Paolo – negli incontri che ho avuto con lui in questi mesi, per lui faticosi ma preziosissimi – mi è, da subito, apparso uomo di fede pienamente abbandonato a Dio e al suo volere, desideroso di prepararsi per compiere al meglio il supremo atto d’obbedienza che l’uomo nel suo essere creaturale possa compiere: il distacco anche fisico da sé.

 

L’obbedienza dell’ apostolo Pietro che, come abbiamo ascoltato nel vangelo, si fida oltre ogni evidenza umana di Gesù, ha illuminato i giorni della sofferenza di don Paolo, in cui Gesù stesso poneva nel suo fragile e provato corpo le stigmate eterne della risurrezione, attraverso il cammino oscuro e luminoso della croce. Grazie don Paolo per la tua fede!

 

Soprattutto in questi ultimi mesi il Signore ti ha chiesto, ripetutamente, di gettare le tue reti in mare dopo notti di pesca inutile e tu non ti sei mai tirato indietro: ‘Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti’ (Lc 5,5). Questa è sempre stata la tua risposta, caro don Paolo.

 

La prima lettura, poi, ci ha ricordato con forza che tutti – anche quelli che sembrano i più forti – siamo vasi di creta e che la nostra fragilità è ciò di cui Dio si serve volentieri: “siamo tribolati ma non schiacciati; siamo sconvolti ma non disperati; …portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2 Cor. 4, 8.10).

 

Durante questi mesi tutti abbiamo potuto vedere in don Paolo l’uomo che crede, il sacerdote temprato nelle cose di Dio e che, nonostante ogni contrarietà, sa bene in chi ha posto la sua fede e il suo amore.

 

Il vangelo della pesca miracolosa era particolarmente caro a don Paolo e ora siamo certi che il nostro caro don Paolo, ormai al largo – sulla barca con Gesù, gettate di nuovo le reti – gioisce col suo Signore della pesca miracolosa, vedendo anche quanto bene Dio ha fatto, durante la sua vita terrena, attraverso il suo sacerdozio.

 

Questa bella pagina lucana – che da oggi ci è ancora più cara – va letta nella luce del vangelo che per il cristiano illumina tutto, ogni distacco, ogni sofferenza, ogni lutto, ossia il Vangelo per eccellenza: la croce e il sepolcro vuoto, l’annuncio angelico alle donne giunte al sepolcro.

 

“Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E’ risorto, non è qui’ Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto’ (Mc 16, 6-7).

 

Al fratello e alla sorella la particolare vicinanza del Patriarca e del presbiterio della Chiesa di Venezia, dei religiosi e dei fedeli laici. Un grazie particolare a don Massimiliano e a tutti i sacerdoti che, in modi diversi, sono stati vicini a don Paolo e alla comunità di S. Giovanni Battista di Jesolo in questo periodo.