Intervento del Patriarca Scola nel decennale del Centro per la Formazione e la Consulenza della coppia e della famiglia - Diocesi di Rovigo (25 ottobre 2003)
Rovigo 25 ottobre 2003
25-03-2004

Decennale del Centro per la Formazione e la Consulenza della coppia e della famiglia
Consultorio Familiare Diocesano
Diocesi di Rovigo

FAMIGLIA E SOCIETÀ
Lavorare per la buona relazione di coppia è lavorare per la buona relazione civile

Rovigo 25 ottobre 2003
Ore 11

+ Angelo card. Scola
Patriarca di Venezia

1. Un contrasto doloroso
Il lavoro di un Centro come il Vostro, di cui oggi celebriamo il decennale, deve necessariamente fare i conti con una domanda che nessuno di noi può evitare: la visione cristiana della sessualità, dell’affezione, del matrimonio, della famiglia e della vita ‘ fattori costitutivi dell’esperienza umana elementare ‘ è veramente realista? È possibile per gli uomini e le donne del nostro tempo, immersi come sono nella complessità propria della società contemporanea, fare esperienza di quanto la Chiesa propone? La visione e la prassi della sessualità, dell’amore e della vita (fecondità-procreazione) ‘ il cui intreccio sono solito denominare, con un’espressione sintetica, mistero nuziale – così come sono costantemente proposti dal Magistero della Chiesa sono veramente un bene per l’uomo o, al contrario, non costituiscono forse, come ormai sostengono in tanti , una violenta e rigida invasione di un campo così delicato come quello della libertà individuale e della coppia? .
Questa domanda si fa ancora più impellente se si tiene conto che oggi ad essere in crisi è soprattutto la coppia e non tanto la famiglia come tale. Infatti gli studiosi di scienze umane riconoscono che, sorprendentemente, la voglia di famiglia è assai diffusa e che la famiglia resiste, tanto nella sua forma che nel suo significato. Resiste la forma della famiglia: nell’immaginario collettivo essa continua ad essere intesa come coppia orientata alla generazione del figlio o figli (questo orientamento vale anche e contrario per la coppia che sceglie di escludere la prole). In secondo luogo resiste anche il significato della famiglia, concepita come ambito della umanizzazione, cioè della maturazione della coppia attraverso l’esperienza dell’amore reciproco, cui si accompagna in modo essenziale l’apertura alla generazione ed educazione (umanizzazione) del figlio. Nessuna meraviglia, allora, che coppie di fatto e coppie omosessuali abbiano la pretesa di essere riconosciute come ‘famiglie’.
Al di là del fatto che la gente, quando pensa alla famiglia, la pensi in senso pieno e totale, dobbiamo, però, chiederci: quale famiglia resiste? Evidentemente non possiamo nasconderci che a resistere è una famiglia debole, caratterizzata da due elementi: quello della privatezza e quello della fragilità . L’elemento della privatezza è chiaramente riscontrabile in riferimento alla società come tale . In ultima analisi la famiglia tende ad essere ridotta all’esito di un contratto privato, recepito unicamente per il rilievo economico – per giunta pensato poco significativo – che le due parti contraenti vi possono avere.
A quello della privatizzazione si somma poi il dato della fragilità. La famiglia, già in sé così isolata, è ulteriormente indebolita dalla crisi che oggi colpisce la persona. Crisi dalle molteplici ragioni, che finisce sempre per riversarsi sulla vita familiare. La crisi della persona si dilata, come abbiamo visto, in quella della coppia, cui si aggiungono la crisi del matrimonio come tale, la confusione e la perdita d’identità degli status di padre e di madre e la trasformazione delle funzioni attribuite alla famiglia. Una simile precarietà dei rapporti fa della famiglia un luogo in sé fragile, anche se desiderato e vissuto soprattutto come rifugio per difendersi da una società troppo spesso conflittuale e disumana .
Un’azione ecclesiale che voglia prendersi cura del bene della famiglia deve considerare anzitutto questa situazione di fatto ed interrogarsi sulle ragioni profonde che la determinano. Un sano realismo, infatti, ci obbliga a riconoscere quello che è un dato ormai evidente: la frattura, sempre più profonda, tra cultura dominante e visione cattolica in merito a dimensioni -sessualità, amore e vita ‘ tanto decisive per l’esistenza quotidiana di ogni uomo e di ogni donna, a qualsiasi latitudine. Prima della ‘rivoluzione sessuale’ si trattava di un contrasto che opponeva la Chiesa ad alcune élites culturali di impronta libertina o romantica. Oggi, invece, il contrasto è tra la proposta della Chiesa e la grande massa della popolazione, senza purtroppo escludere parecchi battezzati .
Non pochi studiosi hanno osservato che il conflitto tra l’esperienza cristiana e la cultura dell’erotismo pervasivo ha preso il posto e l’importanza di quello tra cristianesimo e rivoluzione. Tale cultura infatti, attaccando al cuore il mistero nuziale, radicalizza la visione dell’uomo-donna proposta dalla parabola della modernità. E sappiamo che l’uomo-donna costituisce ‘ insieme con anima e corpo, individuo e comunità – la chiave imprescindibile per rispondere alla domanda chi è l’uomo? . Anche ad uno sguardo relativamente superficiale, la pretesa di questo clima culturale erotistico appare sostenuta dalla convinzione, presentata come ovvia, che si possa abolire la differenza sessuale. Siamo in presenza di una gravissima ferita inferta all’esperienza umana elementare che, nella prospettiva di un sistematico trasferimento dei processi tecnologici di fecondazione dalla zootecnia all’ambito umano (clonazione), potrebbe rendere effettivo, per la prima volta nella storia, il rischio, paventato da Lewis, di abolizione dell’uomo stesso.
Occorre, quindi, prendere sul serio ed affrontare con il massimo rigore e nello stesso tempo con la massima apertura possibili la drammatica rottura cui abbiamo fatto riferimento, impedendo che essa si trasformi in assoluta incomunicabilità. Senza dimenticare che anche noi, figli del nostro tempo, sulla decisiva questione del mistero nuziale rischiamo di essere preda della confusione dominante.
Solo affrontando di petto questa situazione potremo rendere credibile l’affermazione di Familiaris consortio: «la stessa esperienza di comunione e di partecipazione, che deve caratterizzare la vita quotidiana della famiglia, rappresenta il suo primo e fondamentale contributo alla società» .

Nella presente riflessione procederemo in due tappe.
In primo luogo faremo una breve ricognizione di carattere culturale della modalità con cui la mentalità dominante affronta il nesso famiglia-società. Utilizzando qui il termine ‘cultura’ in tutto il suo spessore, come esperienza e riflessione sistematica e critica sull’esperienza stessa. Giovanni Paolo II ha mostrato come da un’autentica esperienza umana nasca sempre una cultura e fiorisca una civiltà. Afferma il Papa: «Genus humanum arte et ratione vivit (cfr. S. Thomae ‘In Aristotelis ‘Post. Analyt.’, 1) [‘] Il significato essenziale della cultura consiste, secondo queste parole di san Tommaso d’Aquino, nel fatto che essa è una caratteristica della vita umana come tale [‘] l’uomo non può essere fuori della cultura. La cultura è un modo specifico dell’ ‘esistere’ e dell’ ‘essere’ dell’uomo» . Per il Papa tra esperienza elementare e cultura c’è un nesso irrinunciabile, reso ancora più evidente dal fatto che il termine cultura è correlato – se non derivato – a coltura ed ha la stessa radice di culto. Coltura richiama a noi veneti la nostra tradizione contadina, oggi significativamente evoluta e all’avanguardia perché è stata capace di coniugare il nuovo con l’antico. È questo un dato che ci costringe a riconoscere come non ci sia frattura tra la nostra attuale società e la lunga storia della nostra terra veneta. Un autentico modello di civiltà domanda pertanto il coraggio di un sapiente innesto, così che tutto il meglio dell’antico possa alimentare il nuovo. In secondo luogo cultura ha la stessa radice di culto. Questo ci aiuta a capire come la fede dei nostri padri sia non soltanto attuale, ma assolutamente decisiva per affrontare le odierne sfide culturali.
A questo punto, nella seconda parte della nostra relazione, presenteremo gli elementi fondanti del rapporto famiglia-società.

2. Il peso dell’ideologia dell”erotismo pervasivo’
Come approccio alla prima questione ‘ la modalità con cui la mentalità dominante affronta il rapporto famiglia-società – può essere utile far riferimento ad una delle ultime polemiche che hanno riempito i giornali non solo nel nostro paese.
Mi riferisco alla accoglienza che molti commentatori hanno riservato al documento Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, pubblicato dalla Congregazione della Dottrina della Fede il 31 luglio 2003. Si può parlare, senza timore di essere esagerati, di una vera e propria ‘levata di scudi’ contro le indicazioni della Congregazione. A questo dato ‘di cronaca’ occorre poi aggiungerne altri provenienti dal mondo politico. A titolo di esempio, potremmo citare la relazione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione Europea, approvata il 4 settembre 2003 dal Parlamento Europeo ‘ sia pure con una maggioranza risicata ‘ che raccomanda ai Paesi membri di riconoscere le relazioni di coppia, anche tra persone dello stesso sesso, conferendo loro gli stessi diritti riconosciuti alle relazioni coniugali e abolendo in particolare ogni ‘discriminazione’ degli omosessuali in materia di diritto al matrimonio e all’adozione di minori. Lo stesso giorno il Parlamento ha approvato, anche in questo caso a stretta maggioranza, una risoluzione nella quale si ‘disapprova vivamente’ quanto affermato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nelle citate Considerazioni.
Non sono mancate, dobbiamo dirlo, voci autorevoli che hanno sottolineato la coerenza delle indicazioni della Chiesa in questa materia con l’ordinamento costituzionale italiano. Basti citare quanto ha scritto Massimo Vari, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, sulle pagine de Il Corriere della Sera: «il documento è in piena sintonia con un ordinamento laico come il nostro» .
Non è questa la sede per addentrarsi ad approfondire l’articolata riflessione che il documento vaticano propone. Dalla nostra riflessione esula anche l’aspetto morale dell’omosessualità così come le implicazioni giuridiche. La prospettiva in cui dobbiamo collocarci per la nostra sommaria descrizione è quella antropologica, cioè della visione dell’uomo e della società che soggiace alla critica radicale delle posizioni della Chiesa.
Dobbiamo, per forza di cose, essere schematici. La visione antropologica dell’ideologia sottesa a questa critica (l’ideologia ‘ secondo Marx ‘ è sempre negativa perché è un sapere che ‘cela la sua radice’: è perlomeno ambivalente) che possiamo, per comodità, chiamare liberal-radicale ‘ un’ideologia trasversale ai più diversi schieramenti politici e sempre più diffusa nelle società occidentali ‘ si regge su alcuni fondamentali presupposti. Vediamo quali.
a) ‘Esistere nella differenza sessuale’ non appartiene alla fisionomia costitutiva di ogni uomo di qualunque tempo. L’identità sessuale del singolo si riduce a un mero orientamento condizionato da molti fattori e come tale assolutamente superabile: per finire uno può scegliere a quale sesso appartenere e se essere omo od etero-sessuale o entrambe le cose. In tal modo si finisce col negare il concetto di natura. Invece un concetto dinamico ed aperto di ‘natura umana’ è insuperabile!
b) La libertà umana si esaurisce nella capacità di scelta (libero arbitrio) e non ha altro limite che un generico ‘bene sociale’, così come esso viene considerato dalla legislazione positiva. La regola aurea ‘non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te’ è concepita di fatto minimalisticamente.
c) Il matrimonio e la famiglia sono ridotti ad una joint-venture di carattere privato, al limite senza alcun rilievo sociale.
Anzitutto siamo di fronte alla negazione e alla rottura del nesso intrinseco tra differenza sessuale (uomo-donna), amore (matrimonio) e vita (famiglia). In quest’ottica si capisce bene perché non venga riconosciuta alcuna rilevanza sociale né giuridica alla differenza sessuale. Da ciò consegue la completa omologazione di qualunque tipo di relazione affettiva.
Come è evidente, siamo agli antipodi di una visione umana autentica ed integra che invece la proposta cristiana propugna.

3. Alle origini del rapporto famiglia-società
L’analisi culturale cui abbiamo fatto cenno non vuole assolutamente cedere a lamentazioni pessimistiche o a sterili nostalgie di tempi ormai definitivamente tramontati. Il nostro vuole essere solo sano realismo teso a segnalare due urgenze per i cristiani.
Da una parte è ormai imprescindibile approfondire la verità del mistero nuziale ‘ intreccio indissolubile di differenza sessuale, dono di sé (amore) e vita (fecondità e procreazione) ‘ come espressione affascinante del disegno del Padre sulla natura dell’uomo e della comunità. Dall’altra, siamo chiamati a rendere testimonianza ‘ è questa l’unica vera via del dialogo con gli uomini di oggi senza alcuna preclusione ‘ della bellezza e della convenienza presenti in questo mistero.
Lo scopo di questo secondo passo del nostro breve percorso, quindi, consiste nel riconoscere da quale fonte scaturisce il rapporto famiglia-società. Lo faremo in quattro tappe.

a) La genealogia della persona umana
Partiamo da un dato di esperienza elementare. Qualcosa di cui la maggioranza di Voi che mi ascoltate ha esperienza: la nascita di un figlio.
Che cosa avviene quando nasce un figlio? Nessuno può negare che, di fronte al proprio bambino appena nato, la madre e il padre vivano sentimenti apparentemente tra loro contrastanti. Per un verso essi riconoscono che non c’è nulla di più profondamente ‘proprio’ di quel figlio. Egli ‘ha parte’ con loro. Per un altro verso, altrettanto radicalmente, percepiscono che nulla è più ‘ricevuto’. Il figlio non è loro ‘proprietà’. È un’altra persona, non il prolungamento della persona dei suoi genitori. È proprio in forza di questo dato che la vita dei genitori cambia: dal momento in cui è nato un figlio la loro vita deve misurarsi con una nuova persona. Potremmo dire: è figlio vostro, ma non è vostro possesso, non dipende ultimamente da voi, è altro da voi.
Giovanni Paolo II, nella Lettera alle famiglie, illumina questa esperienza elementare con un’affermazione di grande profondità: «nella biologia della generazione è inscritta la genealogia della persona» .
La stessa parola usata per definire questo fenomeno ‘ procreazione ‘ indica con chiarezza questa realtà. Uno dei più classici dizionari della lingua italiana sottolinea che il prefisso pro, «quando si tratta di parentela assume il significato di ‘oltre’» . All’interno della procreazione umana viene segnalato un fattore che sta oltre i genitori (pro-creatori), a cui essi stessi sono chiamati a dare, in qualche modo, testimonianza. Non a caso, per esempio, in tedesco il termine procreazione (Zeugung) ha la stessa radice del termine testimonianza (Zeugnis). Questo dato rende immediatamente evidente che tra la riproduzione animale e la procreazione umana c’è una differenza radicale. Nella riproduzione animale il frutto dell’accoppiamento tra il maschio e la femmina, infatti, è semplicemente un nuovo individuo della stessa specie. Il frutto della procreazione umana invece è un’altra persona, «un nuovo uomo, questi porta con sé al mondo una particolare immagine e somiglianza di Dio stesso» .
La fede illumina questo mistero: nella procreazione l’amore creatore del Padre celeste consiste nel fatto che Egli ‘ cito il Santo Padre – «’ha voluto’ l’uomo sin dal principio ‘ e ‘ lo ‘vuole’ in ogni concepimento e nascita umana. Dio ‘vuole’ l’uomo come un essere simile a sé, come persona» . Dove sta l’origine di questa potenza creativa (potentia creandi) del Padre? Nella sua potentia generandi . Nel mistero della Trinità il Padre genera il Figlio ed il Padre ed il Figlio spirano come Frutto perfetto la persona dello Spirito. Generazione, procreazione e riproduzione: ecco i tre livelli ‘ tra loro profondamente diversi – della fecondità. Se capita bene la loro diversità spiega per esempio perché non si possano applicare all’umana procreazione tecniche e modalità proprie della riproduzione animale. Allo stesso modo non si può trattare la procreazione come la generazione. Di generazione in senso proprio si può parlare solo in Dio. La procreazione umana è adeguata, libera e completa solo se tiene conto del pro, dell’oltre di Dio. Nessuno ha diritto al figlio, nessuno ne è padrone. Senza questo fondamento l’amore di una coppia matrimoniale perde la sua fisionomia. E allora non si capisce la sua oggettiva apertura alla vita. Al contrario sulla certezza di essere voluti dal Padre che sta oltre, poggia la consistenza della personalità. Avvelenare questa certezza positiva, fino al punto di soffocarla, è il delitto più grave che si possa commettere contro le giovani generazioni.
Occorre però fare un secondo passo.

b) Il matrimonio ‘conviene’ all’amore tra uomo e donna
Un figlio, una nuova persona umana, implica sempre un padre e una madre, implica sempre un uomo e una donna che si donano vicendevolmente e che, in questa donazione reciproca, diventano fecondi. Parlare di ‘figlio’ implica sempre il parlare di differenza sessuale, di dono di sé e di fecondità, i tre fattori del mistero nuziale che sono inseparabilmente congiunti.
Contro ogni spiritualismo disincarnato che tende ad abolire il dato della differenza sessuale, la lettura cristiana della sessualità la inscrive nel disegno di Dio di creare l’uomo a sua immagine e somiglianza . L’uomo-donna è immagine del Creatore anche in forza della natura sessuata, obiettivamente orientata alla comunione feconda (nuzialità).
Non possiamo dire ‘figlio’ ‘ e dicendo ‘figlio’ diciamo ‘famiglia’, poiché è il fatto della procreazione ed educazione dei figli a lasciare normalmente apparire la famiglia nella sua pienezza ‘ senza dire differenza sessuale e comunione feconda. Entrambi questi elementi sono esigiti dalla dignità personale del figlio. Un figlio, in quanto persona umana, chiede di essere concepito come frutto dell’amore personale degli sposi – avvenimento ad un tempo corporeo e spirituale – che essi esprimono nell’atto coniugale, fattore fondamentale del loro stato di vita. «L’atto coniugale, con il quale gli sposi si manifestano reciprocamente il dono di sé, esprime simultaneamente l’apertura al dono della vita: è un atto inscindibilmente corporale e spirituale. È nel loro corpo e per mezzo del loro corpo che gli sposi consumano il matrimonio e possono diventare padre e madre. Per rispettare il linguaggio dei corpi e la loro naturale generosità, l’unione coniugale deve avvenire nel rispetto dell’apertura alla procreazione, e la procreazione di una persona deve essere il frutto e il termine dell’amore sponsale. L’origine dell’essere umano risulta così da una procreazione “legata all’unione non solamente biologica ma anche spirituale dei genitori uniti dal vincolo del matrimonio”. Una fecondazione ottenuta fuori del corpo degli sposi rimane per ciò stesso privata dei significati e dei valori che si esprimono nel linguaggio del corpo e nell’unione delle persone umane» . Il no della Chiesa alla procreazione artificiale deriva dal suo grande sì all’amore di cui ogni donna ed ogni uomo ha profonda nostalgia.
Ma attenzione: questi due elementi implicati nella stessa nascita del figlio sono le caratteristiche essenziali del matrimonio, comunione di vita tra un uomo e una donna che intrinsecamente implica l’apertura alla procreazione. Il legame tra comunione e procreazione distingue essenzialmente il matrimonio dalle altre forme di comunione e di amicizia umana.
Più complesso potrebbe apparire il compito di definire le proprietà essenziali di quella comunione di vita tra l’uomo e la donna che chiamiamo matrimonio. E tuttavia è sufficiente, ancora una volta, uno sguardo leale all’esperienza perché esse s’impongano all’evidenza. Ognuno di noi può facilmente osservare che sempre, quando è autentico, l’amore tra l’uomo e la donna esige di essere stabile, pubblico e fedele. Chi tra voi potrebbe affermare con sincerità di aver detto veramente alla donna (o all’uomo) di cui era innamorato: «Ti amo», senza includere: «Te sola, in modo unico, con tutta la mia persona, davanti a tutti e per sempre»? Constatare dolorosamente che nel concreto l’uomo e la donna non sempre siano capaci di tenere questa tensione ideale, non significa che queste proprietà ‘ che la tradizione cristiana ha sintetizzato nelle tre parole unità, fedeltà e indissolubilità ‘ non siano le più adeguate per definire la natura piena e bella dell’amore coniugale. A proposito di questa decisiva dimensione della nostra esperienza la cultura oggi dominante spinge a comportarsi come la celebre volpe della favola: siccome non arrivava a cogliere l’uva, diceva che era acerba.

c) La famiglia: scuola di libertà
Dall’amore, intrinsecamente fecondo, degli sposi nasce la famiglia come comunità di genitori e figli, come comunione di generazioni.
La famiglia, come abbiamo visto, si fonda sull’eguale dignità personale di genitori e figli . Essere padri e madri non significa essere i ‘padroni’ dei propri figli – come purtroppo ancora oggi alcune culture ci documentano -, ma significa essere, con loro e come loro, figli dello stesso Padre. Uno solo è, infatti, l’Autore della vita (cfr At 3,15), da Lui dipendono i genitori così come i figli. Scrive Wojtyla in Pietra di luce: «Quanto tempo è passato prima che riuscissi a capire che Tu non vuoi che sia padre, se al tempo stesso non sono figlio» .
In questo senso la famiglia è l’ambito naturale in cui l’uomo acquista consapevolezza della propria dignità, del fatto di essere voluto per se stesso, come dice la Gaudium et spes. «L’uomo in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa» . Essere voluto, cioè amato per se stesso, è il vero bene proprio. È il vertice dell’esperienza dell’amore cui ogni uomo aspira , ma per raggiungerlo, deve imparare ad amare l’altro per se stesso, deve donarsi integralmente. Non c’è opposizione tra vero amore di sé e amore dell’altro. Non c’è opposizione tra soddisfazione e sacrificio! È questo ciò che si impara nei rapporti familiari. In questo senso si può dire che la famiglia è la prima e principale scuola della libertà dell’uomo .
La famiglia come scuola di libertà implica sempre un cammino ascetico: «un figlio non può essere voluto se non come Dio lo vuole» . Essere padri si rivela, pertanto, come un compito dai tratti drammatici: la tentazione del possesso, quella di non permettere al figlio di essere fino in fondo altro, cioè veramente libero, minaccia continuamente l’amore paterno e materno. Accettare il rischio della libertà dei figli, in effetti, costituisce la prova più radicale nella vita dei genitori. Per essere padri bisogna essere figli. Si badi bene: non essere stati, ma essere figli.
La costruzione di una società del volto umano, cioè, libera, inizia e si gioca in primo luogo nella famiglia. Si comprende allora che non è possibile parlare di famiglia senza parlare di società, né affrontare il tema della società lasciando in ombra la famiglia. Sarà questo l’ultimo passo del nostro percorso.

d) Una società a misura della famiglia
«Che cosa attende la famiglia come istituzione dalla società? Prima di tutto di essere riconosciuta nella sua identità e accettata nella sua soggettività sociale» .
A questo proposito Giovanni Paolo adopera un’espressione molto significativa. Nella Lettera alle famiglie il Santo Padre afferma che la famiglia, nei confronti della società, è una realtà sovrana e che «la sua ‘sovranità’ è indispensabile per il bene della società» . Affermare questo significa riconoscere che la famiglia costituisce un dato primordiale da cui non si può prescindere e che, pertanto, è fattore essenziale della società civile e precede lo stato.
La famiglia fondata sul matrimonio appare, in tal modo, come soggetto di diritti fondamentali. Essa gode della possibilità di umanizzare i propri membri, perché è, in modo naturale e costitutivo, un ambito di rapporti capaci di gratuità in quanto fondati sull’amore. La famiglia, in questo senso, è l’ambito primario della dimensione sociale dell’uomo poiché educa concretamente il singolo a riconoscere il ‘posto dell’altro’. In famiglia l’uomo acquista, da una parte, consapevolezza della propria dipendenza originaria ‘ nessuno si dà la vita da sé ‘ e, dall’altra, si rende gradualmente conto della possibilità di autotrascendersi e percepire l’altro come una realtà positiva. Prima ancora di imbattersi in altre realtà sociali primarie (il quartiere, la scuola, la città’), ogni uomo cresce nella cerchia familiare in cui ha visto la luce e, attraverso di essa, prende contatto con la società. L’uomo prima di essere cittadino è figlio, sposo, padre, fratello’ cioè membro di una famiglia e, proprio in quanto membro di una famiglia, la persona acquista coscienza della sua dignità e del suo essere soggetto di diritti e di doveri nei confronti della società in cui vive.
Quali sono allora le domande che la persona e il matrimonio-famiglia pongono alla società civile e allo stato? La famiglia chiede di essere riconosciuta e sostenuta con una serie di politiche sociali adeguate, più che mai improcrastinabili nella nostra società europea ed in Italia in particolare. Politiche che ne riconoscano il carattere di corpo intermedio primario ed essenziale per il benessere stesso della società civile. Una delle più significative cartine al tornasole di una democrazia sostanziale, non puramente formale, è proprio l’adozione di adeguate politiche familiari. Di questo devono essere ben consapevoli tutte le autorità costituite.
È chiaro, come abbiamo visto, che il carattere sociale della persona umana non deriva principalmente dal suo inserimento nello stato. Questo ultimo, infatti, è in funzione della società civile, la quale vive di persone che si relazionano tra loro all’interno dei cosiddetti corpi intermedi, il principale dei quali è appunto la famiglia. A questo proposito Giovanni Paolo II ha parlato di soggettività sociale della famiglia , sottolineandone il primato rispetto allo stato, struttura oggettiva al servizio della società. Quando si rovescia la prospettiva considerando persona e matrimonio-famiglia come funzioni dello stato, allora la degenerazione in senso totalitario della società è certa.
Occorrerebbe, a questo punto, mettere in campo i principi classici della Dottrina sociale della Chiesa, come quelli di sussidiarietà e di solidarietà che, in qualche modo, costituiscono gli assi portanti anche del rapporto matrimonio-famiglia e società così come è esigito dal rispetto della dignità della persona umana.

4. Conclusione: il matrimonio per il bene della Chiesa e della società
Il matrimonio sacramentale si rivela come il prezioso «…recinto che comprende e supera i desideri di evasione dell’individuo, rapporto indissolubile che spezza inflessibilmente le tendenze dissolutrici dell’esistenza e costringe i vacillanti a crescere oltre se stessi verso l’amore effettivo. Nella promessa del matrimonio gli sposi non impegnano la propria fedeltà sulle sabbie mobili della loro fedeltà, non si consegnano a se stessi ma alla forma [ultimamente a Gesù Cristo] che, scelta, li sceglie e, penetrando tutti gli strati del loro essere, a partire dalle radici biologiche, attinge le altezze della grazia e dello Spirito Santo» .
Nell’esperienza del matrimonio indissolubile che fonda la famiglia l’uomo e la donna possono imparare la legge propria dell’amore, l’unica che può ultimamente assicurare un’edificazione duratura della Chiesa e della società. La legge dell’amore è, di fatto, il fascino del per sempre.