Intervento del Patriarca alla Festa del Creato (Altino, 4 ottobre 2015)
04-10-2015
Festa del Creato (Altino, 4 ottobre 2015)
Intervento del Patriarca mons. Francesco Moraglia

“Il ricco e il povero hanno uguale dignità, perché «il Signore ha creato l’uno e l’altro» (Pr 22,2), «egli ha creato il piccolo e il grande» (Sap 6,7), e «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni» (Mt 5,45)” (Papa Francesco, Lettera enciclica Laudato si’, n.94).
Dopo queste citazioni, l’enciclica Laudato si’ continua citando un contributo dei Vescovi del Paraguay: «Ogni contadino ha diritto naturale a possedere un appezzamento ragionevole di terra, dove possa stabilire la sua casa, lavorare per il sostentamento della sua famiglia e avere sicurezza per la propria esistenza. Tale diritto dev’essere garantito perché il suo esercizio non sia illusorio ma reale. Il che significa che, oltre al titolo di proprietà, il contadino deve contare su mezzi di formazione tecnica, prestiti, assicurazioni e accesso al mercato» (Papa Francesco, Lettera enciclica Laudato si’, n.94).
Dopo aver presentato il progetto originario di Dio sull’uomo, sul creato e sui beni, viene detto che tale progetto è affidato alla cura responsabile dell’uomo. Ma, come fare perché ciò si realizzi? In che modo tale cura può diventare realtà? Come passare dall’affermazione del principio alla reale cura/condivisione del creato?
L’episodio narrato dall’evangelista Luca – i discepoli di Emmaus – ci può aiutare:  “… vicini al villaggio… [Gesù]  fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. Egli entrò per rimanere… Quando fu a tavola… prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista” (Lc 24, 28-31).
I discepoli incontrano Gesù lungo la strada ma lo riconoscono solo nell’atto dello spezzare il pane. Nel gesto eucaristico Gesù “si sostituisce” al pane e, nella sua persona, si pone come nutrimento per un mondo diverso e, finalmente, capace di relazioni personali e sociali evangeliche degne dell’uomo. Non più, quindi, l’autoaffermazione di sé, l’autoreferenzialità e il dominio sugli altri – la malattia del nostro mondo – ma il “dono di sé” come nuova legge di vita oltre i propri interessi.
Le parole dette da Gesù a Cafarnao nel discorso eucaristico – che troviamo al capitolo 6 del Vangelo di Giovanni – risultano dure per le orecchie degli ascoltatori: “Molti dei suoi discepoli… dissero: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”. Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell uomo salire là dov era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita” (Gv 6, 60-63).
Le perplessità di quei discepoli sono le stesse degli uomini e donne di oggi, almeno finché l’ascolto avviene solamente con criteri mondani, ovvero secondo una ragione “razionalista” che tutto vuol decidere e pianificare, con un potere idolatrato e inteso come lo scopo del vivere, con il denaro visto come unica soluzione dei problemi dell’uomo. Gesù traduce tutto questo nell’espressione: “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla” (Gv 6,63)
A ben vedere, nelle parole che Gesù dice sul pane, abbiamo la stessa parola creatrice e Gesù, sostituendo Se stesso al pane, offre ai discepoli nuove possibilità. Nutrirsi di Lui, e non di solo pane, significa associare la propria vita alla Sua, ricentrare la propria vita nella Sua.
Il testo di Luca ci ricorda che Gesù prende il pane, recita la benedizione, lo spezza e lo distribuisce ai presenti (cfr. Lc 24,30). Nell’Eucaristia Gesù prega affinché gli uomini vivano come Lui e siano disposti a dare la loro stessa vita. Gesù dona quindi l’Eucaristia affinché ogni uomo, a sua volta, diventi capace di quella preghiera, di quel gesto, di quella vita nuova per il mondo.
L’Eucaristia è rendimento di grazie, un nuovo modo di condividere il cibo – bene primario della vita – e di condividere, con esso, tutti gli altri beni. La preghiera di Gesù mira a questo, perché gli uomini – facendo quello che Lui ha fatto – possano giungere dove Egli li ha preceduti; è questo l’annuncio degli angeli alle donne, recatesi al sepolcro, la mattina di Pasqua (cfr. Mt 28,8-ss.).
L’Eucaristia è la nuova proposta di Gesù al mondo perché il mondo non ripieghi su se stesso. La benedizione sul pane offerto è capace di rinnovare l’umanità che ascolta la Sua Parola ed inserisce quel gesto nella propria vita. Far nostri quella Parola e quel gesto significa condurre il mondo ad andar oltre se stesso.
L’Eucaristia è così, per il mondo, una “memoria pericolosa”, mentre la logica del mondo è profondamente diversa e vuole che ogni uomo rimanga criterio a se stesso, autoreferenziale e garantendosi di fronte agli altri. In altri termini, porre se stessi prima degli altri. Sì, questa è la logica del mondo: espropriare gli altri delle possibilità di vita. Ma da ciò derivano i mali e le sofferenze dell’intero pianeta; tutto nasce dalla mancata conversione del cuore. Le violenze, poi, sono di due tipi, quelle gratuite e quelle con cui s’intende  rispondere a violenze inferte, non rompendo la logica del male col perdono.
Abbiamo così di fronte due tipi di umanità: la prima è quella secondo Gesù, è l’umanità di coloro che si cibano di Lui e per questi la vita è misurata su di Lui; la seconda è quella di chi non si nutre di Gesù, di chi costruisce un’umanità a prescindere o contro di Lui; è l’umanità di chi vuol costruire a prescindere dal gesto di condivisione di Gesù ed erige i propri gusti, le proprie aspettative o iniziative a criterio assoluto; è la tentazione che Gesù vince, per sé e per noi, all’inizio del ministero pubblico, la tentazione del potere, della notorietà, delle pietre che diventano pane.
[Gesù] dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4, 2-4).
Quando diciamo che Gesù è il Salvatore del mondo non è un semplice modo di dire; è la professione di fede che ci costituisce discepoli.
Fra le due umanità, si pone il gesto e la Parola con cui Gesù “espropria” il pane  e pone se stesso – il dono di sé – come cibo nuovo che consente di rigenerare il mondo e ristabilire nuove relazioni, quelle del Vangelo.
Il pane spezzato per tutti si oppone all’istinto oscuro che pretende che le pietre diventino pane, conducendo dentro la logica dell’egoismo e della rovina del mondo.
I due tipi di umanità li avremo anche alla fine della storia e Gesù sarà ancora in mezzo a loro:  “Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri (…).  Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato” (Mt 25,32.34-43).
Il rischio, allora, è quello di guadagnare tutto e poi perdere l’anima, smarrire se stessi, scrivendo ogni giorno un disegno troppo umano e che ricerca il plauso degli uomini, al di fuori della logica di Betlemme il cui nome significa proprio “casa del pane”.
A Betlemme tutto parla il linguaggio del silenzio e del nascondimento; a Betlemme non ci sono le luci trionfalistiche della ribalta mediatica, a Betlemme “avviene” la salvezza del mondo, a partire dal chicco di grano che muore e produce frutto; è la logica della fede, che ha la forza di essere germe dei cieli nuovi e della terra nuova, la logica di chi soccombendo vince. Ed è proprio il senso ultimo del gesto conviviale di Gesù: il pane spezzato e offerto per la salvezza di tutti.
Papa Francesco ci esorta, nella Laudato sì, ad attingere ancora alla sapienza della Parola di Dio che va oltre il tempo e lo spazio e ci parla di quella fraternità che indica e costruisce, già qui e ora, i cieli nuovi e la terra nuova.
“Il Nuovo Testamento – scrive Papa Francesco –  non solo ci parla del Gesù terreno e della sua relazione tanto concreta e amorevole con il mondo. Lo mostra anche risorto e glorioso, presente in tutto il creato con la sua signoria universale: «E’ piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Col 1,19-20). Questo – conclude Papa Francesco – ci proietta alla fine dei tempi, quando il Figlio consegnerà al Padre tutte le cose, così che «Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15,28). In tal modo, le creature di questo mondo non ci si presentano più come una realtà meramente naturale, perché il Risorto le avvolge misteriosamente e le orienta a un destino di pienezza. Gli stessi fiori del campo e gli uccelli che Egli contemplò ammirato con i suoi occhi umani, ora sono pieni della sua presenza luminosa” (Papa Francesco, Lettera enciclica Laudato si’, n.100).