Intervento del Patriarca al XIV Salone d’Impresa (Fondazione Opera Immacolata Concezione, Padova - 13 maggio 2016) “La Grande Trasformazione Etica”
13-05-2016

XIV Salone d’Impresa

(Fondazione Opera Immacolata Concezione, Padova – 13 maggio 2016)

“La Grande Trasformazione Etica”

 

Intervento del Patriarca di Venezia mons. Francesco Moraglia

 

 

 

 

 

Il tema “La Grande Trasformazione. Strategie e rotte per l’imprese e i territori” pone in primo piano la questione etica. Anche nell’ambito dell’imprenditoria non ci si può, infatti, rinchiudere in un sapere settoriale e sperimentale, riducendo il proprio agire a puro fare; è necessario aprirsi a una razionalità capace d’interrogarsi sui mezzi e sui fini.

Tale sapere, oggi, è più che mai necessario. Viviamo un’epoca che non si caratterizza solo per i cambiamenti ma per il fatto di rappresentare un vero cambiamento d’epoca. E, così, la domanda etica è ancor più essenziale che per il passato; in essa si è chiamati a decidere secondo i valori e non il tornaconto del momento.

Nell’enciclica Laudato si’, il Papa chiede maggior senso critico. Siamo invitati, nel contesto della cultura della tecnoscienza, a prender le distanze da ogni deriva etica e Francesco, qui, chiama in causa il relativismo: “ …non dovrebbe meravigliare il fatto che, insieme all’onnipresenza del paradigma tecnocratico e all’adorazione del potere umano senza limiti, si sviluppi nei soggetti questo relativismo, in cui tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi immediati. Vi è in questo una logica che permette di comprendere come si alimentino a vicenda diversi atteggiamenti che provocano al tempo stesso il degrado ambientale e il degrado sociale” (Papa Francesco, Lettera enciclica Laudato si’, n.122).

Più l’uomo accumula potere e più il richiamo all’etica diventa urgente; prima di oggi, infatti, l’uomo non aveva concentrato mai tanto potere nelle sue mani. È essenziale aprirsi alla domanda etica ad ogni livello e, non ultimo, quello dell’economia e dell’imprenditoria.

Le imprese, ovviamente, devono legittimamente perseguire l’utile e mirare all’efficienza. Siamo però nell’ambito di attività umane, non eticamente neutre, e quindi l’utile e l’efficienza non possono mai andar a scapito di quanti lavorano nell’impresa e di chi, a vario titolo, entra in rapporto con essa.

È così necessaria una più forte attenzione alle ricadute sul territorio e su quanti vi abitano. Non è sufficiente, ad esempio, dire: “Noi non inquiniamo”. La vera performance dell’impresa si misura a 360° e riguarda quanti vi lavorano, la sostenibilità, gli obiettivi a medio e lungo termine, il rispetto e la cura dell’ambiente.

Il tema “La Grande Trasformazione. Strategie e rotte per l’imprese e i territori”, come detto, pone la questione etica. Ogni trasformazione genera una cultura e ogni cultura, a sua volta, genera trasformazione; la cultura è sintesi fra conoscenze e valori. Non si può più, oggi, parlare solo di etica nell’impresa ma bisogna parlare di etica dell’impresa, ossia di ciò che la caratterizza in quanto tale: obiettivi, strategie, capacità di stare sul mercato, il modo di starci, le ricadute sul territorio e gli abitanti.

Se ogni trasformazione è figlia di una precisa cultura, è vero anche l’inverso: l’etica è il momento fondante della cultura. “… non possiamo pensare – scrive Papa Francesco – che i programmi politici o la forza della legge basteranno ad evitare i comportamenti che colpiscono l’ambiente, perché quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o principi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare” (Papa Francesco, Lettera enciclica Laudato si’, n.123).

Ogni trasformazione va, così, valutata eticamente poiché l’etica è il fondamento e determina ricadute sui soggetti coinvolti e sull’ambiente. Tali considerazioni inquadrano bene la sfida che ci sta dinanzi.

Giovanni Paolo II nella Centesimus annus (cfr. n.24) e nell’Evangelium vitae (cfr. n.98) afferma che, al cuore della questione culturale, sta il senso morale che ha il suo compimento in quello religioso. Il legame con Dio – di qualunque tipo sia – costituisce il nucleo fondante di ogni antropologia e cultura. Trasformazione e cultura  non possono dipendere da un agire fine a se stesso.

L’uomo è il vero soggetto etico. Risulta, quindi problematica la distinzione di Max Weber fra etica personale della responsabilità e della convinzione, dove l’etica della responsabilità appartiene al soggetto in quanto responsabile solo di taluni ambiti, senza esserne convinto, mentre l’etica della convinzione si fonda su un riferimento forte, stabile, vero, determinato.

Ma, al di là delle parole, è lecito domandarsi: com’è possibile non esser personalmente convinti e, nello stesso tempo, praticare una responsabilità che possa essere realmente tale?

La vera questione è l’uomo e, quanto più la società si caratterizza in termini di scienza e tecnica, tanto più sarà guidata da “tecnici”. E, allora, se l’uomo vuol rimanere tale e non diventare un ingranaggio, dovrà sempre più porre al centro l’etica.

Solo per l’uomo si può parlare di libertà; è poi un astrattismo parlare di etica degli strumenti, di etica del mercato, di etica del capitalismo, di etica del lavoro se dietro a ciò non si dà la persona. Fermarsi a tali affermazioni non basta; è necessario riflettere, con più rigore, su di esse e sul vero soggetto dell’etica che è l’uomo.

Una cultura oggi non minoritaria, cresciuta negli ultimi secoli, ritiene la libertà come qualcosa che precede e prescinde dalla verità; si passa così dal positivismo al relativismo e al nichilismo.

La società della tecnoscienza richiede che l’uomo sappia maneggiare strumenti sempre più sofisticati e, se ciò avviene all’interno di un’insufficiente risposta etica, allora veramente tutto può accadere.

Le regole, da sole, infatti, non bastano; sono insufficienti, mancano di fondamento, possono esser cambiate di volta in volta secondo il consenso. E il consenso, allora, diventa il vero criterio dell’etica. O, meglio, chi, di volta in volta, possiede i mezzi capaci di creare il consenso.

Le regole, anche quando sono buone, hanno bisogno dell’uomo, perché solo l’uomo è in grado di sostenerle. La stessa cultura delle regole da sola non è sufficiente, non basta e necessita della cultura delle virtù; si tratta, dunque, di passare dalla cultura delle regole a quelle delle virtù, non solo morali ma anche intellettuali e civili. È perciò sempre necessaria una visione strategica virtuosa, capace di tradurre in scelte operative l’intuizione creativa.

Inoltre la cultura delle regole – che trae la sua forza dalla certezza della sanzione – fallisce nel momento in cui le sanzioni non sono applicate o risultano irrisorie rispetto al vantaggio che si ha nell’infrangere le regole.

Smarrire il gusto dell’educazione e della formazione, non investire nella ricerca e nell’innovazione, non prendendosi cura dei giovani – gli uomini e le donne di domani -, vuol dire aver già certificato la morte di una società.

Una società che voglia governare la trasformazione, invece, deve partire dalla sfida educativa e porre l’uomo al centro. Si tratta di un investimento etico, intellettuale e sociale, perché sempre e solo l’uomo è l’artefice vero dei processi e risultati economici.