Intervento del Moderatore mons. Francesco Moraglia all'inaugurazione dell'Anno giudiziario del Tert (Zelarino, 11 marzo 2014)
11-03-2014
Tribunale Ecclesiastico Regionale Triveneto
Inaugurazione dell’Anno giudiziario (Zelarino, 11 marzo 2014)
Intervento del Moderatore mons. Francesco Moraglia
                                                                               
Signor Vicario Giudiziale,
Vicari giudiziali aggiunti,
Giudici,
Difensori del vincolo,
Avvocati,
Operatori tutti del Tribunale,
Gentili invitati.
Lo scorso anno iniziavo questo saluto ricordando come non possa essere oggetto di discussione che i tribunali ecclesiastici siano a pieno titolo parte della comunità ecclesiastica e che svolgano, tramite il loro giudicare, un’azione che è eminentemente pastorale e, cioè, a servizio del bene delle anime.
La costante riduzione dei libelli presentati, rilevata oggi dal Vicario Giudiziale, potrebbe indurre ad una progressiva svalutazione della rilevanza del Tribunale Ecclesiastico, ad una disistima per tale ministero e a farne mettere in dubbio il senso e l’utilità. La stessa analisi offerta dal Vicario giudiziale – pur con tutte le cautele, giustamente specificate – potrebbe spingere in tale direzione, soprattutto nella misura in cui si leghi tale andamento sia all’oggettiva diminuzione dei matrimoni celebrati sia alla sempre più confusa e pallida percezione della rilevanza del legame coniugale nella coscienza della società in generale e, per riflesso, dei battezzati in particolare.
In proposito Papa Francesco, nella Evangelii gaudium, sottolinea la «crisi culturale profonda» che accomuna «la famiglia … come tutte le comunità e i legami sociali», per cui «il matrimonio tende ad essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno» (EG n.66).
Tali considerazioni non possono non interrogare chi opera nei Tribunali Ecclesiastici, quasi si potesse (dovesse?) dubitare dell’utilità di continuare ad impegnarsi in un servizio ecclesiale così impegnativo. Con una metafora di carattere commerciale sarebbe possibile cominciare a parlare del Tribunale ecclesiastico come di un ‘prodotto senza mercato’? E, se così stanno le cose, ha ancora senso preoccuparsi per la diminuzione progressiva dei giudici? Se nel breve termine ciò si riflette su un allungamento dei tempi per le decisioni, in un futuro forse così lontano potremmo trovarci a non aver bisogno di giudici ecclesiastici in così gran numero?
Sono domande evidentemente importanti a cui non sarebbe adeguato rispondere solo con qualche considerazione di carattere qualitativo. Vi invito, tuttavia, a partire da queste stesse domande e per riconfermarvi nel ruolo ministeriale del Tribunale, a tornare alla ragione fontale del suo esistere, non riducendola ad una questione di numeri o di apprezzamento sociale.
Non si può non aver presente infatti – come proprio Papa Francesco ha voluto ricordarci – che la fragilità della famiglia è «particolarmente grave perché si tratta della cellula fondamentale della società, del luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri e dove i genitori trasmettono la fede ai figli» (EG n. 66), perché il matrimonio ha un «contributo indispensabile» da offrire alla società, che «supera il livello dell’emotività e delle necessità contingenti della coppia» (EG n. 66).
Se dunque, sul modello di Gesù, «l’evangelizzatore per eccellenza», tutti i battezzati sono chiamati a identificarsi «specialmente con i più piccoli» e a prendersi cura «dei più fragili della Terra», dobbiamo con coraggio dire che anche le famiglie – in formazione, formate e infrante – costituiscono situazioni di fragilità di cui è urgente «avere cura».
Tutti gli operatori del Tribunale Ecclesiastico sono chiamati ad essere sempre più attuazione «della sollecitudine pastorale del Papa e dei Vescovi» per quei fedeli che, rivolgendosi loro «con fiducia», sono come la «pecorella ferita» bisognosa delle cure del Buon Pastore.
Vi esorto, dunque, ad esercitare con serena consapevolezza il vostro ministero, anche se le circostanze vi sembrano sempre più sfavorevoli, anche se il vostro ruolo sembra sempre meno riconosciuto. Continuate il vostro impegno – perché so che già lo fate – sia nella linea per così dire ‘preventiva’, offrendovi con competente disponibilità per la formazione delle coppie al matrimonio e mostrando la bellezza della vita coniugale en Christo, sia col prendervi cura delle persone che si trovano con un matrimonio fallito, riconoscendo anche in queste una di quelle «nuove forme di povertà e fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente».
Tutto questo però – occorre dirlo con chiara franchezza – può essere ridotto in un attimo a un vano discorso di circostanza. Basta che venga meno un elemento essenziale dell’operatore del Tribunale Ecclesiastico: una vera vita di fede realizzata nella piena appartenenza alla comunità cristiana. L’operatore del Tribunale Ecclesiastico che non ha una sana vita spirituale, che non prega, che non confessa con regolarità il proprio peccato, che non si nutre del Pane del Cielo, che non dedica tempo all’adorazione della Santissima Eucaristia, che non approfondisce le ragioni e i contenuti del proprio credere, non sarà mai realmente adeguato al ministero richiesto. Potrà anche essere un ottimo tecnico – ed è chiaro che, se non lo fosse, mancherebbe di una qualità essenziale! – ma non sarà mai in grado di chinarsi sul fratello ferito riconoscendo in lui il Cristo sofferente.
Invocando il Signore Gesù perché questa Santa Quaresima sia veramente per tutti un tempo di conversione, dichiaro aperto il nuovo anno giudiziario.