Intervento all'inaugurazione del primo Padiglione della Santa Sede alla 55.a Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia (Arsenale, 31 maggio 2013)
31-05-2013
Inaugurazione del primo Padiglione della Santa Sede alla 55.a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia
(Venezia – Arsenale, 31 maggio 2013)
 
Intervento del Patriarca di Venezia mons. Francesco Moraglia
 
 
Eminentissimo Cardinale, Signor Presidente (della Biennale), autorità, signore e signori,  
partecipo con gioia all’inaugurazione, per la prima volta, di un padiglione della Santa Sede inserito a pieno titolo nella Biennale di Venezia. Tale iniziativa si coniuga bene con l’impegno del Pontificio Consiglio della Cultura, teso a ricercare e praticare nuove modalità e vie di incontro e dialogo con la cultura e l’arte contemporanea immettendovi la ricchezza del buon annuncio del Vangelo che sta tutto nella persona e nel volto di Gesù Cristo, nel quale si è reso visibile al mondo il Dio invisibile.
Anche in questo modo si vuole provare a sanare o a ridurre – senza cedere a passività o rassegnazione – quella frattura tra fede e arte che, del resto, ha caratterizzato e accompagna anche altri ambiti e ambienti di vita. Eppure la fede nel Dio di Gesù Cristo conduce – nel nostro cuore di credenti – all’incontro con tutto e con tutti, alla concretezza della vita e della storia dell’uomo; ne tocca tutti i contesti perché trae origine da un evento ben preciso e concreto. Dio è entrato nella storia, una volta per sempre: ‘E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’ (Gv 1,14).
E comprendiamo bene che tutto questo si ‘gioca’ già ‘In principio’ – come dice il titolo di quest’esposizione – e cioè agli inizi del dialogo tra Dio e l’uomo e agli inizi, o meglio ai cardini, della storia dell’umanità. Nei primi undici capitoli della Genesi – come ben sa un esimio scritturista quale è il Cardinale Ravasi – c’è già molto, per non dire tutto. C’è soprattutto dell’amore provvidente, creatore e ri-creatore, di Dio che si intreccia con le vicende intense e drammatiche, belle o spesso tragiche dell’umanità e del creato: il bene e il male, la fraternità e la violenza, il confronto-scontro con l’altro (ad iniziare dall’Altro con la ‘A’ maiuscola’), le forze della natura, le catastrofi ‘naturali’ ma indotte dall’uomo, il rapporto problematico con il creato, la fede e la salvezza.
Mi piace ricordare in questo contesto che la celebre ‘Lettera agli artisti’, scritta da Papa Giovanni Paolo II nel 1999, prende spunto proprio da un versetto dell’inizio della Genesi – ‘Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona’ (Gn 1,31) – e si rivolge direttamente ‘a quanti con appassionata dedizione cercano nuove «epifanie » della bellezza per farne dono al mondo nella creazione artistica’.
Come anche il Presidente Baratta ci ha appena ricordato, sappiamo infatti che l’artista – che in quella lettera il Papa osa associare all’immagine di Dio Creatore – è chiamato a dare forma estetica a quanto, in modo misterioso ma realissimo, porta in sé. Egli, infatti, percepisce ed esprime ciò che altri non sono in grado d’intravedere e, tanto meno, di tradurre in forme artistiche.
Tutto ciò va ulteriormente considerato e rafforzato se l’artista condivide e vive la realtà della fede cristiana. Il suo io, in tal modo, entra a far parte di una storia e di una comunità – la storia e la comunità ecclesiale – in cui il singolo è introdotto nell’Evento cristiano che si caratterizza per volti concreti, vicende storiche, gesti e riti. Tutto diventa segno del mistero cristiano ed è consegnato a una vicenda reale, concreta, umana: è, insomma, la logica dell’incarnazione. Per questo la fede cristiana è interessata all’uomo/all’umano, si pone in modo compiuto e sa esprimersi in differenti contenuti e sfumature, entrando in rapporto con l’arte secondo le sue peculiarità.
Permettetemi di ricordare, infine, che siamo a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II e stiamo vivendo ormai il tratto finale dell’Anno della Fede. Il messaggio finale che il Concilio ha indirizzato agli artisti è, più che mai, attuale e ci ricorda come il mondo abbia bisogno della bellezza per non cadere nella disperazione. La gioia è, esattamente, il risultato della bellezza e della verità e ci permette di resistere al tempo che passa e che tutti mette alla prova (cfr. Messaggio agli artisti, AAS (1966), 13).
L’opera d’arte – se è tale – esprime, ri-crea e fa rivivere così secondo modalità  proprie la bellezza e l’armonia fondate sulla verità profonda che le qualifica e arriva perciò a donare la gioia del cuore che non dimentica o tralascia le ferite più profonde e le pagine più buie dell’umanità e del creato ma sa scorgere e indicare un percorso di speranza e di rigenerazione. E’ questo anche il mio auspicio nell’atto di inaugurare il primo padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia. L’esposizione ‘In principio’ e le iniziative che seguiranno possano – come diceva Benedetto XVI in quella stessa circostanza – ‘parlare al cuore dell’umanità, toccare la sensibilità individuale e collettiva, suscitare sogni e speranze, ampliare gli orizzonti della conoscenza e dell’impegno umano. Siate perciò grati (diceva il Santo Padre rivolgendosi direttamente agli artisti) dei doni ricevuti e pienamente consapevoli della grande responsabilità di comunicare la bellezza, di far comunicare nella bellezza e attraverso la bellezza! Siate anche voi, attraverso la vostra arte, annunciatori e testimoni di speranza per l’umanità! E non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare con i credenti, con chi, come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita!’ (Benedetto XVI, Incontro con gli artisti nella Cappella Sistina, 21 novembre 2009).
Grazie, Eminenza, per questa sua intuizione, grazie ai suoi collaboratori, grazie in primis agli artisti e a tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione di questo spazio espositivo.