Giovedì Santo - Cena Domini. Omelia di S.E.R. Card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia (8 aprile 2004)
Basilica di San Marco - Venezia, 8 aprile 2004
08-04-2004

BASILICA PATRIARCALE DI SAN MARCO
MESSA IN COENA DOMINI
Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

OMELIA DI S.E.R. CARD. ANGELO SCOLA, PATRIARCA DI VENEZIA

Venezia, 8 aprile 2004

1. «’Amò i suoi sino alla fine» (cf Gv 13,1). L’evangelista Giovanni ci dà una notizia inaudita: esiste Uno che intercetta e compie il desiderio costitutivo del mio cuore: essere amato definitivamente e per sempre, per poter, a mia volta, amare definitivamente e per sempre. La notizia ha dell’incredibile. Tutto, infatti, oggi pare smentire l’amore, falsificarlo. Starei per dire maledirlo, come solo una speranza delusa è capace di maledire. Quale amore quando, inesorabilmente, sembra imporsi, ogni giorno di più, a livello personale e sociale, a livello locale ed internazionale, la vittoria dell’odio, con la sua violenza sconvolgente, rabbiosa, che disprezza la vita ed esalta la morte?

2. «Gesù’ si alzò da tavola, depose le vesti’ cominciò a lavare i piedi dei discepoli’» (cfr Gv 13,3-5). Amici, l’amore non è un discorso, né una passione da subire inermi. Tanto meno un sentimento confuso, né la reazione di un istinto… L’amore è, fisicamente, quest’Uomo che è il Figlio di Dio e si china, questa sera, su di noi per lavarci i piedi, cioè per redimerci. Simbolicamente il Patriarca ripeterà questo gesto con dodici bambini di varie nazionalità, cultura e censo. Il Papa, nel suo Messaggio di Quaresima, ci ha infatti richiamato con forza al bene prezioso che sono i bambini. Ad averne cura, a partire da quanti fra di loro nel mondo sono più feriti nella loro sublime dignità.
Giovedì Santo: la sera dell’amore che è Cristo Gesù. Egli non cessa di amarci, neppure quando decidiamo di esserGli nemici: «già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo» (Gv 13,2). Il nostro peccato è una questione seria. Noi lo sottovalutiamo spesso. Non ne proviamo orrore perché non conosciamo l’amore. E chi no ha imparato l’amore non prova dolore dei propri peccati. Ma Gesù, il Santo volto della misericordia del Padre, passa sopra questa ripugnante smemoratezza. Ci risparmia dalle conseguenze del nostro peccato: «non vi sarà per voi flagello né sterminio» (Es 12, 13). Si mette al nostro posto e paga di persona il prezzo della nostra redenzione: «il Suo Corpo per noi immolato è nostro cibo e ci dà forza, il Suo Sangue per noi versato è nostra bevanda e ci lava da ogni colpa» (Prefazio).
Sostiamo quindi, questa sera, pieni di stupore e gratitudine, davanti all’ineffabile abisso del Suo amore per noi.

3. «Nella notte in cui veniva tradito’ prese il pane’ questo è il mio corpo’ prese anche il calice’ Questo calice è la Nuova Alleanza» (1Cor 11,23-26). Le parole dell’apostolo Paolo ci riportano alla circostanza drammatica in cui nacque l’Eucaristia. Gesù Cristo, Verità vivente e personale, si consegna totalmente alla libertà degli uomini, accettandone fino in fondo la sfida, fino all’estremo ‘rischio’ del rifiuto e del tradimento. In ogni Eucaristia, anche in questa che stiamo ora celebrando, si ripropone il dramma della Verità che si dona alla libertà, poiché in ogni Eucaristia il tempo e lo spazio si sono in qualche modo ‘contratti’ e il dramma del Golgota vi è rappresentato al vivo, svelando la sua misteriosa contemporaneità.
Per aiutarci a penetrare nel mistero dell’abbassamento dell’amore contenuto nel gesto della lavanda dei piedi, il discepolo amato ci racconta il dialogo serrato tra Gesù e Pietro. Documenta con evidenza la dinamica della nostra fragile libertà. Se pensiamo per un istante che Pietro tradirà il Maestro, il racconto assume un singolare accento ironico. «Non mi laverai mai i piedi!» (Gv 13,8). La reazione pronta del ruvido e passionale pescatore di Galilea somiglia a tanti nostri soprassalti di autocoscienza: tanto orgogliosi quanto inconsistenti. Durano come un lampo nella notte.
Sempre di fronte ad una ‘misura’ che non è la nostra, noi – come Pietro – siamo tentati quasi di scandalizzarci e di opporci. Solo una libertà semplice, leale con la promessa di bene che le si fa incontro – «Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”» (Gv 13,8) ‘ sa far spazio, per la fede, all’amore che le ‘conviene’ profondamente: «”Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”» (Gv 13,9).

4. Gesù ci apre così al frutto della sua offerta sacrificale. Egli trasfigura la Pasqua antica (cfr Es 12,27). Sul Golgota non c’è più distinzione tra vittima, sacerdote ed altare. La croce che domani baceremo è l’altare cui è incorporata la vittima perenne che è l’unico ed eterno sacerdote. Gesù, facendoci suoi commensali alla Cena eucaristica, realmente ci chiama a prender parte al gesto culminante del suo amore per noi. Cibandoci del Suo corpo e del Suo sangue non siamo tanto noi ad assimilarLo, ma è il Signore che ci assimila a Lui, in un’unità indistruttibile che ci rende membra gli uni degli altri. È questa potente unità che rende credibile l’annuncio dell’amore. La ‘buona notizia’ di cui hanno bisogno tutti gli uomini, sempre, lungo tutto il cammino della loro esistenza, fino al suo compimento.
Da qui viene a ciascuno di noi, questa sera, la più grande responsabilità. Essa concentra tutto di noi e della nostra vita nel compito della diuturna testimonianza cristiana: «Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché Egli venga» (1Cor 11,26).
Nell’Eucaristia, presenza reale di Gesù Cristo morto e risorto, viene continuamente rigenerata la nostra comunione con Lui e con i fratelli. Quella indistruttibile unità che costituisce la nostra profonda e più vera identità, come potentemente scrive Sant’Agostino: «Se voi siete il Suo corpo e le Sue membra, sulla mensa del Signore è deposto quel che è il vostro mistero; sì, voi ricevete quel che è il vostro mistero» (Sermo 272). Il nostro mistero, vale a dire il nostro compimento («Se vuoi essere compiuto’», Mt 19,21). Mistero, perché solo Lui ci conosce fino in fondo e, se Lo seguiamo, Egli dona noi a noi stessi.
Questa sera contempliamo Cristo che si dona a noi in cibo e bevanda di salvezza; contempliamo l’oblazione del Suo amore; contempliamo il mirabile frutto del Suo ineffabile dono: la nostra comunione, la Chiesa, splendente figura di cieli nuovi e terra nuova, autentica forma mundi. Amen.