L’omelia del Patriarca alla Salute: “Riflettiamo sul valore del rispetto tra uomo e donna e sulla realtà del vero amore che sempre riconosce l’altrui libertà”

Festa della Madonna della Salute

(Venezia, 21 novembre 2023)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Stimate autorità, confratelli nel sacerdozio, diaconi, consacrati e consacrate, fedeli laici,

la festa della Madonna della Salute ci pone innanzi il Vangelo delle nozze di Cana (Gv 2,1-11): è un racconto di grande valore simbolico, come avviene spesso nella rivelazione cristiana. Il Vangelo di Giovanni si caratterizza per la lettura allegorica dei fatti e delle parole di Gesù.

Le nozze di Cana rivestono un ruolo centrale nel quarto Vangelo e già alcuni Padri della Chiesa, come Cirillo di Alessandria, avevano intuito la necessità di andare ben al di là del puro racconto. Se ci limitassimo alla cronaca di quanto avvenuto, potremmo catalogarlo come un “incidente”: in una festa viene a mancare il vino e Maria, la madre di Gesù, donna attenta e premurosa, coglie questo fatto e si rivolge al Figlio perché la festa di nozze possa continuare.

Ma non è tutto qui, non è questo il senso trasmesso dal Vangelo odierno. Qui si mette in chiaro la centralità della donna e oggi, purtroppo, dobbiamo riscontrare che questo riconoscimento non appartiene in modo scontato alla nostra cultura.

Annotiamo che alcuni particolari, apparentemente secondari, sono evidenziati mentre se ne tralasciano altri che riterremmo importanti. I due sposi, ad esempio, sono pressoché “assenti” dalla scena (c’è solo, alla fine, un riferimento allo sposo) mentre i veri protagonisti sono, dall’inizio alla fine, Maria e Gesù.

Possiamo, quindi, affermare che Gesù risalta come Sposo, lo Sposo della Nuova Alleanza, e Maria – figura che interloquisce con Lui – assume il ruolo di Sposa. Gesù è lo Sposo, la Chiesa è la Sposa di Cristo e in questo racconto Maria è immagine della Chiesa – Sposa.

Nell’Antico Testamento troviamo alcuni testi in cui, puntualmente, si può riscontrare una profezia di Maria: Genesi 3,15 (l’inimicizia tra la donna e il serpente); Isaia 7,14 (una vergine partorirà un figlio); Proverbi 8 (la sapienza increata); Siracide 24 (la sapienza personificata). Ma poi è possibile anche trovare un intreccio sempre più chiaro, organico e articolato tra la Chiesa e Maria; mi riferisco al Concilio Vaticano II e al capitolo ottavo della costituzione Lumen gentium dal titolo “La Beata Vergine Maria Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa”.

Maria appare, quindi, con un ruolo sempre più centrale e di rilievo nei confronti degli stessi apostoli. Nella narrazione delle nozze di Cana, Maria è infatti, sin dall’inizio, una figura preminente rispetto agli altri: “…vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli” (Gv 2,1-2). Nel seguito del racconto Maria viene chiamata da Gesù “Donna” (“Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora” – Gv 2,4) e anche tale particolare è importante.

Da non sottovalutare è poi il richiamo alle anfore di pietra per la purificazione rituale, prima piene di acqua (segno di una purificazione “impotente” e insufficiente) e poi di vino, grazie all’intervento di Gesù, lo Sposo, che si unisce all’umanità rappresentata da Maria che dialoga con Lui. È lei, infatti, che interviene e dice: “Non hanno vino” (Gv 2,3).

Proprio a quest’affermazione Gesù risponde chiamandola “Donna”, con un trasparente richiamo non solo alla Genesi ma alle pagine finali dello stesso Vangelo di Giovanni, quando Gesù è in croce e dona se stesso per l’umanità: “Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé” (Gv 19,26-27).

Il testo delle nozze di Cana ha, quindi, un valore allegorico superiore a quanto il puro fatto narra in sé e il testo, immediatamente, sembra trasmetterci.

La nostra società è funzionale, anzi funzionalista: non ci chiediamo il “perché” delle cose ma “come” possiamo fare le cose e, a furia di ragionare in questi termini, l’altro diventa un oggetto e, anche in questi giorni, in modo drammatico, ci è stato ricordato che, quando manca il dialogo e la capacità di relazionarsi, c’è un facile e tristo sopravvento sull’altro.

Siamo riportati – in questo tempo di Cammino sinodale – al cuore della rivelazione cristiana, ossia al dono totale di amore che Cristo fa all’umanità e di cui anche nel matrimonio cristiano (cfr. Ef 5,25-33) abbiamo un chiaro riflesso.

Qui a Cana, come al Calvario, Maria appare la madre che interviene a favore dei suoi figli. Sotto la croce, in particolare, Giovanni – discepolo di Gesù – sarà chiamato a diventare figlio di Maria, la Madre di Gesù. È significativo che nel Vangelo di Giovanni risalti questa scansione: dapprima si è chiamati a diventare “mariani” (figli di Maria) e in seguito ci sarà il conferimento definitivo a Pietro del ministero apostolico in termini di “primato”.

Il ministero apostolico e, in specie, quello petrino vengono successivamente alla precedente esperienza ecclesiale, ossia l’essere figli di Maria. Lo vediamo bene anche a Cana dove i discepoli, in effetti, appaiono in posizione di subordine a Maria che risalta come “la figura” dell’Alleanza nuova rispetto a quella del Sinai che aveva unito, sponsalmente, Dio al suo popolo e che si esprimeva nella risposta del popolo: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!” (Es 19,8).

Emerge qui, tra l’altro, in modo chiaro, una precisa corrispondenza con le parole che Maria, a Cana, rivolge ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5). In Maria risplende così il volto accogliente, materno e femminile della Chiesa.

Oggi è decisivo sia per la Chiesa – coinvolta nel Cammino sinodale – sia per la comunità civile (la società) – impegnata nella lotta contro i tanti femminicidi –  riscoprire il valore della donna e della dimensione femminile come elemento in grado di disegnare in modo più articolato e vero le istituzioni, i ruoli, le relazioni ecclesiali e sociali.

Oggi, più che mai, anche alla luce del tragico epilogo della vicenda di Giulia, giovane donna di 22 anni (la 103esima vittima dall’inizio dell’anno), s’impone – a livello sociale e, soprattutto, educativo – una riflessione sul valore del rispetto tra uomo e donna – se manca il rispetto non possiamo parlare di relazioni umane e di amicizia, di relazioni affettive e coniugali – nonché sulla realtà del vero amore che sempre riconosce l’altrui libertà.

Ci stringiamo con affetto al papà, alla sorella, ai familiari e agli amici di Giulia. Che la vicenda di Giulia abbia traumatizzato non solo le terre dove si è consumata questa ennesima tragedia – che ha visto soccombere una donna per mano di un uomo – me l’ha dimostrato, in modo inaspettato, una mail che mi è giunta stamattina dalla Calabria e in cui si chiede di esprimere i più vivi sentimenti di vicinanza ed affetto ai familiari, agli amici e ai conoscenti di Giulia.

Sì, tutti dobbiamo impegnarci perché ogni donna si senta sicura e tutelata non solo da leggi adeguate ma, prima di tutto, da una cultura che plasmi un senso comune in cui tutti, ma in particolar modo i giovani, tengano saldo ed indissociabile il trinomio amore-rispetto-verità. Questi tre elementi stanno insieme o insieme cadono.

È importante per la Chiesa riconoscere sempre più e promuovere il valore della donna che si esprime nell’accoglienza e nell’ospitalità, peculiarità ben espresse dal grembo materno in cui ogni essere umano viene accolto, altrimenti non ci potrebbe essere nuova vita. E la vita è un bene di tutti – non solo dei credenti – ed è un dono ma anche accoglienza ed ospitalità.

Tutto ciò appare già nell’atto generativo, dove nell’uomo e nella donna abbiamo due “tensioni” che si completano in termini di alterità e reciprocità; questo è un tema che meriterebbe ben altro tipo di approfondimento ma qui basti ricordare che tali peculiarità appartengono alla dialettica uomo-donna e si riflettono anche nella vita della società.

Anche la Chiesa, sul piano teologico e spirituale, partecipa della dialettica uomo-donna, maschile-femminile, anche se a volte si rischia di ridurla all’elemento “maschile” (peraltro imprescindibile), il ministero ordinato. In tal caso, in quanto ministero, è parte di un tutto, mentre la Chiesa, nella sua totalità, è mistero e ciò risulta ben significato da Maria che sta di fronte a Cristo.

Maria è il volto materno e sponsale della Chiesa, Maria è il mistero della Chiesa e non il ministero (solo parte del tutto). Si tratta, quindi, di valorizzare l’aspetto femminile della Chiesa, il suo essere donna, sposa e madre che genera e che accompagna nella crescita; sì, il suo essere Sposa che sta di fronte allo Sposo (Cristo).

In tale prospettiva la Chiesa diventa luogo di incontro, di dialogo, di accoglienza, di amore e crescita per tutti. Se la Chiesa non è questo, allora non è più l’organismo suscitato e mosso dallo Spirito Santo e non rappresenta più il mistero sponsale di Cristo con l’umanità, ma diventa semplicemente un’organizzazione e un’attività umana che potrà anche essere efficiente e conseguire tanti obiettivi ma sarà priva della necessaria fondazione cristologica e mariana che la costituiscono.

La Chiesa si ritroverebbe così a fare una molteplicità di cose ed essere sempre in azione ma solamente “in occasione” di Gesù Cristo e non realmente inserita “in” Lui, come ci ricorda la parabola della vite e dei tralci (cfr. Gv 15, 1-8).

Bisogna avere umiltà e coraggio – nel tempo del Cammino sinodale – per verificare le nostre attività e le nostre pastorali e, così, discernere se esse costituiscono realtà autoreferenziali ed iniziative nelle quali il nome di Gesù risuona sì ma estrinseco, estemporaneo ed episodico.

La vera Chiesa di Cristo è più grande delle nostre attività umane perché è un mistero, è il dono dell’amore del Signore.

Buona festa della Madonna della Salute a tutti!