Omelia nella messa di ringraziamento di fine anno (Venezia, 31 dicembre 2008)
31-01-2009
Fine d’anno 2008
Basilica di San Marco, 31 dicembre
Fratelli e sorelle carissimi,
ci siamo raccolti in San Marco per ringraziare il Signore per l’anno 2008 che sta per finire e iniziare con la sua benedizione l’Anno Nuovo. Al termine della Santa Messa canteremo il ‘Te Deum laudamus’, che è l’inno di ringraziamento ufficiale della Chiesa, per esprimere al Signore la nostra riconoscenza per i giorni che ci ha donato e le grazie con cui li ha accompagnati.
L’avvicendarsi degli anni, il nuovo che succede all’anno che sta per finire, ci pone dinanzi al mistero del tempo e della vita: che senso ha questo passare del tempo, dove ci conduce il trascorrere degli anni?
La liturgia della Chiesa colloca proprio in questo passaggio del tempo la festa della divina maternità di Maria: essa ci riporta immediatamente all’evento dell’Incarnazione, quando l’eterno Figlio di Dio, facendosi uomo nel grembo di Maria, è entrato nel tempo.
Questo intreccio della vicenda del Figlio di Dio fatto uomo, con la nostra vicenda umana, apre la storia alla speranza: in Gesù Dio viene ad abitare la storia umana per salvarla. E questo ci dice che, nonostante tutto il suo male e le sue contraddizioni, sebbene talora ci sembri che la storia cammini proprio in direzione contraria a Dio stesso, essa è abitata da Dio: ‘il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi’. Proprio per questo, Dio la ama e la vuol salvare.
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera dell’apostolo Paolo ai cristiani della Galazia (Gal 4, 4-7), abbiamo ascoltato che ‘quando venne la pienezza del tempo’, cioè il tempo stabilito nel suo disegno di salvezza, ‘Dio mandò suo Figlio, nato da donna’. Il che significa che il Figlio stesso di Dio assunse ‘un corpo’ nel grembo di una donna (un corpo fragile, mortale, come il nostro): cioè divenne uno di noi, in tutto uomo come noi, eccetto il peccato.
La maternità divina di Maria ci garantisce quindi che Gesù è veramente uomo e che, proprio per questo, è realmente nostro fratello: ha condiviso e condivide la nostra esperienza umana che, certo, è fatta di gioie, ma spesso è fatta di sofferenze, di fatiche, di problemi e di gravi preoccupazioni.
San Paolo continua affermando che il Figlio di Dio, nato da donna, è nato ‘sotto la legge’: cioè in un preciso contesto storico e culturale, quello del popolo ebraico, il suo popolo: ha voluto quindi partecipare alla concretezza della nostra storia fatta di luci, ma anche di grandi ombre, per salvarla.
Gesù è entrato nella storia del suo tempo e vi ha partecipato, facendo la sua parte: osservando le leggi e pagando il tributo al potere romano allora dominante in Palestina. In questo modo ha dato senso alla fatica del vivere quotidiano di tutti e, soprattutto, ci dà speranza.
Oggi c’è gran bisogno di speranza: la grave crisi economica che attraversa tutto il mondo fa sentire capillarmente i suoi effetti negativi, talora in modo drammatico: aumenta il numero di chi fatica ad arrivare a fine mese, molti non trovano lavoro e altrettanti rischiano di perderlo, le fasce della povertà, anche vicino a noi, ma soprattutto nell’emisfero sud del mondo vanno aumentando e le ingiustizie nella distribuzione della ricchezza diventano sempre più evidenti e insopportabili.
Soprattutto ciò che pesa sulla storia di questa nostra stagione sono la violenza e la guerra: quanto sta accadendo fra israeliani e palestinesi, nella terra di Gesù, ci lascia sgomenti.
Se ci accontentassimo di registrare ciò che accade ai nostri giorni potremmo cadere in preda allo scoraggiamento. La certezza di fede che il Signore Gesù è presente nella nostra storia, ci sostiene e dà spazio alla nostra speranza. Noi ci sentiamo impegnati a pregare, a pregare molto, perché le armi cedano il posto alla tregua e alla trattativa, che è l’unica strada veramente umana per risolvere i conflitti.
Nello stesso tempo Gesù, che nella sua umanità si è fatto nostro  fratello e ci ha fatti fratelli di tutti gli uomini, ci dice che la strada da seguire in questo momento di difficoltà è la solidarietà operosa, con particolare attenzione alla fasce più deboli della società.
Il Papa, nella notte di Natale, ha richiamato l’attenzione sulla sofferenza di tanti bambini, sciaguratamente coinvolti nelle più tristi vicende degli adulti: dai bambini di strada senza una famiglia, a quelli vittime della povertà e delle malattie, ai bambini abusati per nefandi e loschi commerci, a quelli drammaticamente usati nelle guerre e nelle violenze.
Tutti possiamo fare qualche cosa, ciascuno secondo la misura delle sue possibilità: consapevoli che l’urgenza della condivisione in questo momento di dura difficoltà per tanti fratelli e sorelle ci interpella personalmente come membri della famiglia umana e, ancor più, come cristiani, come discepoli di colui che, pur essendo il Figlio di Dio, si è fatto uno di noi, ha portato i nostri pesi e ha condiviso i nostri dolori.
Il Papa nel suo messaggio per la giornata mondiale per la pace che si terrà proprio domani, primo giorno del nuovo anno, indica nell’impegno a combattere la povertà, la strada per costruire la pace. E’ un impegno che investe le più alte istanze istituzionali, ma che tocca anche ciascuno di noi: nessuno può dire di non poter far niente per combattere e alleggerire le povertà lontane e vicine.
Il testo di San Paolo che stiamo commentando afferma che il Figlio di Dio si è fatto uomo ed è entrato in un concreto contesto storico, ‘perché noi ricevessimo l’adozione a figli’, cioè fossimo resi realmente figli di Dio nel Figlio Gesù. E questo è un ulteriore motivo di speranza perché ci assicura che la nostra vita si svolge sotto l’arco della paternità di Dio. Mentre il Vangelo ci ha detto che, otto giorni dopo la nascita, secondo le prescrizioni della Legge, il Bambino venne circonciso, entrando così pienamente nel suo popolo, e che gli venne posto il nome di Gesù, che vuol dire: ‘Dio salva’, annunziando in tal modo la sua missione.
Gesù è quindi incardinato nel nostro tempo che è, in tal modo posto sotto la benedizione della salvezza. Egli è il Signore del tempo, perché ‘tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste’ (Gv 1,3).
Mentre ringraziamo Dio Padre per l’anno 2008 che ci ha concesso, sentiamo anche la responsabilità delle nostre mancanze. Ma è proprio l’inno del ‘Te Deum’ che ci apre il cuore alla fiducia. Nei versetti finali esso canta: ‘Pietà di noi , Signore, pietà di noi. La tua misericordia sia sempre con noi. In te abbiamo sperato: non saremo confusi in eterno’. Nelle braccia dell’infinita misericordia di Dio noi troviamo speranza e la la nostra pace.
Di gran cuore auguro ‘Buon Anno’ a tutti.