S. Messa per le esequie di don Adriano Celeghin
(Mestre – Chiesa parrocchiale S. Marco Evangelista, 29 maggio 2026)
Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia
Caro Vescovo Beniamino, cari confratelli nel sacerdozio, diaconi, amici e conoscenti di don Adriano, siamo qui – riuniti all’altare del Signore – per affidare al Padre della misericordia il nostro carissimo fratello Adriano sacerdote.
Partiamo dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani che abbiamo appena ascoltato: ”Nessuno di noi (…) vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi” (Rm 14,7-9).
Cari fratelli e sorelle, oggi, in questa chiesa di cui don Adriano fu parroco – prima dell’incidente che ne compromise in modo grave le facoltà –, queste parole risuonano come il suo testamento spirituale e come la chiave di volta dell’intera sua vita.
Ascoltando queste parole, non possiamo fare a meno di pensare alla formazione e alla mens giuridica che hanno caratterizzato tutta la sua formazione e i primi anni del suo sacerdozio.
Era un uomo di legge, abituato ad apprezzare l’ordine, a perseguire la giustizia, a rispettare la norma chiara e ben definita. Nella sua mente, la vita aveva un codice preciso. Poi, poco più che cinquantenne, l’evento che ha cambiato tutto: quel tragico incidente in bicicletta, in una giornata di pioggia e vento.
Quella strada e quel violento scontro hanno improvvisamente – e in modo radicale – stravolto ogni sua certezza umana e giuridica. Il suo corpo, così, è stato spezzato e, da quel momento, le cose – per don Adriano e per chi gli voleva bene, i suoi parrocchiani per primi – non sarebbero più state come prima.
Eppure, in quel preciso istante, è avvenuto il passaggio più straordinario della sua vita. Don Adriano non ha smarrito la fede. Al contrario, il suo animo si è aperto a una dimensione nuova che ha superato la sua ampia e variegata cultura giuridica per abbracciare la logica della grazia di Gesù Cristo.
Da quel giorno, per quasi trent’anni, la sua vita è diventata una costante e fedele ripetizione di una frase che a ragione, possiamo dire racchiude tutto il Vangelo: “Accetto quello che mi è capitato”. Qui non c’è il distacco o l’indifferenza, ma c’è l’accettazione previa di quanto Dio aveva stabilito per lui.
Quante volte gli abbiamo sentito dire questa frase: “Accetto quello che mi è capitato”. Una frase che non voleva dire resa e rassegnazione o, tantomeno, capitolazione. No, era la consapevole affermazione di chi ha fatto proprie, e in maniera conscia, quelle parole di Paolo: “Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore”.
In un corpo traumatizzato ed anche a lungo immobile nella sua sofferenza, don Adriano ha compreso ma, soprattutto, ha imparato che c’è una giustizia più grande: è la giustizia divina, che non misura la nostra utilità, la nostra salute o le nostre forze, ma misura l’amore e la fede con cui ci consegniamo nelle mani del nostro comune Padre che sta nei cieli.
In questi giorni – che seguono immediatamente il tempo di Pasqua – la Parola di Dio affida alla fede quotidiana della Chiesa l’icona del corpo risorto; pensiamo ai Vangeli della Pasqua.
Gesù appare a Pietro, ai dodici, ai discepoli, alle donne: il suo corpo glorioso porta ancora i segni della Passione e quelle ferite diventano sorgente di vita e di gioia.
Nel corpo provato del nostro carissimo don Adriano abbiamo visto i segni di questa Pasqua. La sua immobilità, la sua croce quotidiana, sono diventate un’estensione della Passione del Signore. E nel suo volto, specialmente quando celebrava l’Eucaristia anche nell’infermità, traspariva la gioia dei discepoli che riconoscono il Maestro risorto.
Ciò appariva anche quando si rendeva disponibile come ministro del sacramento della riconciliazione, con le poche parole che riusciva ancora a proferire. Non era più la sua forza fisica a parlare; davvero agiva in lui e con forza la presenza soprannaturale del Risorto che lo abitava in modo nuovo, donando pace e consolazione a chiunque si avvicinava per chiedere il perdono o una benedizione.
E qui, cari fratelli e sorelle, dovete fare memoria di voi stessi. Dovete guardare al cammino spirituale che, come comunità parrocchiale, avete vissuto accanto a lui in tutti questi anni. Quella che agli occhi del mondo poteva sembrare solo una tragedia, una disgrazia incomprensibile ed anche crudele, si è rivelata un’immensa occasione di grazia e di santificazione, sia per lui, sia per tutti noi.
Grazie, carissimo don Adriano. Con quanta generosità e fedeltà hai seminato nella vigna del Signore anche in quegli anni in cui – secondo la logica degli uomini – eri più sofferente, più impotente e privato di ogni forza!
Voi, comunità parrocchiale di san Marco, non avete mai abbandonato il vostro pastore. Lo avete circondato d’affetto, lo avete sostenuto e vi siete fatti prossimi a Lui. Negli ultimi anni ricordo il fedele accompagnamento oggi di don Andrea, in precedenza di don Mario.
Ma, in verità, è stato lui a sostenere l’intera comunità. La sua continua e serena accettazione della sofferenza è stata una cattedra silenziosa e potente. Quel continuo ripetere – “Accetto quello che mi è capitato” – ci ha insegnato il valore della vita, non solo quando siamo giovani e quando siamo sani e produttivi, ma anche quando il corpo decade, quando la salute viene meno e si deve, in tutto, dipendere dagli altri.
Don Adriano ha insegnato a questa comunità parrocchiale – non a parole ma con la testimonianza di ogni giorno – che la vita è sempre un bene immenso, un dono di Dio da accogliere in ogni stagione e in ogni sua espressione.
Nell’accettazione tocchiamo con mano che cosa sia la grazia di Dio accolta dall’uomo. Abbiamo imparato a superare la paura della morte e della malattia, vedendole non come la fine di tutto ma come l’ultimo, definitivo, passo per appartenere pienamente al Signore: ”In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv 12,24-25).
La sua stanza è diventata – finché è stato possibile – un luogo di annuncio del Vangelo, un confessionale, una scuola di preghiera, un luogo di testimonianza di una Chiesa vissuta e operante, una Chiesa che non scarta i fragili ma che attorno alla fragilità si stringe, scoprendosi davvero Corpo di Cristo.
Ora, don Adriano, il tuo cammino terreno si è compiuto. Hai corso la tua buona battaglia, hai mantenuto la fede e, nel silenzio della tua croce, hai annunciato la risurrezione. Hai obbedito fino alla fine a quella Legge suprema e dolcissima che è l’Amore di Dio.
Ora, mentre celebriamo l’ordinarietà della nostra fede, caro don Adriano, affidiamo alla tua anima provata – ma così
capace di offrirsi alla misericordia del Padre – le nostre intenzioni, tra le quali in modo particolare il nostro Seminario.
Ora ti immaginiamo finalmente libero, in un corpo glorificato, a correre leggero nei cieli, riprendendo quello che amavi fare un tempo.
E noi, comunità raccolta attorno all’altare del Signore, facciamo tesoro della sua testimonianza. Impariamo ad accogliere, amiamo la vita in ogni sua forma, sosteniamoci a vicenda nelle prove e ripetiamo con lui, ogni giorno, con fede incrollabile: “Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore”. Amen.
