Omelia nella S. Messa per la chiusura diocesana dell’Anno giubilare 2025 (Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 27 dicembre 2025)

S. Messa per la chiusura diocesana dell’Anno giubilare 2025

(Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 27 dicembre 2025)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Carissimi presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate, fedeli laici,

in questa celebrazione – con cui si chiude nella nostra diocesi l’Anno giubilare – prendiamo spunto da un passo della seconda lettura di oggi che è tratta dalla lettera ai Colossesi.

È un pensiero che, seppur appartiene alla liturgia dell’odierna festa della Santa Famiglia, rappresenta una sorta di mandato a cui continuamente dobbiamo ritornare continuamente per mantenere vivo in noi il cammino giubilare, sia a livello personale che con le nostre comunità.

Il Giubileo, infatti, è stato un tempo di ascolto del Signore in cui ciò che contava non erano i singoli adempimenti ma, piuttosto, rinnovare le nostre vite.

Riprendiamo allora il passo della lettera ai Colossesi (3, 12-21), appena proclamato, e lo riascoltiamo cercando di farlo nostro per custodirlo in noi, non come un ricordo ma come nutrimento.

Israele nel deserto, ogni giorno, raccoglieva la quantità giornaliera di mamma; sì, ogni giorno raccoglieva la quantità necessaria – non di più (se no, marciva) e non di meno (se no, non bastava) – e questo dava l’energia necessaria per camminare verso la terra promessa.

Il passo della lettera ai Colossesi inizia così: “Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!” (3, 12-15).

Se poi se dovessimo all’interno di questo passo concentrarci su un versetto particolare credo che, allora, ci dovremmo concentrare su questo: “Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (3,13). Questa invocazione, come sappiamo, la troviamo nella preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato: il Padre Nostro.

Desidero anche, seppur brevemente, soffermarmi con voi sul tema dell’Anno giubilare e sul tema che era stato scelto da Papa Francesco: la speranza.

Il Vangelo di oggi (Mt 2,13-15.19-23) non ci offre una spiegazione teorica della speranza; ci dà, piuttosto l’immagine viva della speranza cristiana che è fondata sulla fede e si esprime nella carità, è la speranza affidabile a cui siamo chiamati. E la figura concreta che rende in modo vivo e realissimo tale speranza è la persona di Giuseppe.

Ora, però, procediamo per gradi. Papa Francesco – come abbiamo appena ricordato – aveva voluto che l’Anno giubilare si caratterizzasse in termini di speranza. Così nella Bolla d’indizione “Spes non confundit” al n. 18 leggiamo che le tre virtù teologali – fede, speranza e carità – sono inseparabilmente unite fra loro.

E poi, a proposito della speranza, scriveva: ”…la speranza, di gran lunga, risulta quella che imprime l’orientamento ed indica la direzione e la finalità dell’esistenza credente. Perciò l’apostolo Paolo invita ad essere «lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Sì, abbiamo bisogno di «abbondare nella speranza» (cfr. Rm 15,13) per testimoniare in modo credibile e attraente la fede e l’amore che portiamo nel cuore; perché la fede sia gioiosa, la carità entusiasta; perché ognuno sia in grado di donare anche solo un sorriso, un gesto di amicizia, uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito, sapendo che, nello Spirito di Gesù, ciò può diventare per chi lo riceve un seme fecondo di speranza” (Papa Francesco, Bolla di indizione dell’Anno giubilare “Spes non confundit”, n.18).

Per avere una immagine viva  e reale della speranza, guardiamo dunque alla figura di Giuseppe. In lui si manifesta una speranza affidabile, concreta e viva perché Giuseppe è un uomo di fede che agisce con coraggio e obbedienza, costruendo tutto attraverso il “sì” silenzioso con cui si è dato a Dio e che concretamente ha voluto dire: accogliere Gesù e Maria, diventando il protettore di chi si affida a Dio nelle incertezze della vita, pronto a cambiare e a servire, senza scoraggiarsi, ma con la forza della fiducia nel compimento del piano divino.

Caratteristiche della sua speranza concreta sono:

  • la sua fede attiva; in lui non c’è una speranza passiva. Giuseppe non si limita ai sogni, che sono ben diversi da quelli che noi consideriamo sogni, ossia non sono vuote immagini ma realtà che esprime realtà. Giuseppe agisce ascoltando i messaggi di Dio, mettendo in pratica la sua volontà e prendendo decisioni importanti per la Santa Famiglia (come la fuga in Egitto).
  • la custodia della vita: è il “padre della speranza” perché custodisce la vita di Gesù consentendo al Dio-bambino di crescere – grazie alla sua attenta, prudente e coraggiosa dedizione – dimostrando che la vita non si esaurisce nella fatica ma è un avanzare sotto la mano provvidente di Dio;
  • la scelta di un silenzio operoso: il suo silenzio esprime la sua grande fede e non un ripiegamento su se stesso, ma piuttosto una condizione per donarsi pienamente alla sua missione, mostrando come si può vivere nella speranza anche senza vederne necessariamente il compimento;
  • è uomo aperto al cambiamento e alle “sorprese” di Dio, che non si irrigidisce nei suoi progetti ma, al contrario, si adatta alle necessità, come pastore e guida del gregge;
  • Giuseppe, infine, è modello per la vita di tutti i giorni; in un’epoca di incertezza – come è la nostra -, Giuseppe è il modello dell’andare oltre quelli che sono i nostri personali progetti per affidarsi a Dio costruendo pazientemente con coraggio, giustizia e umiltà.

In sintesi, Giuseppe di Nazareth insegna a tutti noi come vivere con fiducia nel futuro e nel progetto di Dio, contribuendo a costruire – giorno per giorno, con le mani e il cuore – la speranza che si realizza nella concretezza della vita.

Gesù – l’Emmanuele, il Dio con noi – si è volutamente reso bisognoso di Giuseppe per essere difeso, protetto, accudito e assistito nella sua crescita. E Giuseppe ci insegna ad alzare lo sguardo e, alla fine, ad affidarsi a Dio; questo stile proprio di Giuseppe è fondato su una speranza concreta e, appunto, affidabile.

Questa speranza ci accompagni e ci sorregga anche di fronte agli scenari di guerra che toccano varie parti del mondo (l’Ucraina, Gaza e un’altra sessantina di focolai di guerra in tutti i continenti). La proposta cristiana rimane la pace, che si ottiene col dialogo paziente, sincero e fiducioso, che si nutre di fraternità e soprattutto di perdono. Siamo chiamati come cristiani ad essere piccoli “semi di pace, di riconciliazione e di speranza”, come ha recentemente detto il Santo Padre Leone, poiché un mondo di fraternità è possibile e questo mondo inizia da noi, da ogni nostra scelta, da ogni preghiera.

Concludo con una riflessione di Papa Leone XIV tratta dall’ultima sua catechesi giubilare: ”Il Giubileo volge al termine, non finisce però la speranza che questo Anno ci ha donato: rimarremo pellegrini di speranza! (…) «Nella speranza, infatti, siamo stati salvati» (Rm 8,24). Senza speranza, siamo morti; con la speranza, veniamo alla luce. La speranza è generativa. Infatti è una virtù teologale, cioè una forza di Dio, e come tale genera, non uccide ma fa nascere e rinascere. Questa è vera forza. Quella che minaccia e uccide non è forza: è prepotenza, è paura aggressiva, è male che non genera niente. La forza di Dio fa nascere. Per questo vorrei dirvi infine: sperare è generare” (Papa Leone XIV, Catechesi giubilare del 20 dicembre 2025).

 

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