S. Messa in occasione della festa di San Matteo apostolo, patrono della Guardia di Finanza
(Venezia – S. Polo, 19 settembre 2025)
Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia
Ringrazio per il cortese invito, in occasione di questa celebrazione eucaristica in onore di san Matteo, ed esprimo il mio augurio agli uomini e alle donne della Guardia di Finanza in questo giorno, per loro, di particolare festa.
Matteo, apostolo ed evangelista, fu proclamato nel 1934 patrono del corpo della Guardia di Finanza da Papa Pio XI, con decreto firmato dal Cardinale Segretario di Stato Eugenio Pacelli (futuro Pio XII).
Dal Vangelo sappiamo che, prima di incontrare Gesù, Levi – questo il suo nome originario – era esattore delle tasse e, poi, fu annoverato tra i Dodici scelti personalmente da Gesù come apostoli. Con la sua conversione Matteo, oltre a far propri i valori di Gesù, diventa simbolo di come si può essere integri nel campo così complicato e difficile dell’economia e della finanza.
Matteo era un pubblicano, cioè un funzionario dell’erario. I pubblicani riscuotevano le tasse per i Romani e calcavano la mano sul popolo per ritagliarsi un cospicuo margine di guadagno. Il popolo li considerava usurai; i pubblicani costituivano, quindi, un gruppo sociale odiato dal popolo.
La chiamata di Levi-Matteo da parte di Gesù destò, per questo, grande sconcerto non solo nello stesso Matteo ma, soprattutto, in quanti soggiacevano alle sue angherie.
La conversione di Matteo, soprattutto in questo Anno giubilare, ci dice però che c’è la possibilità di aprirsi a valori morali più alti da parte di ogni uomo e donna (in qualsiasi ambito) e c’è la possibilità di lasciare la via vecchia per percorrerne una nuova.
Riascoltiamo, ora, la preghiera della Colletta, quella con cui abbiamo iniziato la celebrazione, perché ci introduce bene al senso della festa: “O Dio, che nel disegno della tua misericordia, hai scelto Matteo il pubblicano e lo hai costituito apostolo del Vangelo, concedi anche a noi, per il suo esempio e la sua intercessione, di corrispondere alla vocazione cristiana e di seguirti fedelmente in tutti i giorni della nostra vita”.
Soffermiamoci sul momento della “chiamata” o “conversione” di Matteo e lasciamoci guidare, in questa nostra riflessione, da un capolavoro dell’arte pittorica, il quadro del Caravaggio che rappresenta, esattamente, Gesù nell’atto in cui chiama Matteo.
L’autore del dipinto è Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, e il quadro fu dipinto tra il 1599 e il 1600 per la Cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma.
La scena è ambientata in un’osteria e raffigura Gesù, insieme a Pietro, che con un gesto della mano indica Matteo e gli chiede di seguirlo; il gesto di Gesù evoca la divina chiamata che viene sottolineata tramite una luce potente che irradia dalla mano di Cristo.
La scena è ambientata in un luogo buio, con persone che indossano abiti dell’epoca del Caravaggio (fine del Cinquecento, inizio del Seicento), eccetto Gesù e Pietro. Cosa vogliono indicare gli abiti di quell’epoca e non dell’epoca di Gesù? Vogliono esprimere come la chiamata di Dio entri nel tempo, nella storia concreta, nella quotidianità.
Seduti ad un tavolo, un gruppo di esattori conta avidamente un mucchio di denaro; tra essi vi è Matteo che è invitato da Gesù, con il gesto della mano, a seguirlo. Una forte luce diagonale – si diceva – simboleggia la grazia divina, illumina la scena e raggiunge la mano di Matteo, evidenziandone la figura e la chiamata di Cristo dalla quale nascerà un uomo nuovo: non più Levi ma Matteo.
La mano tesa di Gesù verso Matteo ricorda quella di Adamo nella creazione di Michelangelo, raffigurata sulla volta della Cappella Sistina, e ci suggerisce come la chiamata di Cristo sia, appunto, una nuova creazione.
Matteo è rappresentato con un volto fra l’incredulo e l’incuriosito ed indica se stesso, profondamente stupito dall’inatteso gesto di Gesù.
Con quest’opera il Caravaggio intende rappresentare la chiamata che Cristo rivolge ad ogni uomo e, quindi, la possibilità che Dio si rivolga anche a me e lo faccia in qualsiasi momento della mia vita e che per ogni uomo sia possibile liberamente seguirlo oppure rifiutare il suo invito.
Ci siamo soffermati su questa scena di conversione perché siamo nell’Anno giubilare e tutti – nessuno escluso – siamo invitati a convertirci, ossia a diventare pellegrini di speranza incamminandoci verso il Signore Gesù che ci chiama.
Per la sua esperienza di esattore delle tasse e per la sua conversione, Matteo è stato eletto a “protettore”, ossia aiuto, compagno di strada e garante di quanti sono chiamati a vigilare sul corretto uso del denaro e, cosa ancor più delicata, devono vigilare se il denaro pubblico è usato secondo la legge contribuendo così, per quanto è di loro competenza, al bene comune in questo ambito specifico, così decisivo e delicato, della convivenza civile.
Contribuire al bene comune significa, in concreto, che ogni cittadino deve partecipare alla vita e al progresso della società, in base alle proprie capacità e alle proprie risorse, favorendo il benessere stesso della comunità.
Mi sembra opportuno accennare, seppur brevemente, a quanto la Costituzione italiana afferma circa la contribuzione del cittadino al bene comune. La nostra Costituzione lega il prelievo fiscale (le tasse) al dovere di solidarietà e ai principi di capacità contributiva e di progressività, così com’è sancito dall’articolo 53: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Questo significa, evidentemente, che chi ha maggiori risorse economiche è chiamato a contribuire di più e che le tasse servono a finanziare i servizi pubblici e a garantire quella coesione, quella solidarietà e quello sviluppo economico-sociale, che la Costituzione raccomanda sin dai primi articoli (2 e 3) che richiamano anche alcuni precisi capisaldi della dottrina sociale della Chiesa.
In conclusione, possiamo dire che la giustizia è, prima di tutto, una virtù che si radica nelle persone e prescrive un obbligo verso ciò che è dovuto e non può, in alcun modo, essere lasciato ad una soggettiva condiscendenza. In realtà, se manca questa caratteristica di virtù radicata nella persona, tutto diventa più complicato poiché le leggi possono sempre essere aggirate e, quindi, rese inutili.
Viene più spontaneo essere caritatevoli che giusti e questo è il motivo per cui san Tommaso separava la giustizia dalla generosità; la giustizia, infatti, fa valere l’istanza del dovuto e dell’obbligatorietà del bene sottraendolo all’arbitrarietà del sentimento e alla valutazione soggettiva.
A livello comunitario di società, possiamo infine parlare di piena e reale giustizia quando le tre relazioni fondamentali della giustizia sono ordinate fra loro: 1) giustizia commutativa (Aristotele la chiamava “aritmetica”), che regola le relazioni tra i singoli; 2) giustizia distributiva (detta da Aristotele “geometrica”) che regola le relazioni della società verso i singoli; 3) giustizia legale (per Aristotele “generale”) che regola le relazioni dei singoli verso la società.
La giustizia, così intesa a 360°, è un dovere per ogni cittadino (e noi auspichiamo sia anche una virtù); in tal modo, ogni cittadino partecipa allo sviluppo della società e contribuisce ad incidere in tale ambito.
Nel ridistribuire le risorse la finanza pubblica deve seguire sempre i principi di solidarietà, uguaglianza e valorizzazione dei talenti, prestando attenzione a sostenere le famiglie che – con la loro specifica capacità generativa, l’unione dell’uomo e della donna – costituiscono la cellula vitale e originaria della società.
San Matteo ci aiuti tutti a comprendere e a mettere in pratica la vera giustizia, senza della quale non si può parlare neanche di carità.
