Omelia nella S. Messa in occasione dei Giubilei sacerdotali (Venezia – Basilica della Salute, 14 maggio 2026)

S. Messa in occasione dei Giubilei sacerdotali

(Venezia – Basilica della Salute, 14 maggio 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Cari confratelli nel sacerdozio,

la giornata di oggi ci offre il dono prezioso di celebrare insieme i Giubilei sacerdotali; è la festa della fedeltà, che quest’anno cade nel giorno in cui la Chiesa ricorda l’apostolo Mattia, una luce ulteriore che illumina il nostro ministero.

Mattia è l’apostolo “scelto” per sostituire Giuda. La sua persona e la sua storia ci dicono che la vita della Chiesa continua nel tempo, anche se qualcuno dei chiamati viene meno. La sostituzione di Giuda con Mattia ci ricorda che il sacerdozio è un dono che si radica nella storia e nel tempo e che interpella sempre la libertà dell’uomo.

La data dei Giubilei ci rammenta che il “sì” detto al Signore, a sé e alla Chiesa attraversa le differenti stagioni della vita umana, sia i momenti della gioia sia quelli della prova.

In questo giorno ci uniamo in particolare ai sacerdoti diocesani don Marino Gambato, don Mario Liviero, don Gianni Manziega e don Mario Ronzini che festeggiano il loro 60esimo anniversario di ordinazione sacerdotale (mentre don Corrado De Fanti, che era sulla soglia di questo traguardo, è da poche settimane in cielo); raggiungono i sessant’anni di Messa anche don Luciano Coldebella e don Pietro Sarto dei Salesiani. Ricordiamo poi, con animo grato al Signore, i 50 anni di presbiterato di don Umberto Bertola e don Giuseppe Costantini; lo stesso anniversario riguarda anche don Luciano Degan, sacerdote orionino. C’è, infine, il 25esimo dei sacerdoti diocesani don Luca Biancafior e don Claudio Gueraldi e dell’orionino don Filippo Benetazzo.

 

  1. “Rimanete nel mio amore”: l’amore inteso come volontà del vero e del bene

Nel Vangelo di Giovanni risuona la richiesta di Gesù: «Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9).

Cari confratelli, l’invito è sempre lo stesso poiché, quando Gesù parla dell’amore, non chiede di abitare in un vuoto sentimento da riempire con i propri stati d’animo ed emotività; l’amore di cui Cristo ci parla non è emozione passeggera, brivido fuggevole o intimo e autoreferenziale ripiegarsi su di sé, ma è l’amore inteso come volontà del vero e del bene.

Rimanere nel suo amore significa rispondere al progetto di chi ci ha chiamato. E qual è il progetto di Dio per un sacerdote? San Pietro lo ha imparato poco alla volta e a fatica: “Pasci le mie pecorelle” (cfr. Gv 21). La volontà/progetto di Dio, infatti, si traduce concretamente nell’esercizio fedele, quotidiano e paziente della carità pastorale.

Non basta amare in astratto, magari ripetendo continuamente tale parola; il sacerdote è chiamato ad amare come prete, ossia col cuore di Cristo pastore. In altre parole: spendersi per le persone che gli sono affidate (non che si è scelte!), indicando loro Cristo, che è sempre – non scordiamolo – la pietra d’inciampo (cfr. 1Pt 2, 6-8 – Rm 9, 32-33). Si tratta di indicare Cristo – come è in realtà – alle persone e non proponendo loro il Vangelo dell’omologazione del pensiero comune e dominante, del politicamente corretto, magari frequentando meno i social e i giornali e più il confessionale.

Rimanere in Gesù Cristo significa lasciarsi plasmare dall’amore esigente e difficile del Vangelo. La croce non è un’invenzione della Chiesa che io, con la mia pastorale, so e posso bypassare; Gesù parla del mercenario (per rimanere al Nuovo Testamento). La croce è e rimane il cuore del Vangelo.

 

  1. Dalla fragilità alla fedeltà – L’insegnamento di Mattia

La prima lettura (Atti 1,15-26) ci mette di fronte ad una pagina ardua per la Chiesa di sempre: il tradimento di Giuda, detto Iscariota e conosciuto come il traditore. Giuda è il monito che la vocazione non è una risposta data una volta per tutte. Il venire meno di Giuda ci ricorda che il sacerdote è un uomo e che, in quanto tale, può venire meno perché è impastato di fragilità.

La vocazione, quindi, non è solo rispondere a una chiamata iniziale, l’entusiasmo degli inizi; la vocazione richiede la perseveranza nell’amore lungo il tempo. E tale perseveranza, ha, nel tempo, un nome: fedeltà.

Celebrare oggi i Giubilei non è celebrare la forza di alcuni uomini, ma la fedeltà di Dio che continua ad abitare nella loro fragilità.

Giuda ci insegna che il discepolo può essere infedele e venire meno, ma che il Signore resta fedele. Il sacerdote fedele non è colui che non cade mai, ma colui che nella prova e nel tempo continua a dire: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene»” (Gv 21,17). E si rialza.

 

  1. “Non voi avete scelto me” – La libertà come risposta

C’è un passo del Vangelo che dobbiamo scolpire nel nostro cuore. Sono le parole: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,12). Questo è il fondamento della nostra vocazione e fedeltà!

Come già detto, guardiamoci dall’immaginare la libertà come contenitore vuoto. Oggi, guardando al dono del sacerdozio, pensiamo che la vera libertà è rispondere ad un amore che ci precede.

Siamo stati scelti, cari confratelli, prima che noi pensassimo di scegliere Dio. La nostra libertà è chiamata in causa nel momento in cui si percepisce e si accoglie tale amore che ci precede e di cui siamo chiamati a diventare “segno” nella Chiesa e nel mondo.

La vocazione al sacerdozio è la prova che la Chiesa è una comunità viva e capace di generare. Una Chiesa che è in grado di generare vocazioni è una comunità capace di rigenerarsi; una Chiesa che chiude il Seminario e, di fatto, rinuncia ad una pastorale vocazionale è una Chiesa che deve interrogarsi, ritornando più spesso alla preghiera che Gesù chiede di fronte alla messe abbondante nei Vangeli di Matteo e di Luca (cfr. Mt 9,37-38; Lc 10,2).

Vedere un sacerdote fedele, nelle piccole e grandi cose, è una catechesi viva e convincente, perché dice ai giovani – e non solo a loro – che ne valeva e ne vale la pena. In modo particolare dice meglio dei ragionamenti che Dio è presente ed è fedele. E dice che la vita si offre fino alla fine e non fino a quando lo decidiamo noi, magari con l’aiuto dello psicologo.

 

  1. Convertirsi alla grandezza del dono

I Giubilei che celebriamo non sono tanto traguardi cronologici, ma una grazia che ci chiede di guardare all’oggettività del dono ricevuto. Nel giorno dell’ordinazione siamo stati plasmati in modo nuovo e abbiamo assunto – senza nostro merito – una nuova somiglianza con Cristo. Questa non è un’opinione teologica, ma è – secondo la dottrina della Chiesa – dogma di fede; è una sorta di mutazione ontologica: “Tu sei sacerdote per sempre”.

Tale dono – che ci è stato dato e che gratuitamente abbiamo ricevuto – chiede d’essere fatto nostro, giorno dopo giorno, di diventare soggettivamente nostro. Chiede, cioè, d’essere vissuto. È la sfida gioiosa di ogni giorno. E, a ben vedere, è la nostra personale conversione che progressivamente ci apre alla grandezza del dono ricevuto. Noi non siamo chiamati a vivere il nostro sacerdozio come nostra proprietà o misurando ciò che lo riguarda secondo logiche umane.

Gesù ha accompagnato i suoi apostoli in un lungo cammino (con gesti di tenerezza e severità) per insegnare loro cosa voglia dire essere suoi servitori. Ricordiamo i non pochi rimproveri che Gesù ha rivolto a loro e che oggi rivolge a noi. Pensiamo alla discussione su chi fosse il più grande (cfr. Lc 9,46); è lo specchio fedele della nostra ricorrente tentazione di potere. Pensiamo all‘intemperanza di Giacomo e Giovanni verso i Samaritani (cfr. Lc 9,54), sintomo di un ministero vissuto con insofferenza, con impazienza e senza misericordia. Pensiamo all’apostolo Pietro che rifiuta la lavanda dei piedi (cfr. Gv 13,8); è l’atteggiamento di chi pensa –  alla fine – di non aver bisogno di purificarsi e della grazia del perdono.

La conversione di Pietro passa attraverso le lacrime (cfr. Mt 26,75). E quando Pietro sente cantare il gallo allora, secondo la logica del tempo, voleva dire che la notte era finita e che una nuova alba stava per sorgere. Il canto del gallo annuncia la fine della notte ma soprattutto le luci dell’alba che si fanno strada nel cuore di Pietro; è la fine della notte interiore, è l’inizio della verità e dell’amore di Gesù su di sé e nella propria vita.

Ogni presbitero – che, in forza dell’ordinazione, partecipa alla successione apostolica – è chiamato a tendere l’orecchio, ad ascoltare dentro di sé il canto del gallo, ossia attendere il sorgere dell’alba che segna il nuovo giorno. Dobbiamo, infatti, purificare sempre il dono ricevuto il giorno della nostra ordinazione riscoprendo che l’umiltà è il solo modo per custodire la grandezza del sacramento che abilita, nel tempo, a compiere i gesti dell’unico ed eterno Sacerdote: Gesù Cristo.

Ciascuno di noi, allora, guardi con gratitudine e gioia agli anni del suo ministero sacerdotale; sono gli anni del sì detto a Cristo e ai fratelli, nella grazia del ministero ordinato.

 

  1. Conclusione

Vogliamo dire grazie per essere “rimasti” nell’amore dell’unico eterno Sacerdote anche quando eravamo stanchi o incompresi. Diciamo grazie per la celebrazione dei sacramenti, grazie per la parola annunciata, grazie per la carità pastorale vissuta con pazienza e fedeltà, grazie per le persone che abbiamo incontrato come sacerdoti e che ci hanno aiutato a crescere nel nostro sacerdozio in mille modi, anche dicendo con amore la verità.

Salutiamo con affetto il Santo Padre Leone XIV che, poco più di un anno fa, è stato chiamato a guidare la Chiesa nel ministero petrino.

E continuiamo a ricordare quotidianamente all’altare del Signore chi vive momenti di fragilità fisica o spirituale e i nostri cari e indimenticabili defunti.

La festa di san Mattia ci confermi nella gioia di essere amici del Signore.  E che la Madonna della Salute ci accompagni passo dopo passo, affinché, come l’apostolo Mattia, possiamo continuare ad essere testimoni credibili della risurrezione di Cristo, fino al giorno dell’incontro con Lui.

Che il Signore doni ai festeggiati di oggi ancora lunghe stagioni per un fecondo ministero.

E ora recitiamo questa preghiera di ringraziamento per il sacramento dell’ordine indegnamente ricevuto.

 

Signore Gesù,
in questo giorno di grazia, custodiamo il dono oggettivo
che ha segnato per sempre la nostra vita.
Confessiamo, Signore, che spesso non abbiamo compreso,
o abbiamo reso piccolo, il grande dono del sacerdozio.

Convertici, Signore, alla grandezza del tuo dono.
Donaci il coraggio di lasciare che il gallo canti,
per mettere fine alle notti della nostra superbia,
dei nostri pensieri di grandezza,
della nostra tiepidezza nel rimanere con Te.

Come Pietro, vogliamo lasciarci purificare i piedi,
accettando di essere servi, non padroni.
Purifica, Signore, il nostro cuore e la nostra intenzione,
perché il dono ricevuto nel giorno dell’ordinazione
possa fiorire, ogni giorno di più,
nel dono totale di noi stessi ai fratelli.

Maria, Madre dei sacerdoti, insegna a noi la via dell’umiltà.

 

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