S. Messa per le esequie di don Paolo Ferrazzo
(Lido di Venezia – Chiesa parrocchiale S. Nicolò, 22 maggio 2026)
Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia
Cari fratelli e sorelle,
siamo qui raccolti attorno all’altare del Signore per celebrare l’Eucaristia – memoriale della Pasqua di Cristo – e per dare l’ultimo saluto terreno al nostro caro don Paolo. Salutiamo in lui un fratello, un padre, una guida spirituale che ha dedicato la sua vita per il Vangelo.
Ai familiari e a tutti coloro che lo hanno conosciuto e ne piangono ora la scomparsa giungano le cristiane condoglianze del Patriarca, del presbiterio diocesano e dell’intera Chiesa che è in Venezia. Un particolare saluto e abbraccio va alla mamma Ivana, alla sorella Antonella, ai cognati, ai nipoti e ai parenti tutti; ricordiamo in questa circostanza anche il fratello di don Paolo, Fabio, venuto a mancare alcuni mesi fa, anche lui prematuramente. E grazie a quanti – in quest’ultimo periodo così difficile per don Paolo – lo hanno seguito, accompagnato e assistito.
In questo momento di dolore, ma illuminato dalla fede, la liturgia ci offre una prospettiva di speranza e di certezza. Le letture che abbiamo ascoltato riassumono e illuminano bene tutto il cammino sacerdotale e umano di don Paolo, anche questi ultimi mesi segnati dalla dura prova della malattia.
La Parola di Dio è stata il respiro di tutta la sua vita. Don Paolo non è stato soltanto un amministratore dei sacramenti o un parroco, ma è stato essenzialmente un uomo della Parola. Ha legato il suo ministero alla predicazione, ha guidato innumerevoli conferenze spirituali e ha accompagnato tantissime anime nel loro cammino di fede, attingendo sempre e solo alle Sacre Scritture, alla Tradizione e agli insegnamenti della Chiesa.
Egli ha fatto pienamente sue le parole del salmo 114/115 che abbiamo proclamato: “Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi”. Questo versetto – possiamo dire – è stato il programma di vita di don Paolo. Egli ha camminato davvero ogni giorno alla presenza del Signore, non come un peso ma come una grazia.
Sapeva che ogni suo passo, ogni sua parola, ogni suo incontro avveniva sotto lo sguardo misericordioso di Dio. Il suo ministero di predicazione è nato e si è sempre accresciuto proprio a partire da questa consapevolezza: aiutare gli altri a sentire la presenza di Dio nella quotidianità e a non camminare a tentoni, ma sempre nella luce della Sua Parola.
Questa certezza ha sostenuto don Paolo anche nell’ultimo periodo, quando il suo corpo ha iniziato a sentire i progressivi e duri colpi della malattia. Quante volte, nel silenzio della sua stanza, forse anche a sua insaputa, si sono materializzate le parole che abbiamo appena ascoltato e mi riferisco alle parole tratte dalla lettera di san Paolo ai Filippesi (cfr. Fil 3,20-21): il Signore “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”.
Fratelli e sorelle, la Pasqua di don Paolo si è compiuta tra la solennità dell’Ascensione e la Pentecoste. E adesso – riprendendo proprio le parole della prima lettura – il suo corpo sofferente, perché segnato pesantemente dal male, è conformato al corpo glorioso del Signore Risorto, essendo entrato definitivamente nella Gerusalemme celeste. Ora don Paolo è concittadino dei santi.
Il brano del Vangelo secondo Luca (cfr. Lc 23,44-46,50.52-53;24,1-6a), ha il suo culmine nelle parole di Gesù: ”Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. E narra in modo drammatico (vivo e attuale) la morte di Gesù: “…si fece buio su tutta la terra”. Questo Vangelo però, come tutti i Vangeli, si apre immediatamente alla luce della Pasqua e termina con il sepolcro vuoto.
Questa è – come un giorno sarà per tutti noi – l’esperienza che don Paolo ha fatto, specialmente in questi mesi trascorsi dall’inizio dell‘Avvento scorso alla settimana tra l’Ascensione e la Pentecoste e che lo hanno via via incamminato verso il suo personale incontro con Cristo. Il vuoto della morte, in lui, è stato progressivamente riempito dalla certezza della Risurrezione.
Il testamento più bello – e forse involontario – che don Paolo ci ha lasciato è la sua fede limpida. In questi mesi, ogni volta che gli proponevo i sacramenti e le preghiere che la Chiesa riserva alle persone ammalate, vedevo la gratitudine di chi desiderava l’incontro sacramentale con il sacerdote; in lui vedevo l’immagine dell’assetato che poteva accostarsi alla fonte d’acqua fresca che ristora e ritempra.
Come un assetato che sta camminando nel deserto, l’ultima volta che l’ho incontrato si è letteralmente avvinghiato alla croce pettorale che, dopo aver amministrato il sacramento e quando mi ero chinato su di lui, gli era caduta in grembo. Ho visto in lui veramente l’immagine dell’assetato che può bere, assaporando l’acqua ristoratrice dello Spirito Santo.
La festa dell’Ascensione – così sentita in questa parrocchia di San Nicolò – e l’ormai vicina solennità di Pentecoste ci dicono proprio questo: il Signore non abbandona mai, ma sempre accompagna e sostiene.
A don Paolo, che ha fatto parte ed ha amato il presbiterio veneziano e il Seminario Patriarcale, ho chiesto in particolare di pregare per la nostra Chiesa, per i confratelli sacerdoti, per il Seminario e per i seminaristi.
Carissimo don Paolo, chiedi ora per la nostra Chiesa che è in Venezia e per la Chiesa universale pastori saggi, zelanti e buoni che sappiano essere veri pastori, ossia innanzitutto assetati di Dio, generosi e intelligenti dispensatori della Parola e dei sacramenti. Amen.
