Omelia del Patriarca nella S. Messa per le esequie del diacono Luciano Barasits (Mestre – Chiesa S. Maria del Carmelo / Favorita, 15 settembre 2026)

S. Messa per le esequie del diacono Luciano Barasits

(Mestre – Chiesa S. Maria del Carmelo / Favorita, 15 settembre 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

  

Cari fratelli e sorelle,

vorrei iniziare questa celebrazione rivolgendo un pensiero particolare alla moglie Laura, alla figlia Maria Chiara, al genero Leonardo e ai nipoti Silvia, Iacopo ed Elena Miriam con tutti i familiari e, insieme a loro, ai diaconi e a quanti hanno condiviso con Luciano un tratto della vita, del servizio ecclesiale e dell’amicizia.

Quando una persona muore, soprattutto quando è una persona che abbiamo conosciuto e alla quale abbiamo voluto bene, le parole sono sempre insufficienti. Vorremmo dire molte cose, ma ci accorgiamo che le parole non riescono a contenere né il dolore della separazione né la gratitudine per il dono ricevuto. E allora la Chiesa ci invita a fare una cosa semplice e grande: metterci davanti alla Parola di Dio e affidare a Dio la persona che abbiamo amato.

Preparando questa celebrazione e scegliendo le letture, la mia attenzione è caduta quasi spontaneamente sul Vangelo di Matteo (11,25-30).

Gesù dice: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. E poi aggiunge: “…imparate da me, che sono mite e umile di cuore”.

Leggendo queste parole ho spontaneamente pensato a Luciano. Se infatti avessi dovuto cercare alcune parole per descriverlo, mi sarebbero venute in mente proprio queste: pacato, disponibile, mite, modesto.

Non era una persona che sentiva il bisogno di imporsi o che cercava di occupare lo spazio di altri. Era, però, una persona che, al momento dovuto, sapeva essere presente e, spesso, nella vita cristiana questo è molto più importante di ciò che facciamo o diciamo.

Luciano ci ha ricordato che si può fare del bene anche solo e semplicemente stando accanto alle persone. Ed è questa forse questa è una delle forme più vere del servizio cristiano.

C’è, infatti, un aspetto che vorrei subito ricordare: il suo ministero di assistente religioso nei luoghi di cura, in particolare presso l’Ospedale dell’Angelo.

Non è un particolare secondario. Anzi, credo che ci permetta di comprendere qualcosa di profondo di Luciano. L’ospedale è un luogo nel quale l’uomo viene messo davanti alla propria verità. Lì le nostre sicurezze possono improvvisamente vacillare. Lì chi durante la sua vita ha sempre deciso, programmato, organizzato, lavorato e comandato, improvvisamente può trovarsi a dipendere da altri e ad attendere aiuto e conforto.

L’uomo che ha sempre cercato di controllare la propria vita scopre che ci sono situazioni che non può controllare. E proprio lì, nella fragilità, può emergere una domanda che nella vita ordinaria qualche volta teniamo lontana.

Luciano entrava in questo mondo. Non entrava per dare risposte facili. Entrava per esserci. Con una parola. Con l’ascolto. Soprattutto con la preghiera. E qualche volta, probabilmente, anche con il silenzio.

Forse proprio qui possiamo comprendere il senso più bello del ministero diaconale. Il diacono è – dovrebbe essere – l’uomo del servizio. È colui che porta la Chiesa là dove la vita concreta delle persone domanda una presenza.

Soprattutto lì in ospedale Luciano incontrava persone che avevano sempre pensato di poter fare a meno di Dio, ma poi arriva il momento in cui questa convinzione non basta più.

E allora diventa preziosa una parola. Diventa prezioso qualcuno che dice: «La tua fragilità non cancella la tua dignità». E soprattutto: «Dio non ti abbandona». Questo è stato, in tanti momenti, il servizio di Luciano.

E qui arriviamo alla prima lettura (Rm 8, 31-39). San Paolo ci consegna oggi una pagina stupenda del Nuovo Testamento. Dopo aver contemplato Cristo morto e risorto, infatti, pone una domanda: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?”.

Comincia così ad elencare tutto ciò che può sembrare capace di spezzare questo rapporto: la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada… È come se Paolo volesse arrivare progressivamente al limite estremo dell’esperienza umana. E, infatti, arriva alla morte.

La morte sembra essere la separazione definitiva. Quando una persona muore, noi diciamo: «Non c’è più». E, in un certo senso, è vero. Non possiamo più incontrarlo come prima. La morte introduce una separazione reale che avvertite soprattutto voi, cara Luciana, voi figli, voi nipoti, voi familiari.

La fede cristiana non ci chiede di far finta che non sia così; il cristianesimo non è una fuga dal dolore. Il cristiano conosce il tempo del pianto. Gesù stesso ha pianto davanti alla morte di Lazzaro. Ma dentro questo dolore la Parola di Dio ci consegna una certezza.

Paolo dice: “Né morte né vita […] potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. Ecco la nostra fede: non dice che la morte non esiste. Dice qualcosa di molto più grande: la morte esiste, ma non è più capace di separare definitivamente l’uomo dall’amore di Dio.

La morte è il grande limite della nostra esistenza. È il muro davanti al quale ogni uomo, credente o non credente, prima o poi si trova. E il nostro tempo cerca in molti modi di allontanare questo pensiero. La medicina cerca di curare. La scienza cerca di conoscere. La tecnica cerca di migliorare la vita.

Ma c’è una domanda alla quale nessuna conquista umana, per quanto straordinaria, può dare da sola una risposta definitiva: che cosa c’è oltre la morte?

La fede cristiana non risponde dicendo semplicemente: “La morte non conta”. No, la morte conta, la morte ferisce, la morte separa. Ma la morte non è l’ultima parola. Perché noi abbiamo davanti agli occhi Cristo che ha attraversato la morte.

La nostra speranza non nasce da una filosofia. Non nasce dal desiderio umano di non morire. Nasce dalla Pasqua: Cristo è morto realmente, è stato deposto nel sepolcro. E il sepolcro non ha avuto l’ultima parola. Il Padre lo ha risuscitato.

Poi il Risorto si è mostrato ai suoi discepoli e il Risorto porta ancora i segni della Passione. Le ferite non sono cancellate, sono trasfigurate. Questo significa che Dio non cancella la nostra storia ma la redime. La porta dentro una vita nuova.

Dinanzi al dramma della morte siamo chiamati a riflettere sulla potenza della Parola e dell’Amore di Dio. Perché Dio è colui che crea. All’inizio, quando ancora nulla esisteva, Dio parla. E la sua Parola chiama all’esistenza ciò che non esisteva. Ma quella Parola creatrice è anche una Parola d’amore. Noi esistiamo perché siamo stati voluti. Siamo stati pensati. Siamo stati amati. E se Dio ci ha chiamati all’esistenza attraverso il suo amore onnipotente, allora possiamo credere che il suo amore è più forte anche della morte.

Questa è la speranza cristiana: non siamo affidati al nulla, siamo affidati a un Padre. Noi tutti non andiamo verso il nulla, andiamo incontro ad un Amore. Non siamo custoditi soltanto dai ricordi di coloro che rimangono. Noi siamo custoditi da Dio. E questo è ciò che oggi permette alla nostra preghiera di essere insieme dolorosa e piena di speranza.

Il Vangelo quando entra nell’esistenza quotidiana del cristiano, di ogni cristiano, non ha bisogno di grandi gesti. Il Vangelo appena ascoltato si esprime in questa parola ricca di speranza, di pace e capace di infonderci coraggio e serenità “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. E, ancora: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”.

E noi oggi diciamo: “Padre, nelle tue mani affidiamo Luciano”. E lo diciamo con fede e con speranza. Noi ci fidiamo dell’amore che non viene meno. Ci fidiamo di Cristo risorto.

Quando muore una persona che abbiamo amato, una parte della sua vita ci è affidata. La sua fede può continuare attraverso la nostra fede. Questa è una delle forme più belle della memoria cristiana: non solo ricordare una persona, ma raccogliere ciò che ci ha insegnato con la sua vita.

Rinnovo le mie condoglianze ai familiari del diacono Luciano, in particolare alla moglie Laura e alla figlia Maria Chiara; oggi la Chiesa che è in Venezia vi è accanto. E non pretende di togliere il dolore. Vorrebbe semplicemente aiutarvi a portarlo. Lo portiamo davanti all’altare del Signore, lo portiamo dentro l’Eucaristia. Perché proprio nell’Eucaristia noi celebriamo la morte e la risurrezione di Cristo. E ogni volta che celebriamo l’Eucaristia proclamiamo che la morte non è l’ultima parola. L’ultima parola è Cristo.

Signore Gesù, tu che hai detto: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi”. Accogli il tuo servo e nostro fratello Luciano. E dona a lui quella pace che soltanto tu puoi dare. Perché né morte né vita, né presente né futuro, né alcuna creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore. Amen.

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