Omelia del Patriarca nella S. Messa per il 40° anniversario del gruppo Agesci Zelarino–Trivignano 1 (Zelarino – Forte Mezzacapo, 24 maggio 2026)

S. Messa nel 40° anniversario del gruppo Agesci Zelarino–Trivignano 1

 (Zelarino – Forte Mezzacapo, 24 maggio 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Carissimi,

rivolgo innanzitutto un caloroso augurio al gruppo scout Agesci Zelarino-Trivignano 1 per i suoi 40 anni di storia, di radicamento e di servizio sul territorio. È un’importante ricorrenza che celebra una tradizione educativa fondamentale per la crescita dei giovani e conferma la fedeltà e l’impegno costante nella trasmissione dei valori cristiani e umani.

I 40 anni del gruppo rappresentano perciò un traguardo di grande valore per tutta la comunità di Zelarino e Trivignano. È un’ulteriore testimonianza che dimostra la bontà del metodo scout, da sempre capace di educare i ragazzi all’impegno, al rispetto del creato, all’apertura verso il prossimo e al servizio attivo.

Oggi più che mai, in un’epoca ricca di sfide per le nuove generazioni, l’impegno educativo degli scout offre un punto di riferimento solido e orientato alla fede. Rimanere saldi nell’insegnamento della Chiesa e nei princìpi fondanti dello scautismo cattolico permette ai ragazzi di crescere come cittadini responsabili, cristiani consapevoli e testimoni di speranza per il futuro.

Al culmine di questo anniversario e per ricordarlo al meglio vi è questa nostra Eucaristia domenicale, nel giorno solenne di Pentecoste, che rappresenta un momento fondamentale per la nostra fede ed è segno di profonda unità e comunione.

Raccogliamo, intanto, alcuni spunti da questa festa di Pentecoste ed in particolare dalla prima lettura che abbiamo ascoltato (At 2,1-11). L’inizio del racconto della Pentecoste ci mostra gli Apostoli chiusi nel Cenacolo, impauriti. Ma lo Spirito Santo irrompe e li rende coraggiosi testimoni del Vangelo in un contesto che prima li intimidiva e li portava a rinchiudersi in se stessi.

Lo Spirito Santo si manifesta in “lingue di fuoco” che si posano su ciascuno di loro. Non c’è un’unica fiamma standardizzata, ma una per ogni persona, segno che lo Spirito valorizza l’originalità e i carismi di ciascuno e che la dimensione comunitaria – il noi – è frutto dell’incontro di tanti io.

Tutti, allora, iniziano a parlare in più lingue e la folla, pur provenendo da nazioni e culture diverse, comprende il messaggio perché “ciascuno li udiva parlare nella propria lingua” (At 2,6).

Da questo brano traiamo il vero significato dell’unità nella Chiesa di cui voi siete parte: non si tratta di omologazione e non vuol dire cancellare le differenze per essere tutti uguali. La vera unità è nella pluriformità (che non è il pluralismo); è un concetto che si fonda sulla Trinità stessa, dove tre persone distinte sono un Dio solo. Il pluralismo dei doni e della storia di ognuno e di ogni realtà non è un ostacolo, ma una ricchezza.

Davvero la contrapposizione tra Babele (dove c’è un’unica lingua che diventa incomprensibile) e la Pentecoste (dove i molti e diversi linguaggi sono compresi) è il cuore del mistero della vera unità, della vera comunione.

A Babele l’orgoglio umano tenta di costruire l’unità imponendo un’unica lingua e un’unica organizzazione. Il risultato è la confusione, l’incomprensione e la dispersione. A Gerusalemme e nella Pentecoste lo Spirito Santo scende e unisce gli uomini. Non cancella le diversità, ma le valorizza: parlando lingue diverse, tutti si comprendono nell’unico messaggio di Cristo. È l’unione nell’amore e nella differenza.

Riconoscere Cristo, ossia – come emerge dalla seconda lettera ai Corinzi, proclamare “Gesù è il Signore”, è un’opera possibile unicamente grazie allo Spirito Santo. Per questo Gesù dona lo Spirito ai suoi discepoli: il compito dello Spirito non è semplicemente “ricordare” Gesù, ma “affermarLo” tenendo lo sguardo fisso su di Lui. Dobbiamo continuamente convertirci a Lui per riconoscerlo e testimoniarlo in ogni momento della vita.

Questo vale per ogni cristiano e per tutti noi, carissimi amici e amiche dell’Agesci di Zelarino e Trivignano. Siamo tutti chiamati ad una continua opera di conversione a Cristo, una conversione a 360° che ha queste caratteristiche:

  • è personale: una risposta intima e libera all’amore di Dio;
  • è morale: vivere secondo lo Spirito, guidati dai Suoi doni, fa passare da una concezione moralistica che parla di mero “dovere” ad una morale vissuta nelle virtù;
  • è intellettuale: occorre orientare la mente alla logica del Vangelo;
  • è pastorale: bisogna mettere al centro l’annuncio di Cristo.

E lo Spirito Santo ci insegna che si può essere una cosa sola senza rinunciare alla propria identità, trasformando differenza e diversità in opportunità per vivere di Cristo e in Cristo ed evangelizzare con maggiore forza.

Siamo, come detto, nel contesto del vostro 40esimo come gruppo e allora questo compleanno ci invita a guardare anche allo scorrere del tempo e ad interrogarci, ad esempio, su come – nell’era dell’Intelligenza Artificiale – lo scautismo possa rispondere al meglio al tornante epocale dell’educazione attualizzando i suoi capisaldi.

In questo contesto i principi di Baden-Powell (formazione del carattere, la salute fisica, l’abilità manuale, il servizio) e l’imprescindibile dimensione ecclesiale offrono ai giovani scout una bussola per non abdicare allo spirito critico e mantenere salda la centralità della persona.

La fedeltà ai principi educativi del metodo di Baden-Powell nell’era dell’IA mette in evidenza l’importanza (e il valore) di alcuni elementi che vi caratterizzano:

  • l’imparare facendo (learning by doing): contro la passività delle risposte preconfezionate generate dall’IA, il metodo scout continua a promuovere l’esperienza diretta, la manualità ed anche la possibilità di errore. L’esperienza reale prevale sull’astrazione digitale;
  • senso critico e responsabilità: i ragazzi vengono formati a usare la tecnologia come strumento e non come un sostituto del pensiero. Occorre saper distinguere le fonti, evitare le fake news ed educare a un utilizzo consapevole e creativo dei nuovi mezzi;
  • vita all’aria aperta: il contatto diretto con la natura – distanti dagli algoritmi – favorisce il silenzio, la riflessione e la riscoperta della propria interiorità;
  • apprendimento tra pari: le relazioni umane, la vita di squadriglia e il confronto diretto con gli altri continuano a sviluppare l’empatia e l’intelligenza emotiva, qualità che l’IA non possiede e non regala.

Ma è essenziale oggi ribadire anche i capisaldi della fedeltà alla Chiesa da parte dello scautismo cattolico:

  • il primato di Dio e il valore “unico” dell’uomo, da vivere nel legame con la Chiesa e in continuo riferimento al Vangelo: in un mondo dominato dalla tecnologia e dalla logica dell’efficienza, la dimensione spirituale scout ricorda che l’essere umano ha un valore intrinseco, non quantificabile in dati o prestazioni;
  • il servizio al prossimo: l’amore verso il prossimo si traduce anche nell’impegno concreto di orientare l’IA verso il bene comune, ponendola al servizio dei più fragili e contrastando le disuguaglianze digitali;
  • la custodia del creato: la fede si esprime nel rispetto per l’ambiente anche in tale contesto e gli scout non possono essere indifferenti, ad esempio, al valutare anche l’impatto etico ed ecologico dell’enorme consumo energetico richiesto dalle infrastrutture dell’IA;
  • il ruolo insostituibile dell’educatore, della relazione e del dialogo personale, al di là e oltre le opportunità e i limiti dell’attuale rivoluzione tecnologica.

Anche davanti alla sfida della tecnoscienza e dell’IA, dunque, la bussola scout rimane salda e punta decisamente alla persona: educare a pensare con la propria testa, a servire con il proprio cuore e a lasciare il mondo un po’ migliore di come lo si è trovato!

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