Omelia del Patriarca nella S. Messa in occasione della Tredicina di Sant’Antonio (Padova – Basilica di Sant’Antonio, 10 giugno 2026)

S. Messa in occasione della Tredicina di Sant’Antonio

 (Padova – Basilica di Sant’Antonio, 10 giugno 2026)

Omelia del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia

 

 

Carissimi fratelli e sorelle,

quest’anno cade l’ottavo centenario dalla morte di san Francesco (1226-2026) e allora siamo invitati a meditare l’eredità spirituale del Poverello d’Assisi che traspare dalla vita di Antonio, il nostro Santo.

Abbiamo appena ascoltato nel Vangelo odierno queste parole: “Chi …trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli” (Mt 5,13-17).

Queste parole ci rimandano ad un motto caro a Francesco, ossia il Vangelo “sine glossa”; è un’espressione che indica, appunto, un Vangelo ascoltato “con tutto il cuore” e, quindi, non addomesticato, non interpretato secondo il buon senso comune di un’epoca, ma un Vangelo che domanda un’adesione radicale, un’adesione piena, un’adesione senza sconti al messaggio di Gesù.

L’espressione “sine glossa” è entrata a far parte della Regola e del carisma di Francesco d’Assisi e chiede, pertanto, di vivere la Parola di Dio senza sconto.

La vicenda del nostro sant’Antonio, che era già religioso agostiniano, ci racconta come egli rimase profondamente turbato e, ad un tempo, conquistato dalla radicalità e dall’entusiasmo con cui cinque frati francescani, tra i primi seguaci del poverello d’Assisi, erano andati incontro al martirio, in Marocco, al fine di portare il lieto annunzio.

Una tale testimonianza lo portò ad abbandonare la precedente vita religiosa agostiniana per abbracciare quella francescana. A colpirlo in modo decisivo fu proprio la radicalità di vita di quei cinque francescani martiri in terra d’Africa, dove erano andati per annunciare il Vangelo. L’arrivo delle loro reliquie in Portogallo “accesero” così in Antonio la sua vocazione francescana.

 

  1. Cosa Antonio ha preso e portato a compimento di Francesco

Cosa ha preso il giovane Fernando (che poi divenne Antonio) dal carisma di Francesco? Ha preso certamente l’ardore del martirio, l’amore appassionato per l’umanità di Cristo e la scelta radicale del Vangelo sine glossa.

Ma dove Francesco era il profeta dell’intuizione, il cavaliere di un amore vissuto nella nudità e nella semplicità, Antonio vi ha innestato la sapienza della Scrittura e della riflessione teologica. È, infatti, noto come Francesco denominava Antonio – per indicare il suo sapere teologico – “il mio vescovo”.

Sì, è in un celebre e breve scritto autografo – noto come Lettera a frate Antonio – che san Francesco si rivolgeva ad Antonio chiamandolo esplicitamente “mio vescovo”. Questo appellativo e il contesto storico chiariscono esattamente la sua intenzione. L’espressione esatta usata da Francesco nell’incipit è; “Al fratello Antonio, mio ​​vescovo, frate Francesco augura salute”. Con questo titolo Francesco intendeva riconoscere, legittimare e lodare la profonda sapienza teologica e la padronanza delle Sacre Scritture di Antonio.

Nel Medioevo il ruolo di insegnare la teologia spettava per natura ai vescovi; Francesco così riconosceva in Antonio un vero maestro. E, sebbene ne riconoscesse la totale sicurezza teologica, Francesco concesse ad Antonio l’incarico di insegnare teologia (la prima cattedra dell’Ordine, istituita a Bologna) imponendogli però una condizione fondamentale: che lo studio non facesse mai venir meno lo spirito di preghiera e di devozione.

Il Poverello d’Assisi ha donato lo spirito; il Santo di Padova, nato a Lisbona, ne ha portato a compimento il carisma trasformando l’intuizione, il carisma, in teologia vissuta. Antonio non è stato un semplice imitatore o ripetitore di Francesco, bensì la sua provvidenziale “irradiazione”. Proveniente da una formazione intellettuale e teologica eccellente, Antonio ha impiegato la sua cultura non per innalzarsi sopra gli altri, ma per combattere la più grande povertà di allora: l’ignoranza e l’oscurità circa il senso della vita.

 

  1. Differenze, continuità e progresso nel carisma

Quali, allora, sono le differenze tra Francesco ed Antonio? Francesco era l’icona del Vangelo vissuto nella sua essenzialità immediata; Antonio fu il maestro della Parola annunciata e spiegata, il geniale esecutore che – per primo e con il permesso dello stesso San Francesco – ha insegnato e radicato la teologia nella fraternità francescana.

La continuità di grazia è evidente: entrambi si donano senza calcoli per amore. Il riferimento qui va subito al testo cristologico riportato dall’evangelista Giovanni: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Entrambi guardano all’Eucaristia come fonte di salvezza ed entrambi hanno una predilezione viscerale per i poveri e gli ultimi. Il progresso sta nell’azione pastorale di Antonio: egli fa del Vangelo uno strumento di tutela e di salvaguardia sociale, rispondendo così concretamente alle piaghe del suo tempo.

 

  1. L’autorità di Antonio come Dottore della Chiesa

Questa opera instancabile ha portato la Chiesa – nella persona del papa Pio XII, nel 1946 – a proclamare solennemente Antonio Dottore della Chiesa con l’appellativo di Doctor Evangelicus.

Cosa la Chiesa ha voluto mettere in evidenza con il suo dottorato? La sua autorità deriva direttamente e principalmente dai suoi Sermoni, un’opera in cui evidenzia una profondissima conoscenza della Sacra Scrittura e un’esegesi cristocentrica.

Il dottorato di Antonio illumina la sua capacità di far risplendere il Vangelo nella vita quotidiana; non ci ha lasciato, insomma, dei trattati accademici astratti ma delle omelie e delle riflessioni che toccano direttamente il cuore, la mente e la carne dell’uomo.

  1. Il ministero pastorale e sociale: l’esempio del dramma dei debiti

La grandezza di Antonio si vede, in particolare, nel suo ministero pastorale e sociale nella Marca Trevigiana e a Padova.

In quell’epoca, l’usura e i debiti vessavano la povera gente. Le leggi di allora, oltretutto, punivano i debitori insolventi con il carcere a vita o la tortura, lasciando le famiglie nella totale miseria. Antonio divenne lo strenuo difensore della gente comune. Egli affrontò la dura realtà della schiavitù per debiti non solo predicando contro l’usura nei suoi discorsi, ma adoperandosi attivamente per cambiare le leggi.

Ebbe un’autorità tale da influenzare la politica cittadina: il 15 marzo del 1231, sotto il Podestà Stefano Badoaro, fu approvato il nuovo statuto di Padova. Esso stabiliva che nessuno poteva essere tenuto in carcere per debiti se per riparare al danno arrecato rinunciava a tutti i suoi beni. È il miracolo della carità sociale: trasformare la pietà religiosa in giustizia civile.

 

  1. Conclusione: Francesco ed Antonio, al centro il primato di Dio

In conclusione, guardando al rapporto tra Francesco ed Antonio in questo ottavo centenario, possiamo affermare che essi sono due note diverse che compongono la medesima melodia dello Spirito Santo. L’incontro tra i due (celebrato e ricordato nell’episodio del Capitolo delle Stuoie) fu generativo.

Il Capitolo delle Stuoie si tenne a Santa Maria degli Angeli (Assisi) nel maggio del 1221; l’episodio è documentato nelle prime biografie francescane, in particolare nella Chronica di frate Giordano da Giano e nella Compilazione d’Assisi (Atti del Beato Francesco). Antonio (allora ancora noto come Antonio da Lisbona o da Coimbra) era appena naufragato in Sicilia. Partecipò al Capitolo insieme a circa 3.000 frati che dormivano su stuoie e rimase un frate sconosciuto fino a quando non gli venne affidato l’insegnamento della teologia.

L’incontro tra Francesco – detto il “Poverello” – e Antonio – chiamato anche il “martello degli eretici” per lo zelo e la profonda dottrina con cui combatteva le eresie del tempo – diventa così l’emblema della perfetta sintesi del carisma francescano. L’evento unisce l’ispirazione radicale e mistica di Francesco (il Vangelo vissuto nella sua essenza) con l’immensa cultura teologica di Antonio.

In quella circostanza, pur nella sua semplicità e in malferma salute, Francesco comprese la grandezza di Antonio. Gli affidò l’insegnamento della teologia tramite la celebre lettera a cui abbiamo fatto riferimento. Francesco, però, come detto, pose una condizione fondamentale: lo studio non doveva spegnere lo “spirito di preghiera e di devozione”.

Così, entrambi misero al centro il primato di Dio, trasformando le differenze di personalità in un complemento reciproco. L’incontro simboleggia come il carisma francescano sappia abbracciare sia l’esperienza umile del quotidiano che la profondità dell’intelligenza della fede.

Francesco ha piantato il seme della fraternità e della “minorità” francescane; Antonio l’ha nutrito con la linfa della dottrina e della difesa della dignità dei deboli, proprio come quando difese i debitori. Entrambi, partendo da temperamenti diversi e differenti storie personali, convergono nella logica salvifica del Vangelo.

Chiediamo oggi, per intercessione di sant’Antonio, dottore evangelico, di saper vivere la fede con la stessa intelligenza evangelica, coniugando sempre l’amore per la Parola di Dio con l’attenzione concreta e caritatevole verso chi è oppresso dalle povertà materiali e spirituali del nostro tempo. Amen.

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