Omelia del Patriarca nella S. Messa in occasione della festa di San Matteo apostolo, patrono della Guardia di Finanza (Venezia – Frari, 24 settembre 2026)

S. Messa in occasione della festa di San Matteo apostolo, patrono della Guardia di Finanza

(Venezia – Frari, 24 settembre 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Oggi non celebriamo solo un Patrono ma un servizio alla comunità, alla giustizia, al bene comune. E la Provvidenza ha scelto come patrono della Guardia di Finanza proprio un uomo che, prima di essere apostolo, sedeva al banco delle imposte: Matteo. Questo ci permette di entrare subito nel Vangelo appena proclamato (Mt 9,9-13).

 

  1. La chiamata di Matteo, cosa ci dice il Vangelo

Richiamiamo il Vangelo attraverso tre parole: vedere, chiamare, alzarsi. Gesù vede, Gesù chiama, Matteo si alza.

Gesù passa e vede Matteo seduto al banco delle imposte. Non vede semplicemente il suo mestiere: vede l’uomo.

Matteo esercita una funzione legata al sistema fiscale romano e – agli occhi dei suoi contemporanei – è una persona compromessa, sospetta, che sta dalla parte del potere occupante. Eppure Gesù gli dice semplicemente: «Seguimi».

Qui c’è una prima grande verità cristiana. Dio non chiama solo i giusti. Dio chiama anche coloro che hanno bisogno di convertirsi. Non aspetta che Matteo diventi buono per chiamarlo. Lo chiama perché possa diventare santo. Questa è la logica della grazia.

I farisei disapprovano. La loro domanda è: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Essi ragionano secondo una logica di separazione: il giusto da una parte, il peccatore dall’altra. Gesù, invece, introduce una logica diversa: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati». E poi aggiunge: «Misericordia io voglio e non sacrifici».

La Chiesa non è il luogo dove entrano solo quelli che sono già a posto. È il luogo dove Dio chiama chi deve ancora lasciarsi trasformare. Matteo non viene chiamato perché è buono, ma perché il suo male non è l’ultima parola della sua vita.

Non esiste servizio autentico alla comunità senza la consapevolezza che anche noi, prima di controllare gli altri, dobbiamo continuamente lasciarci convertire interiormente, ossia controllare noi stessi.

Gesù, come sappiamo, non chiama solo Matteo. Chiama dodici persone profondamente diverse fra loro. Da una parte Matteo, il pubblicano, inserito nel sistema tributario romano. Dall’altra Simone lo Zelota, che apparteneva ad un ambiente profondamente ostile a Roma. E poi ci sono i pescatori: Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. Uomini del lavoro, dell’impresa, della pesca, con le loro famiglie e attività.

Gesù mette insieme persone che, umanamente, non avrebbero avuto molte ragioni per stare insieme. Questa è la logica del Vangelo: l’unità non nasce dall’essere tutti uguali, ma dall’avere tutti lo stesso Signore.

Anche un Corpo dello Stato è fatto di persone differenti: diversi per provenienza, carattere, sensibilità, competenze, esperienze. Ma una divisa non cancella le differenze: le ordina a un unico servizio.

 

  1. “Nec recisa recedit”, alla luce del Vangelo

Il vostro motto recita: “Nec recisa recedit”, ossia “Neanche spezzata retrocede”. Recidere significa tagliare, spezzare, interrompere. E tuttavia: “Nec recisa recedit”, neppure quando viene spezzata, retrocede.

Ciò significa: prima di tutto essere forti e non retrocedere davanti alla difficoltà, non arretrare davanti all’ingiustizia, non lasciarsi intimidire davanti a ciò che minaccia il bene comune. E poi significa anche  saper presidiare, in quanto la Guardia di Finanza svolge funzione di presidio. Presidiare vuol dire, innanzitutto, esserci; essere là dove il bene è minacciato. Infine, essere fedeli.

La vera forza, però, non consiste solo nel resistere ma nel sapere anche per che cosa si resiste. Qui il motto assume una profondità quasi spirituale: non basta non arretrare, bisogna sapere verso quale bene non si deve arretrare.

La Guardia di Finanza – com’è noto – è una forza di polizia a ordinamento militare, con competenza generale in materia economica e finanziaria. La sua missione comprende la prevenzione e repressione delle violazioni economiche e finanziarie e la tutela della legalità economico-finanziaria.

Ora, chiediamoci perché è così importante difendere la legalità economica? Perché il denaro pubblico non è denaro di nessuno, è il denaro di tutti. Dietro una risorsa pubblica ci sono: una scuola, un ospedale, una strada, una pensione, un servizio sociale, la sicurezza, la possibilità per una persona fragile di non essere lasciata sola ecc. Difendere il denaro pubblico significa, in ultima analisi, difendere delle persone.

Una parola, anche, sulla giustizia legale: è il dovere di rispettare le leggi giuste che regolano la vita comune. La Costituzione italiana – all’art. 54 – ricorda a tutti il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservare Costituzione e leggi; per chi esercita funzioni pubbliche aggiunge anche il dovere di adempierle con disciplina e onore.

Mi limito a richiamare, inoltre, altri due importanti articoli della Costituzione:

l’art. 2 – La Repubblica (…) richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale;

l’art. 53 (fondamentale) – Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Compito della Guardia di Finanza, allora, non consiste semplicemente nel trovare chi ha violato una norma ma custodire un bene che appartiene a tutti.

 

  1. Custodire la legalità e educare i giovani. La virtù e la legge

Una tentazione potrebbe essere quella di pensare: “Io controllo gli altri”. Il Vangelo, invece, ci dice: prima lasciati guardare da Dio.

Matteo è stato chiamato ma prima è stato convertito. E quindi: chi educa alla legalità deve educare prima se stesso alla legalità; chi custodisce il denaro pubblico deve avere un rapporto libero e limpido con il denaro; chi vigila sulla correttezza degli altri deve continuamente vigilare anche sul proprio cuore.

Le leggi sono necessarie, i controlli necessari, le sanzioni necessarie. Ma nessuna società può vivere soltanto di controlli. Se una persona è onesta solo quando teme di essere scoperta, allora, vuol dire che non lo è ancora. Bisogna arrivare a dire con convinzione: “Non lo faccio non perché potrei essere scoperto, ma perché non è giusto”.

Qui si passa dalla legge alla coscienza, dalla paura alla responsabilità, dal controllo alla virtù. Anche le leggi migliori, infatti, hanno bisogno di uomini e donne virtuosi per essere osservate.

Una legge può stabilire ciò che è dovuto, ma non può obbligare il cuore ad amare il bene; può stabilire una sanzione, ma non può generare da sola l’onestà; può controllare, ma non può sostituire la coscienza.

E allora: la vera legalità nasce quando la legge esterna diventa convinzione interiore. Ed è precisamente qui che il cristianesimo porta il suo contributo alla società.

Cristo non ci dice soltanto: “Non fare il male”. Ci chiede qualcosa di più: “Lasciati trasformare”. È ciò che accade a Matteo che era seduto al banco delle imposte. Gesù gli dice: “Seguimi”. E Matteo “si alzò e lo seguì”.

Matteo passa dal banco alla strada, dal luogo dove riscuoteva al luogo dove dona se stesso, dal calcolo alla gratuità.

È questa, in fondo, la conversione cristiana: passare dal possesso al dono, dal calcolo alla gratuità, dall’interesse personale al bene dell’altro.

 

  1. “Nec recisa recedit” come impegno spirituale

“Nec recisa recedit” non significa soltanto: “Non mi arrendo”. Significa qualcosa di più grande: “Non arretrerò davanti al bene”. E anche: non arretrerò davanti alla verità, non arretrerò davanti alla giustizia e davanti alla responsabilità, davanti alla tentazione di usare per me ciò che appartiene agli altri.

Uomini e donne della Guardia di Finanza, san Matteo vi ricorda oggi che anche chi lavora con i numeri, con le leggi, con i bilanci, con le imposte e con il denaro, lavora in realtà con qualcosa di molto più grande: lavora per la dignità delle persone e per il bene comune.

Che san Matteo, uomo del banco e apostolo della misericordia, vi accompagni. Vi insegni la giustizia senza durezza, la fermezza senza arroganza, la legalità senza disumanità, l’autorevolezza senza distanza.Vi aiuti a vivere ogni giorno il vostro motto non soltanto come un principio di servizio, ma come una virtù dell’anima: “Nec recisa recedit” (“Neanche spezzata retrocede”). Perché quando è in gioco il bene comune, la dignità dell’uomo e la giustizia, il cristiano sa che non deve arretrare. Amen.

 

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