S. Messa in occasione del 575° anniversario di fondazione della Scuola Dalmata dei Ss. Giorgio e Trifone
(Venezia – Chiesa S. Giovanni Battista dell’Ordine di Malta, 9 ottobre 2026)
Omelia del Patriarca Francesco Moraglia
«Il Signore si ricorda sempre della sua alleanza»
Carissimi,
saluto la comunità dalmata, i confratelli e le consorelle della Arciconfraternita della Scuola Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone che esiste da 575 anni: dal 1451 al 2026!
È un periodo di tempo imponente che fa riflettere. Ma, più del numero, impressiona ciò che tutti questi anni hanno espresso e continuano ad esprimere: generazioni di uomini e donne, famiglie, fede, lavoro, sofferenze, solidarietà, cultura e memoria.
Celebriamo oggi la Messa nel ricordo di san Girolamo, uno dei figli più importanti della terra dalmata.
I Dalmati sono molto più della immane tragedia dell’esodo per cui molti li conoscono, anche se quel terribile esodo, comunque, rimane una ferita che sempre apparterrà alla memoria.
Quando oggi diciamo “Dalmati”, infatti, molti pensano subito alle terre lasciate, all’esodo giuliano-dalmata, alle foibe, alle famiglie costrette a partire, alle case, alle chiese, alle tombe degli antenati abbandonate.
È una pagina dolorosa che dobbiamo continuare a ricordare con verità e con rispetto. Ma la Dalmazia – come sappiamo – non comincia con quella tragedia. Questa Scuola era già qui da quasi cinque secoli. E questa Scuola ci dice che un popolo non vive soltanto perché possiede una terra. Un popolo vive perché possiede una memoria, una cultura, una fede e la capacità di trasmetterle.
Ed è proprio qui che oggi la Parola di Dio ci offre, nelle letture, una luce: la fede di Abramo. San Paolo, nel brano della lettera ai Galati (Gal 3,7-14), ci porta proprio ad Abramo: “Riconoscete dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede” (Gal 3,7).
Abramo è padre di un popolo perché si fida di Dio. Dio lo chiama e lui parte. Lascia una terra e si mette in cammino verso una promessa che ancora non vede. E qui troviamo una parola decisiva anche per la storia dalmata: fede.
La fede biblica non è semplicemente credere che Dio esiste. È affidarsi a Lui e chi si affida diventa fedele; entra in campo la parola “fedeltà” e tutto ciò che essa significa.
Ecco perché questi 575 anni possono essere letti anche così: come una lunga storia di fedeltà. Fedeltà alla fede. Fedeltà alle radici. Fedeltà alla memoria. Fedeltà alla propria cultura. Fedeltà anche quando la storia ha costretto tanti a partire.
C’è poi un’immagine che unisce Abramo, Israele, la Chiesa e, in modo particolare, anche la vicenda di tanti Dalmati: il cammino. Abramo cammina. Israele cammina. La Chiesa cammina. L’esule cammina. E la fede biblica ci insegna una cosa bellissima: Dio non è il Dio di un territorio. Non è il Dio di una città, Dio non è prigioniero di una frontiera. È il Dio che accompagna. È il Dio di Abramo. È il Creatore. È il Padre. È il Dio di tutti.
Per questo l’uomo può anche perdere una casa senza perdere Dio. Può lasciare una terra senza perdere la propria dignità. Può attraversare una frontiera senza essere mai fuori dallo sguardo di Dio. Ed ecco il Salmo 110 che abbiamo appena pregato: “Il Signore si ricorda sempre della sua alleanza”. Che parola può essere più consolante per un popolo che ha conosciuto l’esilio? Dio si ricorda.
Gli uomini possono dimenticare, la storia spesso è ingiusta, le generazioni possono non sapere. Ma Dio si ricorda. La terra può cambiare, la casa può essere lasciata, le carte geografiche possono essere violate e quindi essere cambiate. La fedeltà di Dio non cambia.
La vera fede genera poi la condivisione solidale. La fede, se è vera, non rimane chiusa nell’intimo della persona; diventa vita vissuta, diventa carità. Ed è proprio questo che troviamo nella storia della Scuola Dalmata. Uomini e donne che non si sono ritrovati solo per conservare un ricordo, ma che hanno costruito una comunità, hanno pregato insieme, si sono aiutati. Hanno assistito chi era nel bisogno, hanno accompagnato malati e defunti, hanno fatto della fede una responsabilità verso l’altro.
Questa è una lezione sempre attuale: una comunità vive quando nessuno viene lasciato solo. Questa è una delle cose più belle che la memoria dalmata può consegnare oggi alla città e alla Chiesa di Venezia.
C’è la memoria dell’esodo e dobbiamo ricordare sempre quella grande tragedia del Novecento che ritroviamo in sostantivi terribili: esodo, foibe, persecuzioni. Le famiglie costrette a lasciare la propria terra. Il dolore di chi arrivò qui portando con sé ciò che nessuno poteva confiscare: la propria dignità, la propria memoria, la propria fede.
L’Italia ha riconosciuto questa pagina della storia con il Giorno del Ricordo. È stato un passo importante. Ma la memoria non può essere soltanto una data sul calendario; deve diventare conoscenza, educazione; deve arrivare ai giovani.
E dobbiamo avere il coraggio di riconoscere anche i silenzi, le rimozioni, i ritardi con cui questa pagina è entrata nella coscienza pubblica. Non per accusare qualcuno, non per riaprire ferite, ma perché la verità non deve essere taciuta.
Una democrazia matura non teme la propria storia. E la memoria non è vendetta; è giustizia resa – per quanto possibile – alle vittime, ai loro figli e nipoti. È verità che non mette gli uni contro gli altri, non cancella il dolore degli uni per ricordare quello degli altri. Ricorda per fare giustizia, non per alimentare odio. Questo è anche un dovere dello Stato: conoscere, custodire e trasmettere questa memoria.
Ma veniamo al Vangelo di oggi (Lc 11,15-26) con quella domanda di Gesù che ci offre una parola sorprendentemente attuale. Gesù viene accusato di scacciare i demoni nel nome di Beelzebul e, allora, risponde con una domanda: “…se io scaccio i demoni nel nome di Beelzebul, i vostri figli nel nome di chi li scacciano?” (Lc 11,19).
In altre parole, dice: ragionate! Non deformate la realtà per difendere le vostre convinzioni. Non chiamate male ciò che non volete comprendere. Poi Gesù conclude: “Se invece io scaccio i demoni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio» (Lc 11,20).
Sono parole importanti anche per quanto abbiamo detto sulla memoria. Il male non si vince facendo finta di non capire. La memoria ha bisogno di onestà intellettuale che necessita di coraggio, di desiderio di sapere. Si vince con la verità, non col rancore, ma con la giustizia. Il male si vince ricordando nella verità.
I 575 anni di storia della Arciconfraternita della Scuola Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone non devono ispirare sentimenti di nostalgia, ma una fierezza e uno sguardo che si rivolge al futuro.
Oggi non celebriamo soltanto il passato: noi celebriamo una consegna perché 575 anni significano che qualcuno, prima di noi, ha ricevuto qualcosa e ha avuto la forza e la determinatezza di trasmettere. Il testimone ora è in mano a voi e, soprattutto, ai più giovani.
Una persona senza memoria è fragile. Un popolo senza memoria rischia di perdere la propria anima. Ma una memoria che non apre al futuro diventa nostalgia. E voi non siete chiamati alla nostalgia: siete chiamati alla speranza.
Dite ai giovani: conoscete le vostre radici, senza paura di camminare verso il futuro. Chi sa chi è non ha bisogno di vivere contro qualcuno e può incontrare, può dialogare, può costruire, può sperare.
Fratelli e sorelle, desidero ritornare alla parola semplice e potentissima del Salmo: “Il Signore si ricorda sempre della sua alleanza”. Dio si ricorda di Abramo, del suo popolo, degli esuli, delle vittime, di chi ha sofferto, di chi ha dovuto ricominciare. Si ricorda delle famiglie che hanno portato lontano dalla propria terra la loro memoria, la loro fede e la loro speranza e, insieme alla loro, quella dei loro avi.
Dopo 575 anni, anche questa Scuola può guardare avanti. Non con la nostalgia. Ma con la fede e la fiducia di chi dice: “Il Signore è fedele anche oggi”.
Perciò, cari amici della Scuola Dalmata. custodite la vostra identità. Custodite la vostra memoria, custodite la vostra cultura, custodite la vostra fede, ma soprattutto trasmettetele. Fatele diventare vita. E ai giovani dite: non dimenticate le vostre radici, perché chi ha radici profonde può aprirsi agli altri e può costruire con tutti.
Nell’anniversario dei 575 anni potete dire con gratitudine: abbiamo conosciuto l’esilio, ma non abbiamo perso la fede;
abbiamo conosciuto la sofferenza, ma non abbiamo perso la dignità;
abbiamo conosciuto la lontananza, ma non abbiamo perso la memoria;
abbiamo attraversato la storia, ma non abbiamo perso la speranza.
Perché la nostra forza è la fedeltà: fedeltà a Dio, alla verità, alla memoria, alla fraternità, alla speranza. E allora, in questo anniversario, chiediamo, prima di tutto, nella preghiera: Signore, tu che non dimentichi la tua alleanza, benedici questo popolo, benedici questa Scuola, benedici le famiglie dalmate, benedici coloro che sono partiti, benedici coloro che oggi portano nel cuore una terra mai dimenticata e sempre più amata. Ad multos annos, Scuola Dalmata!
