Omelia del Patriarca nella S. Messa di inizio anno per il mondo della scuola (Venezia, Basilica Cattedrale di S. Marco, 17 settembre 2026)

S. Messa di inizio anno per il mondo della scuola

(Venezia, Basilica Cattedrale di S. Marco, 17 settembre 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

“Rimanere umani”: imparare, scegliere, seguire

 

Cari studenti, stimati docenti e dirigenti scolastici,

rivolgo a tutti un saluto cordiale.

La scuola – secondo compiti e modalità diverse – ha la grande responsabilità di accompagnare e formare, non solo istruire, le nuove generazioni per costruire una società più rispettosa dell’uomo, in particolare nel tempo dell’IA, e verso una vita sociale capace di relazione vere e non solo sincere, dove per fare un semplice esempio la libertà è non fare ciò che piace ma ciò che piace dopo aver verificato che sia giusto e vero.

Desidero porre al centro della nostra riflessione la parola “cammino”. Oggi, infatti, rischiamo di cadere in una contraddizione, poiché abbiamo a nostra disposizione strumenti che ci permettono di conoscere più velocemente una quantità infinità di dati e, proprio per questo, rischiamo di non saper più pensare, scrivere, interloquire. E, ciò, è questione fondamentale in vista di una reale formazione.

È una delle grandi questioni poste oggi dall’IA.

Papa Leone XIV, nella sua recente enciclica Magnifica humanitas, si è servito di un’espressione su cui è bene riflettere: “custodire l’umano”. L’IA non viene presentata come un pericolo o un nemico. La tecnologia non è, in sé, né buona né cattiva. È, invece, una straordinaria possibilità per il progresso umano.

Ma proprio per questo dobbiamo affrontare la questione decisiva: cosa deve rimanere “umano” quando le macchine diventano sempre più capaci di prestazioni precluse agli uomini?

L’enciclica è esplicita: non possiamo smarrire quanto di specifico appartiene alla persona, ossia l’intuizione, la coscienza, la libertà, la responsabilità, la capacità di discernere, di scegliere, di amare, di entrare in relazione personale.

Questa tema riguarda in modo particolare il mondo della scuola.

 

  1. Un patrimonio ricevuto e il senso della formazione

San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi che abbiamo appena ascoltato, dice una cosa apparentemente semplice: “Vi ho trasmesso anzitutto quello che anch’io ho ricevuto” (1 Cor 15,1).

È una frase importante anche per comprendere il senso della formazione. Paolo non dice: vi comunico delle informazioni. Dice: vi trasmetto ciò che ho ricevuto.

C’è, dunque, qualcosa che precede ciascuno di noi; c’è un patrimonio che riceviamo. La scuola vive anche di questo non solo ma anche di questo.

Riflettiamo: uno studente (e siamo stati tutti studenti!) riceve una lingua che non ha inventato, riceve una storia che non ha cominciato lui, riceve dei saperi che gli giungono attraverso i secoli, riceve una letteratura, la filosofia, la musica, l’arte che hanno una loro storia.

Ricevere non significa però ripetere. E qui sta proprio la differenza fondamentale tra informazione e formazione.

L’informazione mi dice qualcosa. La formazione mi insegna che cosa farne. L’informazione può riempire la memoria. La formazione costruisce una persona capace di giudizio.

 

  1. L’IA: una grande possibilità e una grande responsabilità

Oggi abbiamo davanti a noi uno strumento straordinario, come un immenso archivio facilmente consultabile. Pongo una domanda e ricevo subito più risposte. Posso confrontare testi, chiedere spiegazioni, verificare e approfondire un argomento.

Per una persona intelligente è una grande opportunità. Ma proprio qui nasce il problema. Infatti, posso usare l’IA per imparare a pensare, oppure per non pensare più.

Posso domandare: “Aiutami a capire”. Oppure: “Fammi il compito”. Posso dire: “Fammi vedere gli argomenti a favore e quelli contrari, così provo a formulare un giudizio”. Oppure posso dire: “Dammi direttamente la risposta”.

La differenza è enorme. Perché nel primo caso uso uno strumento. Nel secondo caso sono usato dallo strumento e acriticamente delego la mia responsabilità.

E, allora, se la domanda è: “L’intelligenza artificiale è buona o cattiva?”, la risposta è: «Dipende da quale uso ne faccio».

 

  1. Il rischio più grande: avere risposte a domande che non ho formulato

Il pericolo, soprattutto nel mondo della scuola, non è semplicemente quello di copiare. È qualcosa di più grave: perdere l’opportunità d’imparare.

Perché imparare significa fare fatica: significa tornare a leggere un testo che non capisco immediatamente. Significa provare a scrivere, significa sbagliare, significa cancellare, significa ricominciare, significa discutere con un compagno, significa ascoltare un professore e magari non essere d’accordo, significa cercare nuove ragioni. Significa imparare ad argomentare e non ad alzare la voce.

Significa, soprattutto, formulare un giudizio che sia veramente personale e motivato. L’IA può dare tante risposte ma non può prendere il mio posto. Può elaborare dati, ma non può sostituire la mia coscienza. Può mettere insieme parole, ma non può decidere per quale verità vale la pena vivere.

È precisamente questo uno dei punti sottolineati dall’enciclica Magnifica humanitas: l’IA supera mille volte l’uomo in velocità e nell’ampiezza del trattamento dei dati ma non possiede esperienza vissuta, un’intelligenza che comprende la corporeità, la relazionalità umana, il dolore, la gioia, l’amore, la responsabilità. Dobbiamo, allora, custodire tale spazio propriamente umano.

 

  1. A scuola: non riempire, ma formare

Ecco perché la scuola non può ridursi a luogo in cui si assommano nozioni. Ma non dobbiamo neppure cadere nell’altro estremo e dire: “L’importante è fare domande, le risposte non contano”. Non è vero. Questa, al contrario, è una vera e propria deriva patologica o ideologica che va denunciata senza ambiguità.

Una domanda che sia seria cerca ed esige una risposta. Ma una risposta autentica non chiude necessariamente il sapere. Una risposta può generare una nuova domanda. E allora si innesta un circolo virtuoso: domanda → risposta → nuova domanda → nuova risposta.

Questo è il movimento della conoscenza. Questo è il dinamismo della cultura. Questo è ciò che permette a una persona di non rimanere prigioniera né dell’ignoranza né del dogmatismo (anche scientifico: lo scientismo), né delle ideologie.

Perché pensare significa cercare la verità, con libertà e responsabilità. Sì, cercare la verità, una parola oggi disattesa, imbarazzante e non interessante come al tempo di Gesù. Ricordiamo la famosa domanda che Pilato rivolge proprio a Gesù: “Che cos’è la verità?” (Gv 18,38).

Così l’IA diventa uno strumento pedagogico prezioso. Non: “Pensaci tu”. Ma: “Aiutami a pensare meglio”. Non: “Sostituiscimi”. Ma: “Fammi vedere ciò che ancora non ho considerato”. Non: “Dammi una risposta pronta”. Ma: “Aiutami a verificare, confrontare, argomentare”.

 

  1. Essere discepoli, non è solo questione di conoscenza

Nel Vangelo di oggi incontriamo una donna peccatrice che entra nella casa del fariseo Simone.  Simone la conosce e conosce le regole. Ma, proprio mentre conosce molte cose, rischia di non conoscere la cosa più importante: la persona che ha davanti. Gesù, invece, la guarda in modo diverso.

Gesù non si limita a sapere chi è. Vede chi può diventare. E questa è una distinzione straordinaria. Perché possiamo conoscere molte informazioni circa una persona, ma non conoscerla (vale per gli studenti e per i docenti). Possiamo conoscere molte cose sulla fede e non aver ancora iniziato a “vivere” la fede.

Qui comprendiamo qualcosa di fondamentale del cristianesimo. Il cristianesimo è certamente religione: ha una fede, una liturgia, una preghiera, una tradizione, una dottrina. Ma non si esaurisce nella religione intesa come possesso di un sistema di conoscenze.

Nel linguaggio del Nuovo Testamento i primi cristiani vengono indicati come coloro che appartengono alla Via. La fede è, dunque, anche un cammino.

 

  1. “Seguimi”: la conoscenza diventa vita

Gesù chiama. E i discepoli si alzano. Lasciano le reti. Lasciano le barche. Lasciano il lavoro. E seguono Gesù. Succede per Andrea e Giovanni all’inizio del quarto Vangelo, a Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni nei Vangeli sinottici.

Non significa che il loro passato non valesse nulla. Significa che hanno compreso che una scelta nuova richiedeva una libertà nuova. E questa è una grande lezione per tutti.

Perché crescere significa scegliere. E scegliere significa lasciare qualcosa. Per dire un sì, devo anche e sempre imparare a dire dei no. Se voglio studiare seriamente, devo dire no alla superficialità. Se voglio leggere, devo dire no a qualche distrazione. Se voglio diventare competente in un ambito, devo accettare la fatica e dire no ad altri saperi.

Se voglio costruire una relazione vera, devo rinunciare alla pretesa di avere sempre ragione. La libertà non consiste nel poter fare tutto e il contrario di tutto. La libertà consiste nel poter scegliere ciò per cui vale la pena impegnarsi.

 

  1. Messaggio agli studenti e ai docenti

Ai ragazzi, soprattutto, allora diciamo: non confondete la velocità con l’intelligenza! Non pensate che la strada più breve sia sempre la migliore. Una macchina può fornire una risposta in tre secondi. Ma voi avete bisogno di tempo per diventare voi stessi.

Non abbiate paura di non sapere. Il “non so” può essere l’inizio della conoscenza. E cambiare idea davanti a una ragione più convincente non è debolezza: è intelligenza. Non abbiate paura delle domande difficili. Non cercate sempre immediatamente una risposta. A volte bisogna stare un po’ di tempo dentro una domanda. Perché la domanda, quando è vera, ci mette in cammino.

E voi docenti: oggi la vostra missione si fa ancora più importante. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, la figura e il compito dell’insegnante diventano ancor più preziosi. Perché quando una macchina può fornire moltissime informazioni, il docente diventa sempre più colui che insegna a distinguere, a verificare, a collegare, a dubitare (quando occorre), ad argomentare, ad ascoltare, a riconoscere l’errore, a cercare la verità.

Il vero maestro non è soltanto colui che sa. È colui che aiuta un altro essere umano a diventare capace di sapere. E questa è una responsabilità immensa.

 

  1. “Vi trasmetto ciò che ho ricevuto”:punto d’incontro tra fede e scuola

Torniamo alla prima lettura di oggi: «Vi trasmetto ciò che anch’io ho ricevuto».

La fede nasce da un dono ricevuto. Ma quel dono non ci rende passivi. Paolo riceve Cristo e poi tutta la sua vita diventa una risposta. Questo vale anche per l’educazione.

Riceviamo un patrimonio. Ma dobbiamo comprenderlo, valutarlo, interpretarlo e farlo diventare vita.

Per questo la cultura non è semplice erudizione. È un modo di abitare il mondo. E la fede non è semplice informazione religiosa. È un modo nuovo di vivere. Il credente riceve una Parola, la ascolta, la comprende, la mette alla prova nella vita, la testimonia e cammina.

Il discepolo si alza, segue. Ecco perché possiamo mettere insieme le due immagini: lo studente e il discepolo.

Entrambi sono chiamati a camminare. Entrambi devono imparare. Entrambi devono scegliere. Entrambi devono lasciarsi mettere in discussione. Entrambi non possono accontentarsi di ripetere.

 

  1. Conclusione: custodire la «magnifica umanità»

Papa Leone XIV ci ricorda che la questione decisiva del nostro tempo non è se e quanto sarà potente l’intelligenza artificiale. La questione è: sapremo custodire e tutelare l’intelligenza umana?

La scuola ha davanti a sé una missione straordinaria. Non dobbiamo educare ed educarci contro la tecnologia. Dobbiamo educare ed educarci a usare la tecnologia senza perderci. Non dobbiamo avere paura dell’intelligenza artificiale. Dobbiamo avere paura di un’intelligenza umana che rinuncia a pensare.

Non dobbiamo rifiutare le nuove possibilità. Dobbiamo imparare a orientarle verso il bene. Leone XIV nell’enciclica Magnifica humanitas dice chiaramente che la tecnologia deve servire l’uomo.

Consideriamo, allora, questi tre verbi: ricevere, scegliere, seguire.

Ricevere: perché nessuno di noi si fa da solo.

Scegliere: perché la vita non è una somma infinita di possibilità, ma una storia costruita attraverso decisioni precise e anche irripetibili.

Seguire: perché la verità non è soltanto qualcosa che si possiede, ma una strada sulla quale ci si mette in cammino. Per i cristiani questa strada ha un volto: è Cristo.

Ecco allora la preghiera che potremmo portare con noi uscendo da questa celebrazione: Signore, donaci la sapienza per usare le macchine senza diventare macchine; donaci la libertà di usare le informazioni senza diventare schiavi delle informazioni; donaci il coraggio di fare domande e l’umiltà di accogliere risposte; donaci soprattutto di non perdere mai quella “magnifica umanità” che Tu hai creato e che in Cristo ci hai mostrato nella sua pienezza.

Perché alla fine, il compito della scuola non è solo preparare persone che sappiano rispondere. È preparare persone che sappiano vivere. E il compito della fede non è soltanto insegnarci qualcosa su Gesù, ma insegnarci a seguirLo.

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