Omelia del Patriarca nella S. Messa delle associazioni (Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 13 giugno 2026)

S. Messa delle associazioni – XI Domenica del Tempo Ordinario

(Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 13 giugno 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Care amiche e cari amici delle differenti e benemerite associazioni presenti in Basilica,

è motivo di grande gioia ritrovarci nella Basilica cattedrale di San Marco per celebrare l’Eucaristia domenicale e, soprattutto, è bello mettere davanti all’altare del Signore il vostro generoso servizio a favore delle persone e delle comunità del nostro territorio, specialmente di chi è più provato dalla vita, dalle malattie, dalle fragilità o di chi, per svariati motivi, ha bisogno di aiuto ed assistenza.

Le nostre comunità devono molto a Voi e alla vostra opera di ogni giorno senza la quale il nostro territorio e chi lo abita sarebbero certamente più poveri, tanto in senso materiale quanto spirituale. Grazie, quindi, per quello che fate e per quello che rappresentate.

Desidero soffermarmi, seppur brevemente con voi, a partire proprio dal Vangelo appena proclamato e che rappresenta il senso e il contenuto della missione che Gesù affida ai suoi apostoli e che affida anche oggi a noi, sua Chiesa. È un Gesù, intanto, che si mostra pieno di “compassione” davanti alle folle, perché “erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno un pastore” (Mt 9,36).

Non stupisce, allora, che la missione affidata a quelli che “chiama a sé” sia specifica, dettagliata, non vaga ed indeterminata; si tratta di scacciare gli spiriti impuri e guarire ogni malattia e ogni infermità (cfr. Mt 10,1).

Le istruzioni di Gesù ai Dodici, che qui sono elencati per nome, risultano molto precise: “Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,7-8).

La predicazione e la missione di Gesù – e, quindi, della Chiesa – non sono rivolte ad un’umanità generica o “ideale”, fatta di puro spirito, ma si rivolge all’uomo nella sua totalità, nella sua integralità, ben sapendo che l’uomo – come ricorda l’apostolo Paolo – è fatto di spirito, anima e corpo (cfr. 1Tes 5,23).

Pensiamo ai sacramenti che animano e formano la vita del cristiano e della Chiesa. Sono l’evento salvifico per eccellenza che il Signore ci ha consegnato: scandiscono e segnano tutte le diverse fasi dell’esistenza.

Il Battesimo segna l’inizio e il “fondamento” della vita cristiana insieme agli altri sacramenti dell’iniziazione (Cresima ed Eucaristia); poi abbiamo i sacramenti che accompagnano i differenti stati di vita (l’Ordine sacro e il Matrimonio) ed anche l’Unzione degli infermi che non è il sacramento che viene dato ai moribondi ma dice, piuttosto, l’attraversare e il sostenere la sofferenza, la fragilità e la malattia.

La fede cristiana ha perciò a cuore tutto l’uomo, anche il suo corpo, perché nell’unità di spirito, anima e corpo ogni persona trova il suo percorso e il suo compimento; all’interno di un dinamismo di buone relazioni – non siamo soli, non siamo isole… – comunichiamo con gli altri e… con Dio!

Il vostro servizio alla comunità si svolge all’insegna del dono e della condivisione, del mettersi a disposizione degli altri nei modi e con gli strumenti più diversi: si dona, così, il proprio tempo, le proprie risorse umane ed economiche, il proprio sangue e gli organi pronti per la donazione; si donano le azioni più svariate di sostegno, di tutela, di assistenza a favore delle persone e in particolare dei più deboli.

Non è il vostro “solo” un atto di gratuità e di generosità, è qualcosa di più. Nasce intanto dal riconoscere che noi per primi abbiamo ricevuto tanto: la vita in primis, dai nostri genitori, l’educazione, la formazione, la salute e quante altre cose! Sentiamo perciò l’esigenza di ridonare a nostra volta e di rimettere in circolo, di far fruttare questi doni, facendosi carico degli altri e quasi “restituendo” alla comunità quello che abbiamo ricevuto, contribuendo così ad accrescere non soltanto la solidarietà ma anche la giustizia sociale.

Ogni forma di donazione e servizio diventa, allora, una modalità concreta di realizzare una vicinanza umana e una comunione amorevole, vivissima, toccabile, sperimentabile. Si tratta di qualcosa che riguarda l’ “amore che si fa carne”. Non è un’idea astratta, ma un amore che passa attraverso i corpi, le ferite, le fragilità degli uni e degli altri. È la conferma che l’essere umano è creato per la relazione: con Dio, con gli altri, con se stesso.

Nessuno si salva da solo, perché nessuno esiste da solo. Ogni persona è unica e irripetibile, ma anche costitutivamente è aperta alla comunione e la profonda dignità dell’uomo non lo rinchiude in sé, ma lo apre alla responsabilità. La donazione e il servizio che voi offrite, dunque, non sono gesti “straordinari” di pochi eroi: è l’espressione più alta e concreta della vostra (la nostra!)  umanità.

Ma torniamo ancora, per un momento, alle letture che sono state proclamate poco fa. Sia la prima che la seconda lettura (Es 19,2-6; Rm 5,6-11) e lo stesso salmo responsoriale (Sal 99) ci parlano di un popolo, di una comunità, ma soprattutto di una comunione più profonda che va ben oltre l’individuo e la realtà personale. E ci parlano di una salvezza che ci è donata.

Una persona è tale quando entra in relazione, veramente in relazione; una comunità è tale quando viene incontro alle persone e si fa realmente carico di esse, di tutte le persone, specialmente quelle più fragili e meno considerate.

Il Signore – che ha “compassione” e che, anche oggi, invia i suoi discepoli per la missione a favore dell’uomo concreto, vivo, reale – accompagni con lo Spirito il vostro servizio, confermi e renda le vostre associazioni sempre più elemento e fattore di comunione, solidarietà, giustizia e coesione sociale all’interno della comunità, per il vero bene di tutti coloro che vivono nel nostro territorio.

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