S. Messa della V Domenica di Pasqua con il rito di ammissione tra i candidati all’Ordine sacro di tre seminaristi
(Venezia – Basilica della Madonna della Salute, 3 maggio 2026)
Omelia del Patriarca Francesco Moraglia
Cari fratelli e sorelle, carissimi candidati all’Ordine sacro (Lorenzo, Bonitus, Philipo),
mi riferisco innanzitutto a voi, alle persone che vi accompagnano e a quanti – non potendo essere qui presenti – si uniscono a voi spiritualmente in questo momento significativo; penso alle vostre famiglie.
Saluto poi con stima la comunità del Seminario Patriarcale di Venezia e i superiori.
Stiamo vivendo il tempo pasquale – oggi, infatti, è la V Domenica di Pasqua – e il Vangelo appena proclamato (Gv 14,1-12) ci riporta indietro, al Cenacolo.
È l’ora dell’addio, eppure Gesù esordisce dicendo: “Non sia turbato il vostro cuore” (v. 1). Un’esortazione che vuole essere un tenero abbraccio. Allo stesso tempo, è una frase che risuona come paradossale: Gesù annuncia la sua partenza drammatica, l’imminente separazione, la sua morte, eppure chiede ai discepoli gioia e fiducia.
Ricordiamo che all’inizio del Nuovo Testamento le prime parole che troviamo sono quelle rivolte dall’angelo Gabriele a Maria: “Non temere” (Lc 1,30). E questo tema ritorna anche nell’annunciazione a Giuseppe: “…non temere di prendere con te Maria, tua sposa” (Mt 1,20).
Il discepolo del Signore non è consegnato alla paura perché ragiona in modo diverso rispetto alla logica del mondo. Il motivo e, possiamo dire, anche il segreto di tale serenità non sta assolutamente nell’assenza di problemi; anzi, per la Chiesa nascente se ne delineano molti e di non facile soluzione, ma c’è sempre la certezza della presenza di Gesù.
Oggi, a tale proposito, la liturgia ci fa scoprire e vivere, ancora una volta, chi è Gesù per noi e come la fede in Lui ci disponga a vivere nel mondo. Finché non percepiamo l’Eucaristia come Lui, Risorto, in mezzo a noi, le nostre liturgie resteranno solo costruzioni umane.
- La Chiesa: organizzazione come servizio (Atti 6, 1-7)
La prima lettura ci mostra, in modo semplice ed immediato, come la Chiesa delle origini – la Chiesa degli apostoli – si organizza e affronta le prime necessità e anche i conflitti interni. C’è bisogno di ripensare la carità e quindi come gestire le mense e curare le vedove, facendo sì che la carità non sia solo un ideale o vuote parole.
- La scelta dei 7:non vengono scelte persone a caso, ma degli uomini che siano “pieni di Spirito e sapienza” (v. 3). Il ministero è sempre personale e infatti, risuonano dei nomi, ossia delle persone reali a cui vengono imposte le mani. Ma la realtà che viene loro affidata va oltre le loro persone: è il ministero del servizio affidato loro per il bene della Chiesa e che eserciteranno in nome della Chiesa e perché mandati dalla Chiesa; e non per la loro gratificazione.
Carissimi, oggi voi entrate tra i candidati riconosciuti idonei dalla Chiesa per ricevere, a suo tempo, il ministero ordinato. Essere uomini di Chiesa vuol dire anche dismettere certe emotività umane; essere uomini di Chiesa, poi, non vuol dire essere ipocriti ma avere il “sensus Ecclesiae”.
- Ministero e imposizione delle mani: l’imposizione delle mani indica che il ministero non è un semplice “incarico lavorativo” o un contratto, ma è una missione ricevuta dalla Chiesa per mezzo dello Spirito e, soprattutto, un mandato. Il ministro, quindi, non può annunciare le cose che gli piacciono del Vangelo e sottacere quelle che gli sono sgradite, non può immaginare una pastorale a sua immagine e somiglianza; l’autoreferenzialità e i gusti personali devono essere ridimensionati e superati. D’ora in poi pensate che siete uomini che, un giorno, saranno percepiti dalle loro comunità come “segni” di Gesù, Buon Pastore, il Pastore di tutti. E il Pastore, se è richiesto, deve essere disposto anche a dare la vita.
- Quale insegnamento per noi? La Chiesa si organizza per essere fedele alla sua missione. La Chiesa si organizza e lo fa per servire Gesù Cristo che è la pietra d’inciampo e, insieme, come Colui che si pone come la via, la verità, la vita. È via perché è la verità che è già data in Lui, nella Sua persona, nella Sua parola.
- Avvicinarsi alla pietra scartata (1 Pt 2,4-9)
La seconda lettura ci offre un’immagine potente: “Avvicinandovi al Signore Gesù, pietra viva scartata dagli uomini…” (v. 4).
- Il primo impegno: il discepolo è innanzitutto colui che si avvicina, che entra in amicizia con Gesù, coltivando l’intimità col Signore. Se mancano tante cose nella vita del discepolo, è proprio perché manca proprio l’amicizia e l’intimità con Gesù! Non basta “sapere” Gesù Cristo, bisogna soprattutto “stare” con Gesù e Gesù lo si impara nella preghiera. E la preghiera si associa allo studio, come indica anche san Benedetto nella sua Regola.
- La pietra scartata: Pietro ci avverte che Cristo è la pietra d’angolo e, insieme, la pietra scartata. Bisogna prepararsi ad annunciare Gesù in un contesto avverso – o d’indifferenza (non c’è avversione peggiore!) – e questo significa, in particolare, accettare che la logica del Vangelo venga “scartata” dal mondo. Proprio per questo Dio ha costituito la sua Chiesa come città costituita sul monte (cfr. Mt 5,14) e come lievito che si nasconde nella massa della pasta (cfr. Mt 13,33); le due cose non vanno mai separate.
- Identità cristiana: “Siete stirpe eletta… nazione santa” (v. 9); siamo chiamati, quindi, a vivere la santità non come isolati ma come comunità che, pietra su pietra, viene costruita proprio su di Lui.
- La Via, la Verità e la Vita (Gv 14,6)
Il cuore del Vangelo è la rivelazione che Gesù fa di sé. Tommaso sembra chiedere una mappa, un Gps, un sentiero tracciato sulla terra: “…non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?” (v. 5); Gesù, invece, offre la sua persona. E qui notiamo come non dica: io vi insegno la via… No, dice: “Io sono la via…” (v. 6). E perché è la Via? Perché è la Verità (la manifestazione concreta del Padre) ed è la Vita (la pienezza divina).
Gesù, quindi, non dà indicazioni, non mostra una strada esterna a Lui, alla Sua persona. Dice semplicemente: “Io sono la via, la verità e la vita” (v. 6).
- Cristologia e Chiesa: la Chiesa non esiste per offrire una filosofia o delle regole di morale, ma per offrire un incontro. Gesù è Via perché è Verità e Vita.
- Via: non è un percorso spaziale (l’andare a Gerusalemme), ma relazionale (l’andare al Padre attraverso di Lui).
- Verità: non è una verità astratta, come un teorema filosofico, ma la manifestazione fedele di chi è Dio: Dio è il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo.
- Vita: è la vita eterna che incomincia ora, la vita dell’amore di Dio nel cuore dell’uomo.
Non si cammina, dunque, su una via ma si cammina in Lui. Non conosciamo la verità da un libro; conosciamo la Verità che è Lui. Si tratta, allora, di passare dalla logica di un “percorso” a quella della “relazione”.
Questo significa che il discepolo di Gesù non segue, innanzitutto, delle regole, ossia, una “via” morale per arrivare a Dio. La “via” non è qualcosa che fai, è Qualcuno che incontri e che ti offre la salvezza. E la sequela di Gesù non è semplicemente “andare” verso una meta (fosse anche la vita eterna) perché noi stiamo già vivendo la verità di Dio qui e ora, “in” Gesù Cristo. La Verità (ossia la relazione con Lui) è il cammino; si cammina in Cristo. E non a caso negli Atti degli Apostoli, ripetutamente, si parla della fede cristiana come “la Via” (cfr. At 9,2; 19,9.23; 22,4; 24,14.22).
E, allora, non dobbiamo chiederci: quale mappa (percorso fisico) dobbiamo seguire? Chiediamoci piuttosto: “in chi” stiamo camminando? Tutto quello che facciamo – la preghiera, l’amore verso il prossimo, la nostra fatica quotidiana ecc. – acquista valore solo se è vissuto con Cristo, in Cristo e per mezzo di Cristo.
Lui non ci lascia soli in un labirinto. È Lui, la sua persona, il sentiero in cui camminare. E non abbiamo paura di perderci, in qualunque stagione della vita, se siamo e rimaniamo “in” Lui.
“Non sia turbato il vostro cuore” (v. 1): oggi siamo chiamati a non avere il cuore turbato di fronte alle difficoltà della fede e della vita.
Carissimi Lorenzo, Philipo e Bonitus, la “candidatura” è per ciascuno di voi l’impegnarsi a vivere la carità pastorale. Come? Vi affido tre consegne che si esprimono in tre verbi: avvicinarsi al Signore Gesù (nella preghiera e nel sacramento); servire (come i sette diaconi, uomini sapienti e pieni di carità) e, soprattutto e in modo concreto, annunciare che non c’è altra via alla gioia se non la persona di Gesù.
