Omelia del Patriarca nella S. Messa con la Fraternità di Comunione e Liberazione in suffragio del Servo di Dio Mons. Luigi Giussani a 21 anni dalla morte e nel 44° anniversario del riconoscimento pontificio (Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 24 febbraio 2026)

S. Messa con la Fraternità di Comunione e Liberazione

in suffragio del Servo di Dio Mons. Luigi Giussani a 21 anni dalla morte e nel 44° anniversario del riconoscimento pontificio

(Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 24 febbraio 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Carissimi,

ci ritroviamo anche quest’anno nella basilica cattedrale di san Marco per la S. Messa in suffragio del Servo di Dio Luigi Giussani a 21 anni dalla morte mentre si sta concludendo a Milano la fase diocesana della causa di beatificazione. Ricordiamo, inoltre, il 44° anniversario del riconoscimento della Fraternità come Associazione di fedeli di diritto pontificio da parte del Pontificio Consiglio per i Laici.

Dal Vangelo abbiamo appena ascoltato: “Voi dunque pregate così…” (Mt 6,9). Sono parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli e, oggi, a tutti noi.

Secondo don Giussani la preghiera per il cristiano è fondamentale, ossia fondante; la preghiera dice qualcosa di peculiare nella vita dell’uomo.

L’uomo, infatti, pregando ritrova se stesso e, in pienezza, la sua umanità. Chi non prega – dinanzi alle inevitabili aspettative, delusioni e brevità della vita – finisce per provare sconforto o, anche, disperazione, finendo per cadere nel cinismo, frutto di aspro disincanto.

Chi prega, innanzitutto, riconosce la sua creaturalità, la sua figliolanza, il suo essere figlio, e lo confessa proprio nel momento in cui si rivolge a Dio e lo chiama Padre.

Un uomo che prega, infatti, confessa con questo semplice atto che egli non si considera l’inizio e la fine di tutto ma, semplicemente, un “mendicante” che, prima di chiedere qualcosa, si percepisce come ricevuto e come colui che continua a riceversi, gioendone come figlio.

Alcune parole di don Giussani sulla preghiera sono davvero illuminanti: “…la coscienza della nostra debolezza diventa mendicanza. La mendicanza è l’ultima possibilità di forza adeguata al nostro destino, rende l’uomo adeguato al destino. Si chiama normalmente preghiera…” (v. Tracce di ottobre 2002).

Colui al quale ci rivolgiamo come mendicanti non è, non può essere, forza impersonale, energia primordiale e onnipotente e basta, ma è Persona, anzi Padre. E comprendiamo bene come ciò possa risultare inaudito per chi non conosce la rivelazione cristiana. Sì, Dio ha tempo per me che a Lui io mi rivolgo come un mendicante; Dio è un Padre buono che si piega su di me, sui miei bisogni e sulle mie domande.

Gesù insegna ai suoi discepoli a pregare e dall’evangelista Luca sappiamo anche che questa istruzione di Gesù sulla preghiera fa seguito ad una domanda esplicita dei discepoli: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11, 1). Matteo non riporta la domanda dei discepoli ma dice come Gesù abbia voluto insegnare ai suoi discepoli il modo in cui devono pregare; è il testo del Vangelo appena proclamato.

“Pregando – afferma Gesù – non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi, dunque, pregate così: Padre nostro che sei nei cieli…” (Mt 6, 7-9).

 L’odierna prima lettura (cfr. Is 55,10-11) è tratta dal profeta Isaia – più precisamente dalla seconda parte del libro che porta il suo nome – e ci presenta un momento di crisi per Israele; per il popolo, infatti, sono venute meno quelle prodigiose azioni che avevano manifestato l’amore e la cura che Dio ha per il suo popolo.

È lontano il tempo dell’Esodo in cui Dio guidava Israele con amore di Padre ed è lontano anche il tempo in cui il popolo, dopo l’esilio, viveva l’attesa del ritorno trionfale nella terra promessa.

Eppure, nonostante il momento di prova perché Dio sembra essersi ritratto da Israele, il popolo – grazie all’annuncio del profeta – è invitato a non venir meno nella fiducia e nell’attesa; la parola di Dio, infatti, mai torna a Lui senza aver operato ciò per cui è stata inviata (cfr. Is 55,11).

La grazia di Dio, ossia il suo amore provvidente, è come la pioggia che scende dal cielo e non vi fa ritorno senza aver prodotto effetto. L’amore provvidente di Dio si incontra con la libertà/fede dell’uomo ed è da questo intreccio che nasce la storia che si dipana nel tempo; la storia, per volontà di Dio, è in effetti il risultato di questo intreccio tra la libertà di Dio e la libertà dell’uomo.

La grazia – che sempre precede e accompagna la ragione – apre uno sguardo pieno sulla realtà a 360 gradi; è la ragionevolezza della fede che non è razionalismo o fideismo, ma fede che in modo laico (nel senso della vera secolarità!) entra anche nella pubblica piazza.

La fede ha un valore religioso essenziale e di unità per la comunità cristiana ma ha anche un valore civile. La distinzione tra queste due dimensioni diventa rispetto e collaborazione nel riconoscimento delle rispettive specificità, senza giungere alla separazione che danneggia entrambi. D’altra parte, tutti i valori e la realtà stessa si congiungono nella persona di Cristo che è il senso della creazione e il primogenito di una moltitudine di fratelli.

Il Vangelo della preghiera è, quindi, esplicitazione del Vangelo della grazia che scende dal cielo e vi ritorna, come ci ha ricordato in modo simbolico la prima lettura.

Per don Luigi Giussani fede, ragione, cultura e preghiera costituiscono un’unità organica in cui umano e divino si intrecciano senza mai confondersi ma richiamandosi e, nel rispetto reciproco, costituiscono l’unum che è l’unico progetto di Dio: l’umanità di Cristo e in Cristo, il Christus totus di cui parla sant’Agostino (cfr. Sant’Agostino, In Johannis Evangelium Tractatus, 21,8).

Al cuore di questa visione c’è, appunto, l’immagine di Cristo come il primeggiante, non solo l’Unigenito del Padre ma il “primogenito di molti fratelli” (Rm 8,29).

Il pensiero di Giussani si esprime nella ricerca di quell’unicità di Cristo che si trova come forma che plasma l’universo ma, prima di tutto, plasma l’uomo che, così, rimane aspirazione di Dio, desiderio di Dio e che vive la sua vocazione nella libertà e nella mendicanza di Dio.

Preghiera come mendicanza dice anche che la preghiera non è un dovere formale ma è l’esprimersi più alto della ragione. E la mendicanza diventa l’unico modo in cui l’uomo adegua sé al suo destino. Così, partendo dal “Vangelo della preghiera”, don Giussani ricompone l’unità della persona: un soggetto che, sostenuto dalla grazia, cammina nel mondo con la certezza di appartenere a Cristo e alla sua Chiesa.

Desidero concludere questa riflessione con un secondo pensiero di don Giussani sulla preghiera che colpisce per la sua incisività e verità, vale a dire la preghiera considerata come “avamposto”: “Viviamo la preghiera come il primo avamposto, l’estremo avamposto della battaglia nella nostra vita” (v. Tracce di ottobre 2002).

L’immagine dell’avamposto – ossia il posto più avanzato e difeso in una battaglia – sta ad indicare come la preghiera non sia azione marginale o passiva nella vita del cristiano, ma il primo luogo dove il discepolo e la comunità sono chiamati a resistere e a manifestare la presenza di Cristo nel vivere quotidiano, specialmente innanzi alle difficoltà.

La vita del cristiano – e qui viene in mente la seconda lettera a Timoteo – viene, infatti, indicata come combattimento. Ed esistono anche le buone battaglie: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione” (2Tim 4.7-8).

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