S. Messa a conclusione del pellegrinaggio diocesano dei ragazzi
(Assisi – Piazza Inferiore della Basilica di S. Francesco, 19 aprile 2026)
Omelia del Patriarca Francesco Moraglia
Care ragazze, cari ragazzi,
grazie innanzitutto per la vostra presenza e la vostra testimonianza di questi giorni. Grazie agli educatori, alle catechiste e ai catechisti, e grazie soprattutto ai sacerdoti.
Le cose non si improvvisano, tantomeno una comunità che sa pregare. Il silenzio e il canto: tutto questo dice un’appartenenza al Signore Gesù nella sua Chiesa e dice un vostro cammino quotidiano nelle comunità ecclesiali del Patriarcato di Venezia.
Con voi voglio fermarmi sul Vangelo di oggi perché quello che è capitato ai discepoli di Emmaus è capitato anche, in qualche modo, 800 anni fa ad un ragazzo che aveva appena qualche anno più di voi: Francesco di Bernardone.
In questi giorni di pellegrinaggio abbiamo imparato a conoscere meglio san Francesco, abbiamo visitato i luoghi francescani, e allora io vi chiedo: se vi dico “Francesco d’Assisi”, che cosa vi viene in mente di fronte a questo nome? Il presepe e gli animali? Oppure un frate povero?
Bene, dimenticate per un attimo il santo con l’abito grigio-marrone che ci presenta la tradizione della Chiesa. Immaginate piuttosto quel ragazzo, appena più grande di voi, sui 16/17 anni.
Il giovanissimo Francesco era il “re delle feste” di Assisi. Era ricco, vestito alla moda, sempre con il gruppo “giusto”, spendaccione, cantava a squarciagola di notte per le vie della città. E aveva tutto: soldi, amici, popolarità. Ma dentro come stava? Dentro sentiva un vuoto, perché Francesco cercava qualcosa di più grande di una semplice festa.
Siamo nella terza domenica di Pasqua e abbiamo appena ascoltato il Vangelo dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) e del loro incontro con quell’uomo che, alla fine, riconosceranno come Gesù, il Risorto. E quando lo riconoscono sparisce, perché vuole che Lui ora sia reso presente da quei discepoli, la Chiesa.
Dopo la paura del Venerdì santo, davanti alla croce, i discepoli sono tristi e confusi. Anche Francesco d’Assisi era confuso, perché la sua vita luccicante non lo rendeva davvero felice e la sua armatura non lo difendeva ed anzi lo rendeva più vulnerabile. Voleva essere un “cavaliere”, un eroe.
Allora, a quei tempi, una strada per diventare importante era quella di riempirsi di gloria in battaglia. Assisi fa la guerra a Perugia e Francesco, convinto, si compra delle armature costose e parte come cavaliere. Pensa: “Ora diventerò famoso, ora sarò qualcuno!”.
Ma, invece, cosa avviene? Assisi perde e Francesco non muore, finisce in prigione a Perugia. Per un anno. Rimane al buio, sporco, malato, un fallito.
Quante volte anche a noi capita, soprattutto alla vostra età (ma non solo), di voler essere “qualcuno” a tutti i costi? Vogliamo essere il più bravo nello sport (il numero uno della squadra di calcio!), a cantare, a suonare la chitarra, a ballare oppure vogliamo essere chi ha più follower nella rete o è leader del gruppo, magari pensando che la felicità stia nell’avere o nell’essere ammirati o addirittura invidiati… Ma così gli altri diventano i nostri padroni, i padroni della nostra vita, delle cose che abbiamo, che desideriamo o che pensiamo o temiamo di perdere.
In carcere Francesco capisce che quella gloria è di natura sua effimera; anzi, per lui è finita, è svanita. Non c’è più il Francesco di prima e guardate che i cambiamenti, le trasformazioni, sono la cosa più difficile ma più importante nella vita di un uomo o di una donna, di un ragazzo o di una ragazza! La sua vera vocazione non era dominare sugli altri, ma qualcos’altro.
Quando esce di prigione, Francesco è cambiato ma è ancora “perso” e, soprattutto, cerca ancora risposte. Ed è proprio qui che accade il miracolo.
Francesco non riusciva assolutamente a sopportare i malati, gli emarginati, in particolare la vista dei lebbrosi. A quel tempo, chi aveva la lebbra (una gravissima malattia della pelle) era considerato maledetto da Dio, doveva stare fuori città e portare una campanella per avvisare: “State lontani, sono infetto”. I lebbrosi erano considerati dei “morti viventi”, da evitare e da tenere lontani.
Un giorno, a cavallo, Francesco se ne trova uno davanti. La sua prima reazione è andar via, scappare e turarsi il naso. Ma, poi, qualcosa scatta e Francesco capisce che, se continua a scappare da chi ha bisogno d’aiuto e gli tende la mano, non incontrerà mai Dio.
Non si limita a lanciare una moneta da lontano, ma scende da cavallo. Si avvicina, vede quel volto sfigurato e… in quel volto riconosce Cristo. Francesco abbraccia e bacia il lebbroso.
Quel bacio radicale non è “fare beneficenza”. È accorgersi che Cristo non è nel lusso o nelle cose che noi cerchiamo, ma è nascosto proprio lì, nella persona sino a quel momento più detestata e tenuta lontana nel suo dolore, nella sua povertà.
Ragazzi, chiedo la vostra attenzione su un punto fondamentale: non è stata la povertà a far sì che Francesco potesse incontrare Cristo. È stato l’incontro con Cristo (il Risorto!), come è successo ai discepoli di Emmaus che poi tornano ad annunciarLo, a dare a Francesco la forza di scegliere la povertà. Francesco ha capito che per essere liberi, per amare davvero, non devi possedere nulla ma devi donare tutto. E si toglie i suoi vestiti ricchi per vestire il fratello povero.
E poi, nel 1205, avviene il fatto che rappresenta il momento decisivo della sua conversione e che è, in qualche modo, richiamato anche dalle parole che avete stampate sulle vostre magliette: “Pietre vive”.
Francesco sta pregando nella chiesa di San Damiano, che abbiamo visitato ieri, e ad un certo punto in modo misterioso il Crocifisso gli parla… Qualcuno di ieri chiedeva: ma come faccio a sapere quando e come il Signore mi parla? Bella domanda per la vostra età e bella domanda anche per noi adulti!
Quel Crocifisso più volte gli dice: “Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”.
Fintanto che non troviamo una missione nella Chiesa, noi non abbiamo risposto pienamente alla nostra vocazione. Chiamiamo le cose con il loro nome.
In un primo momento Francesco pensa soprattutto a ricostruire quell’edificio “fisico” che stava crollando e allora va in cerca delle pietre necessarie per rimettere in sesto e in sicurezza la struttura fatiscente di quell’edificio cadente. Si trova in conflitto con l’autorità paterna ed entra in un’autorità più grande che chiama “Padre”, “Padre nostro”. Ma, in seguito, comprende meglio che l’invito del Crocifisso ha un orizzonte più ampio e che Francesco potrà essere colui che rinnova e “restaura” la vita della Chiesa, divenendo una “pietra viva” sul piano spirituale, una persona significativa e autentica.
Le chiamate di Dio, spesso, non dicono tutto e subito perché il Signore usa il criterio di condurci per mano, piano piano, come è successo appunto ai discepoli di Emmaus che passano dall’incredulità alla fede attraverso il cammino e il dialogo con Lui. In questa terza Domenica di Pasqua, Gesù risorto vuol dire anche a noi: “Non abbiate paura”. E come a Francesco anche ad ognuno dice: “Vinci la tua paura, diventa anche tu una pietra viva”.
Care ragazze, cari ragazzi, la vocazione di Francesco non è stata innanzitutto quella di diventare prete (non lo volle mai diventare) o frate. È stata, prima di tutto, una chiamata a rispondere alla voce del Signore e diventare suo discepolo.
La cosa importante è che ciascuno voglia ascoltare e rispondere a questa voce, non scegliendo facili scorciatoie. Ecco che allora, a 12/13/14 anni, la tua vocazione non è solo decidere (quante decisioni prendiamo e rimangono carta straccia!). No, non basta decidere. Tu devi scegliere! E per scegliere bisogna avere il coraggio di fare una scelta!
Voglio essere il “re delle feste”, il leader di un gruppetto di coetanei? Mi basta questo o desidero per me, per la mia vita, qualcosa di differente?
Voglio anch’io scappare, come faceva il “primo” Francesco, davanti ai lebbrosi del nostro tempo (il compagno bullizzato, chi è lasciato solo in classe, solo tra gli amici, chi fa fatica a scuola, chi si veste male, ossia fuori di ciò che comanda oggi la moda, chi non è simpatico o non è bello…) o desidero andare verso di loro e abbracciarli?
Francesco ha scelto di non essere solamente il “re delle feste” dei giovani di Assisi, per diventare il “fratello di tutti”. Così ha scelto la vera vita ed è divenuto una “pietra viva”, solida e realizzata, su cui si può fare affidamento. “Pietre vive” come sono stati, in modi e tempi differenti, anche santa Chiara e san Carlo Acutis che, insieme, abbiamo imparato a conoscere in questi giorni.
Chiediamo, allora, a san Francesco – al termine di questo pellegrinaggio – di aiutarci, nel tempo di Pasqua e in tutta la nostra vita, a riconoscere Gesù, il Risorto, nei nostri fratelli e specialmente in chi fa più fatica ed è messo ai margini. E chiediamogli di essere a nostra volta dei piccoli “Francesco”, con la forza e il coraggio di scegliere Gesù, l’Amico che ci precede e ci chiede di percorrere con Lui anche le strade non facili della vita, le uniche, però, che ci riempiranno di gioia e ci renderanno felici.
Perché incontriamo poche persone felici? Perché in tanti scelgono le strade facili… L’intelligenza artificiale è falsa e cortese quando le ponete delle domande… ma dove vi sta conducendo?
Saremo anche noi “pietre vive” se sapremo amare dicendo e facendo la verità, anche quando è scomoda, perché la verità ci plasma. E ricordate sempre, cari ragazzi, il sacramento della riconciliazione: è un momento di condivisione con il Signore, attraverso la Chiesa e il ministro che la rappresenta. La confessione inizia con un atto di verità: Signore, ho peccato e voglio convertirmi!
Saremo anche noi “pietre vive” se sapremo concretamente decidere e scegliere la cosa più giusta da fare e da dire in ogni momento. L’amore, nella verità delle scelte, è la grande avventura della vita cristiana; è stata questa la grande avventura di Francesco.
Grazie per la vostra testimonianza di fede e buona continuazione del pellegrinaggio!
