Omelia del Patriarca e Presidente CET nella Veglia di preghiera durante la XXVI Settimana di studi sulla spiritualità coniugale e familiare CEI “Addomesticare il mondo” (Verona, 2 maggio 2026)

Veglia di preghiera durante la XXVI Settimana di studi sulla spiritualità coniugale e familiare CEI “Addomesticare il mondo”

(Verona, 2 maggio 2026)

Omelia del Patriarca di Venezia e Presidente della Conferenza Episcopale Triveneto Francesco Moraglia

 

Dalla Casa di Betania all’Ultima Cena e l’Incontro che fa la Persona

Lc 10,38-42 (Marta e Maria); Lc 22,7-19 (Ultima Cena); Gv 15,12-17 (Amici)

 

Cari sposi,

sullo sfondo del racconto di Antoine de Saint-Exupéry “Il piccolo principe” (a cui si ispira questa Settimana), abbiamo ascoltato i testi del Vangelo di Luca e di Giovanni che ci introducono in un cammino che dalla casa di Betania conduce al Cenacolo, luogo della lavanda dei piedi, dell’Ultima Cena, del dono dello Spirito Santo, per giungere all’incontro con Gesù e fra noi superando l’individualismo e diventando persone in senso compiuto. La persona è l’io capace di relazione.

Oggi parliamo tanto di connessioni, di contatti, di accessi, ma meno d’incontri, di relazioni effettive, di rapporti personali. Anche per questo il nostro mondo fatica così tanto.

Gesù ci invita a fermarci per poter ripartire col desiderio di vivere un amore sponsale nella verità della persona immagine di Dio. Gesù, nel Vangelo, invita ad incontrarlo e ad incontrarci gli uni gli altri.

Non basta cliccare, mettere un like e, neppure come si dice, “cuorare”, ossia mettere un cuore. No, bisogna incontrarsi, avere tempo gli uni per gli altri; è necessario entrare in relazione.

Allora, con questo desiderio, entriamo nella casa di Betania e nel Cenacolo per riscoprire il senso umano e cristiano dell’incontrarsi, nell’avere tempo per gli altri e nel farsi dono gli uni agli altri.

 

  1. L’accoglienza: scegliere la parte migliore

 

Il Vangelo di Luca (10,38-42) ci introduce nella casa di Marta e Maria. Gesù non vi entra per caso. No, entrando in quella casa, Gesù ci insegna il valore della relazione.

Mentre Marta è presa dal fare, Maria, invece, col suo gesto, dice attenzione all’ospite, lo accoglie e sta con lui, semplicemente lo ascolta.

Il personalismo cristiano – che nasce dal Vangelo e, quindi, da Gesù –  insegna come la persona non sia un’isola, un “io” solitario, ripiegato in sé, ma un essere che si realizza nell’incontrare l’altro e la comunità.

Dio, creando l’uomo maschio e femmina, indica la strada dell’incontro, dischiudendo la reciprocità anche nel linguaggio del corpo. Gli sposi sono così invitati ad entrare in relazione e, nella reciprocità, l’uomo e la donna diventano immagine piena di Dio (cfr. Gn 1,27).

La crisi della famiglia spesso ha origine non da problemi economici ma – sì! – dall’affanno e dalla fretta; Marta abita in ciascuno di noi. Gestire gli orari, accordare esigenze diverse, difendersi da ritmi logoranti, non lasciarsi sopraffare dalle preoccupazioni e, dai tanti, troppi impegni… Marta – “che è distolta” dai molti servizi – è una di noi!

Gesù non condanna Marta, ma la invita a non agitarsi, a non preoccuparsi. Le indica la “parte migliore” che Maria ha scelto e che non è inattività o pigrizia, ma capacità di ascoltare la Parola e farsi preghiera.

Carissimi, la relazione non vive solo delle “cose ​​da fare insieme”, ma dello stesso “stare insieme”, stare insieme innanzitutto con Gesù e tra voi. È lì che la persona si genera e rigenera, superando la tentazione di utilizzare l’altro come un mezzo per i propri bisogni.

 

  1. Fragilità e ricchezze in una vita che scorre

 

Le relazioni nella vita cambiano e ci cambiano. Romano Guardini – uno fra i massimi teologi del 900 e che non possiamo non citare perché Verona è la città che gli ha dato i natali – ci ricorda che le stagioni della vita umana non sono solo tappe cronologiche o biologiche ma occasioni per crescere spiritualmente come uomini e donne.

Il vero amore è quello che sa di dover crescere, non quello del primo giorno, avvolto nella nostalgia del ricordo o nell’utopia del “tutto” e ”subito”.  No, perché così non si rispetta la propria e altrui umanità e perché in tale atteggiamento manca l’apertura al costruire “insieme” la propria storia. Una storia ha, innanzitutto, bisogno di tempo, altrimenti non potrà mai crescere.

Bisogna, quindi, imparare ad accogliere ed accettare l’altro nella realtà quotidiana, con le sue insufficienze e i suoi difetti – come suggerisce Guardini – ma anche per scoprirne i talenti, le virtù, ciò che io non ho, sapendo riconoscere ogni cosa senza darla mai per scontata.

Ed è proprio qui che le relazioni si rinsaldano e si rinnovano, giorno dopo giorno. Non si tratta di desiderare un matrimonio “perfetto” ma un matrimonio “reale”, ovvero fatto di fragilità (mancanze) e punti di forza, la grazia del sacramento e non solo questa.

La storia di ogni coppia non è una linea retta; è, piuttosto, un percorso di cadute e di risurrezioni dove non si cade mai da soli e non ci si rialza mai da soli. Anche i fallimenti, attraverso il perdono, diventano insegnamento di vita e lezioni di reciprocità; il perdono poi nasce dalla preghiera e un matrimonio in cui manca la preghiera comune degli sposi non risponde ancora pienamente alla grazia del sacramento.

 

  1. Dall’Ultima Cena l’amicizia con Cristo

 

L’evangelista Luca, nell’Ultima Cena, mostra che Gesù trasforma il cibo quotidiano (il pane e il vino) in relazione eterna: “Questo è il mio corpo… dato per voi” (cfr. Lc 22,7-19). Il matrimonio cristiano è l’estensione del Cenacolo e di ciò che in esso è stato donato agli uomini, ovvero fare della propria vita un dono, una “eucaristia”.

“Non vi chiamo più servi… vi ho chiamati amici”: siamo nel capitolo XV del Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 15,12-17). Questo è ciò che ci domanda il personalismo cristiano a partire dalla relazione con Cristo che fonda ogni altra relazione.

Come la vite e i tralci (cfr. Gv 15,1-5), gli sposi ricevono il nutrimento dall’amore che Cristo ha per la Chiesa e che è donato nel sacramento; non per possedersi, secondo la legge del più forte, ma per portare insieme frutti. Gesù, infatti, dice: “…senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).

Senza la relazione personale con Gesù, anche la relazione sponsale decade a regole ripetitive, a “connessione” senza incontro, ad incontro senza anima.

Gli sposi sono chiamati a vivere il sacramento dell’alleanza nella logica della relazione interpersonale “in” Cristo e fra”di loro, nel dono.

Al di fuori di tale logica il matrimonio si riduce ad un “divenire” ripetitivo cha mai assurgerà a relazione libera e responsabile che si costruisce solo nel tempo attraverso le sfide di ogni giorno.

Ogni coppia ha la sua “storia” e il sacramento dona e ridona in modo quotidiano la grazia che sostiene ogni possibile crescita, permettendo agli sposi di diventare “relazione vivente” nel ”sì” libero e gioioso, anche nella fatica.

Il matrimonio cristiano sottolinea poi l’importanza della corporeità, rifiutando la deriva fisicista (solo il corpo) e quella spiritualista (solo lo spirito). L’amicizia sponsale coglie nella relazione spirituale e fisica l’essenziale che fa la persona e concerne la scoperta “originaria” (e reciproca) uomo/donna.

 

4.Conclusione

 

Cari sposi,

in un mondo che sempre più spinge a contatti virtuali, la sfida cristiana è l’incarnazione che significa incontro personale: col coniuge, con i figli, con la comunità. Solo così l’amore si fa visibile, concreto, pienamente umano e soprattutto cristiano, ossia nella forma di Cristo.

Come Marta e Maria, siete chiamati ad accogliere Gesù nella vostra casa e, come nel Cenacolo, a spezzare – come Gesù – il pane della vita per gli altri e con gli altri. La vostra unione sia la stessa della vite con i tralci.

Buon cammino insieme!

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