S. Messa nella festa liturgica di San Josemaría Escrivá sacerdote e fondatore dell’Opus Dei
(Venezia – Basilica della Madonna della Salute, 16 giugno 2026)
Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia
Carissimi fratelli e sorelle,
la spiritualità di san Josemaría Escrivá de Balaguer ha inciso profondamente, lasciando una traccia indelebile, nella Chiesa del Novecento. Il fondatore dell’Opus Dei, in particolare ha anticipato un tema molto caro al Concilio Vaticano II: la chiamata universale dei fedeli laici alla santità.
Al centro del suo messaggio vi sono proprio la santificazione del lavoro ordinario e l’apostolato laicale, vissuti nel solco della fede e dell’abbandono alla grazia divina; tutto nasce, infatti, da una piena comprensione del sacramento del santo battesimo.
Introduco questa nostra breve riflessione con un pensiero tratto dal libro Solco con una breve premessa: quest’opera fu pubblicata postuma nel 1986; l’autore l’aveva lasciata già interamente preparata e pronta per la stampa prima della sua morte (avvenuta nel 1975).
Il pensiero che desidero evidenziare è il seguente: “Studio, lavoro: doveri ineludibili di ogni cristiano; mezzi per difenderci dai nemici della Chiesa e per attrarre – con il nostro prestigio professionale – tante altre anime che, pur essendo buone, lottano isolatamente. Sono armi fondamentalissime per chi voglia essere apostolo in mezzo al mondo” (San Josemaría Escrivá, Solco, n. 483). Il lavoro non è solo mezzo di sostentamento, ma innanzitutto un vero mezzo di apostolato.
L’altro pensiero a cui mi voglio riferire è tratto, invece, dalla raccolta intitolata Forgia e che è un’altra opera postuma (pubblicata nel 1987). Anch’essa raccoglie le riflessioni e le note vergate dall’autore nel corso del suo lungo ed intenso ministero sacerdotale.
Quest’altro pensiero ribadisce quanto precedentemente detto: “La tua opera di santità… dipende… da questo tuo lavoro, oscuro e quotidiano, normale e ordinario” (San Josemaría Escrivá, Forgia, n. 741). E qui ci si concentra sulla grandezza dell’umiltà del quotidiano; la grandezza della santità, infatti, non richiede gesti straordinari ma il compiere con amore e costanza le piccole cose ordinarie di ogni giorno.
Questo pensiero ci riconduce al cuore stesso del Vangelo e ci fa pensare alla “grandezza” di Nazaret, di Betlemme, del Calvario, del Cenacolo che non hanno nulla a che fare con la grandezza – ad esempio – del Foro Romano, del Pantheon o del Partenone e del Tempio di Zeus Olimpo ad Atene.
Il tempo in cui visse Josemaría Escrivá non fu un’epoca culturalmente, socialmente e politicamente facile, tutt’altro… Possiamo parlare, piuttosto, di un’epoca alquanto travagliata con due guerre mondiali e la sanguinosa rivoluzione spagnola. Visse, infatti, in quello che alcuni storici hanno definito “il secolo breve”; il Novecento, infatti, fu segnato da conflitti e contrapposizioni politiche fortissime (come successe, appunto, nella Spagna franchista in cui Josemaría Escrivá visse ed operò, pur mantenendo sempre l’Opus Dei fuori dal perimetro dei partiti politici).
Escrivá de Balaguer ha offerto in tale contesto una risposta forte, coraggiosa, davvero profetica ed anticipatrice rispetto agli anni in cui viveva. Lungi dal teorizzare una fuga dal mondo, al contrario, ha ribadito con forza come la vita – sì, la vita di tuti i giorni ovvero la vita in famiglia e quella professionale, come le relazioni sociali che si intrattengono – costituisce il modo concreto e reale in cui si incontra innanzitutto Gesù e, inoltre, se stessi e il prossimo.
Questa è proprio l’essenza della vocazione cristiana alla santità laicale. E non si tratta di una spiritualità di tipo inferiore, di serie B, rispetto a quella religiosa o a quella sacerdotale ma, al contrario, la vocazione che esplicita e dà pieno compimento alla vita che si esprime nel sacramento del battesimo.
Questi due pensieri citati racchiudono il cuore del messaggio di San Josemaría sulla santità laicale: il posto del cristiano nel mondo, nella società secolarizzata, non è un ostacolo alla fede ma, al contrario, il luogo stesso dell’incontro con Dio e della missione della Chiesa.
Il lavoro, poi, va inteso come vocazione originaria e fondamentale per il cristiano laico. “Dio – come abbiamo ascoltato nella prima lettura, tratta dal libro della Genesi – prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15).
Dio non ha creato l’uomo per l’ozio, ma per il lavoro. Il lavoro non è una punizione o una conseguenza del peccato, ma fa parte del progetto originario di Dio. Nel disegno divino lavorare significa partecipare all’opera creatrice. Il cristiano, attraverso il suo impegno professionale (intellettuale o manuale), si santifica e serve alla società per collaborare al disegno di salvezza voluto da Dio. Il lavoro diventa così “preghiera”, “offerta” e luogo di apostolato.
Gesù – nel Vangelo – dice a Pietro: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. E Pietro risponde: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5, 4-5). Qui si compie il passaggio fondamentale: Pietro è un pescatore esperto e ha lavorato sodo, ma le sue sole forze non sono bastate. La svolta avviene quando entra in gioco la fede in Gesù. Egli rinnova lo sguardo di Pietro e lo rende capace di una “grande pesca”.
Così è per noi uomini e donne del terzo millennio: possiamo impegnarci, possiamo studiare e lavorare duramente ogni giorno, ma senza Cristo i nostri sforzi rischiano di rimanere sterili. Solo ponendo la fede alla radice del nostro agire, il lavoro diventa generativo e trasformatore per noi e per gli altri.
Ed ecco, allora, il salmo 127: “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella. Invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica: al suo prediletto egli lo darà nel sonno”.
Dall’incontro con il Signore nasce il mandato: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5,10). Il lavoro professionale diventa così lo “strumento” e l’occasione naturale per l’apostolato. Non si tratta di fare proselitismo, ma di irradiare la luce di Cristo attraverso la coerenza, la competenza professionale e anche l’allegria nel compiere il proprio dovere.
San Josemaría Escrivá ci insegna, quindi, a trasformare le nostre “pesche” quotidiane – frutto dell’opera di Dio – santificando il lavoro o, meglio, santificandoci nel lavoro e santificando gli altri attraverso il nostro lavoro.
