S. Messa nella festa della Madonna dell’Angelo
(Caorle, 14 settembre 2025)
Omelia del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia
Cari fratelli e sorelle,
viviamo con vera gioia cristiana e umana questa giornata di festa in onore della Madonna dell’Angelo, una festa attesa da tutta Caorle e non solo, soprattutto perché stavolta ritorna (finalmente!) dopo dieci e non dopo cinque anni come succedeva di solito.
L’Eucaristia domenicale che stiamo celebrando avviene in un giorno particolarissimo, perché proprio oggi ricorre la festa dell’Esaltazione della Santa Croce ed entrambe le circostanze – che qui si intrecciano – ci aiutano ad entrare nel cuore e nel mistero di Dio e del suo rapporto con noi.
L’Eucaristia è, ogni volta, un rinnovato incontro con il Signore Gesù e, come ci testimoniano i Vangeli (anche quello appena proclamato), ogni incontro con il Signore Gesù, in qualche modo, ci sconcerta perché ci sorprende e sollecita alla conversione, al cambiamento e alla novità di vita.
Il Vangelo odierno è un brano tratto dal dialogo notturno di Gesù con Nicodemo, un fariseo a cui il Signore chiede qualcosa di straordinario che Nicodemo non riesce a comprendere; gli domanda, infatti, di “nascere dall’alto”. E da qui scaturiscono le altre parole che si riferiscono proprio a Gesù: “Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,13-16).
Ogni incontro con Gesù è sempre qualcosa di unico, originale e inaspettato. Pensiamo, anche solo scorrendo le pagine successive del Vangelo di Giovanni, all’incontro con la donna di Samaria al pozzo di Sicar, dove Gesù arriva a chiederle: “Dammi da bere” (Gv 4,7). E poi conversa a lungo con lei, trattando anche gli aspetti più profondi e travagliati della sua vita. O, più avanti, nell’incontro con un uomo cieco dalla nascita (cfr. Gv cap. 9), a cui Gesù dona la capacità di vedere con un po’ di fango e di saliva.
E potremmo proseguire: a Cafarnao gli avevano portato un paralitico perché lo guarisse e Gesù, “vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati»” (Mc 2,5). Anche i discepoli hanno più volte sperimentato come Gesù sia talora non facile da comprendere, come quando una forte tempesta li coglie sulla barca e, mentre stanno per affondare, Gesù continua a dormire (cfr. Mc 4,35-41); poi, quando finalmente interviene e placa il vento e il mare, si chiedono: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?” (Mc 4,41).
Gesù viene sempre incontro all’uomo ma si rivela in modo inatteso, talvolta sconcertante; è la stupefacente logica dell’incarnazione che l’inno di Paolo ai Filippesi – proclamato nella seconda lettura di oggi (Fil 2,6-11) ci ha riconsegnato: “…svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,7-8). La grandezza di Dio si manifesta nel suo abbassamento per raggiungere ogni uomo. Si manifesta, in particolare, sulla croce.
Alla fine del Vangelo di Marco, ai piedi della croce di Gesù, troviamo un centurione che esprime un inaspettato atto di fede: ”…avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!»“ (Mc 15,39). È dell’umanità di Cristo (vistolo morire così!), che il centurione riconosce la divinità. È sulla croce che Dio, in Gesù, rivela pienamente il suo volto e ci fa entrare nel suo mistero.
Per questo si parla, nella festa liturgica di oggi, di “Esaltazione della santa Croce”: perché la croce di Gesù è la nostra vera salvezza, perché – come diremo tra poco nel prefazio, “nel legno della croce tu (Dio) hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché da dove sorgeva la morte di là risorgesse la vita”.
E, allora, dobbiamo cercare di comprendere bene la logica della croce entrando in quella dell’incarnazione di Gesù che si è fatto uomo, si è “abbassato”, per la nostra salvezza. In questo modo potremo attingere i frutti di grazia che il Signore Gesù, morto e risorto, ci elargisce a partire dal battesimo e, attraverso la Chiesa, ci offre e rinnova continuamente.
Su questo punto ci viene in aiuto la Vergine Maria, la Madonna dell’Angelo, che ci ha riuniti in questa domenica di festa e che ci guiderà nella solenne e devota processione del pomeriggio.
Sì, questa giovanissima fanciulla di Nazareth – originaria di un paese piccolo, insignificante, sconosciuto a quella che è denominata la grande storia – ci può introdurre nel mistero di Dio e all’incontro trasformante con il Signore Gesù.
La Chiesa nasce nella povertà, nella semplicità, nell’umiltà di Nazareth perché proprio lì è stato accolto il progetto di Dio da una giovane fanciulla che ha così rinunciato al proprio progetto; Ella diventa Madre rimanendo Vergine, per grazia specialissima di Dio, con il sì detto nella piccola casa di Nazareth, nella pagana Galilea, dove Gesù vive per una trentina d’anni.
Nella risposta della fanciulla di Nazareth – “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,46) – riecheggiano e si rinnovano, in modo definitivo, le formule dell’Alleanza tra Dio e il suo popolo presenti nell’Antico Testamento (cfr. Es 24,7: “Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto”). Il sì di Maria è, quindi, un sì “ecclesiale” ed è un sì totale, pienamente cattolico, che risuonerà anche nell’episodio evangelico delle nozze di Cana: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5).
La povertà, l’umiltà, la semplicità di Nazareth le ritroviamo in tanti altri momenti della vita della Chiesa. Pensiamo a Lourdes che, a ragione, ci appare una “riattualizzazione” del Nuovo Testamento e di Nazareth.
Lourdes: siamo nella metà dell’Ottocento, in Francia, in un’epoca in cui la modernità, dopo aver mosso i primi significativi passi, propone una visione d’uomo autonomo, in grado di bastare a se stesso; sono gli anni in cui Nietzsche propone il “super uomo”. Allora la Chiesa viene richiamata all’essenziale, cioè a Gesù Cristo, riscoprendo la strada che porta a Lui: preghiera, penitenza e conversione, ossia il primo annuncio di Gesù, come risulta dagli stessi Vangeli.
La povertà di Nazareth la ritroviamo fedelmente riprodotta nella povertà di quella Lourdes di metà Ottocento, nella vita di Bernadette Soubirous e nel contesto delle apparizioni: la grotta di Massabielle era una discarica a cielo aperto, un luogo malfamato, sede di incontri equivoci; la Madonna sceglie, in tal modo, un luogo simbolo della povertà e del degrado morale e materiale; la famiglia Soubirous era immersa nella miseria, tanto da essere costretta, per avere un luogo dove abitare, a vivere al Cachot, una vecchia prigione ormai dismessa perché invivibile, in quanto umidissima e malsana; così la Madonna entra nella povertà esistenziale – spirituale e materiale – delle persone; Bernadette era una ragazza povera, con tanti limiti rispetto alle sue coetanee, ed ella stessa lo ricorda con sincerità disarmante, nel suo testamento spirituale, ringraziando di tutto il Signore: “Grazie, grazie, perché se ci fosse stata sulla terra una bambina più ignorante e più stupida, avreste scelto quella…”.
La povertà di Nazareth e quella di Lourdes, la logica dell’incarnazione di Gesù, il suo “abbassamento” fino alla croce per la nostra salvezza, l’incontro decisivo con il Signore Gesù che cambia la vita delle persone: sono elementi che accompagnano oggi la nostra festa della Madonna dell’Angelo e il nostro camminare, con Maria, verso Gesù, l’unico Salvatore: è da qui che dobbiamo ripartire perché poi, come pellegrini che tornano alle loro case e ai loro ambiti quotidiani e di lavoro, possiamo vivere sempre il messaggio del Vangelo di Gesù che la Vergine Maria, per prima, ha accolto e trasmesso.
“La casa di Nazareth – disse san Paolo VI in un memorabile discorso che tenne nel 1964 durante il suo viaggio in Terra Santa – è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo”. E poi aggiungeva tanti altri insegnamenti che, stando alla scuola di Nazareth, avendo per maestri la Vergine Maria e san Giuseppe, è possibile apprendere: “…la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine…; la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito…; il modo di vivere in famiglia… cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; …la lezione del lavoro, … la legge, severa certo, ma redentrice della fatica umana… la dignità del lavoro…” (Paolo VI, Discorso del Santo Padre a Nazareth, 5 gennaio 1964).
Viviamo la festa della Madonna dell’Angelo nel contesto dell’Anno giubilare posto sotto il segno della speranza. Ma siamo circondati da venti di guerra e di violenza che soffiano da più parti, come segni tutt’altro che rassicuranti; l’eco delle quasi sessanta guerre in corso, tra cui quella in Ucraina e a Gaza, e il degrado morale che spesso riscontriamo nei nostri paesi e nelle nostre città ci raggiungono anche in questa giornata di festa.
E allora, nella situazione difficile che stiamo vivendo, vogliamo chiedere con forza – per intercessione della Vergine Maria, la nostra Madonna dell’Angelo – il dono della pace e il dono della speranza.
Viviamo così questa Eucaristia ed anche il nostro pellegrinaggio di oggi pomeriggio che ci chiede di lasciare le cose vecchie ed essere veri pellegrini di pace e di speranza che, come la Vergine Maria, guardano sempre a Gesù e attingono forza da Lui che è la nostra speranza e la nostra pace.
