Omelia del Patriarca durante la “Due giorni” dei Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto (Bibione – Chiesa parrocchiale S. Maria Assunta, 11 settembre 2026)

“Due giorni” dei Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto

(Bibione – Chiesa parrocchiale S. Maria Assunta, 11 settembre 2026)

Omelia del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia

 

 

Fratelli e sorelle carissimi,

un cordiale saluto ai confratelli vescovi e a voi presenti, soprattutto a chi sta concludendo il periodo estivo di riposo oppure di lavoro in questo territorio che in estate si trasforma per il gran numero di turisti.

La Parola di Dio, nella liturgia eucaristica odierna, ci consegna un messaggio vivo, una parola che non vuole solo essere ascoltata nella celebrazione ma che vuole accompagnarci al di fuori della chiesa, dove la nostra vita si dipana, dentro la giornata che stiamo per iniziare.

Perché la Parola di Dio raggiunga lo scopo per cui ci è donata deve diventare vita dei fedeli che l’hanno ascoltata nella celebrazione. Allora possiamo chiederci: come vogliamo iniziare questa giornata?

La risposta ci viene dalle letture appena proclamate, con una fede che sia insieme libera e con uno sguardo purificato, innanzitutto su noi stessi, e col desiderio di abitare quella Parola perché diventi criterio del nostro vivere. 

  1. LA FEDE COME UNA MISSIONE

San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, parla della propria missione. E colpisce l’affermazione in cui dichiara di non voler vivere il ministero della predicazione come fosse un incarico da cui aspettarsi una gratificazione, un riconoscimento, un vantaggio personale.

Paolo dice, in sostanza: io non posso fare a meno del Vangelo. Soppesiamo bene queste parole: io non posso fare a meno del Vangelo. La predicazione non è solo qualcosa che Paolo è chiamato a fare. È qualcosa che Dio ha fatto entrare nella sua vita. Paolo si sente chiamato, coinvolto, mandato.

E questo ci richiama ad una realtà essenziale: l’azione pastorale cristiana non è una serie di pratiche per Dio. No, è risposta a ciò che Dio ha compiuto e compie incessantemente per noi. Prima viene la chiamata di Dio. Prima viene la sua grazia. Prima viene il suo amore. Poi viene la nostra risposta.

Anche noi, questa mattina, non siamo qui per abitudine religiosa. Siamo qui perché, in modi diversi, il Signore ci ha chiamati a incontrarlo. La giornata che comincia diventa occasione per rispondere a tale chiamata.

  1. “MI SONO FATTO TUTTO A TUTTI”

Paolo dice qualcosa di sorprendente: per il Vangelo egli è disposto a farsi tutto a tutti. Non significa perdere la propria identità; piuttosto significa che l’amore libera dall’assillo di difendere continuamente se stessi, di difendere il proprio io, il proprio punto di vista.

Quando una persona vive veramente il Vangelo, non domanda continuamente: “Che cosa ricevo?”. Comincia invece a domandarsi: “Che sono chiamato a fare e a dare?”. E qui incontriamo e riscontriamo la verità della parola di Gesù: “Date e vi sarà dato”. È una delle grandi leggi spirituali del Vangelo. Il cuore che dona non si impoverisce. Il cuore che si apre diventa più capace di ricevere.

Il cuore che vive solo per sé, invece, lentamente si atrofizza, si sclerotizza, s’indurisce. E, allora, all’inizio di questo giorno, potremmo aprirci ad una domanda semplicissima: “Signore, oggi, attraverso di me, a chi vuoi fare del bene?”. Forse con una parola? Un gesto? Con un po’ più di pazienza?  Ascoltando qualcuno? Non sappiamo cosa il Signore ci chiederà. Ma possiamo essere uditori della sua Parola.

  1. CORINTO E IL NOSTRO TEMPO

Paolo vive a Corinto, una città non facile, attraversata da culture e religioni differenti, da stili di vita in netta opposizione al Vangelo. La comunità cristiano vive in mezzo a tutto questo. E Paolo sa che ciò non riguarda solo chi non è ancora approdato alla fede ma anche i credenti, la stessa Chiesa, e quindi, come apostolo si sente responsabile di tutto ciò.

Anche i cristiani possono lasciarsi attirare dalle sirene che allontanano da Gesù. È questo un richiamo estremamente attuale. Anche noi viviamo immersi in una cultura che ci propone continuamente valori, modelli, criteri, desideri, leggi in opposizione al Vangelo. E il rischio più grande non è di rinnegare apertamente la fede. È ben più sottile: è vivere come se, nel concreto, Gesù non fosse il criterio delle nostre scelte.

Per questo Paolo usa parole che oggi, a non pochi creerebbero imbarazzo: parla, infatti, di disciplina, di combattimento, di vigilanza. La fede non è soltanto entusiasmo, non è solo il grande raduno, il convegno ecclesiale; è anche perseveranza, è la pastorale ordinaria. È scegliere e tradurre in vita vissuta ciò che conduce a Cristo e lasciare ciò che distoglie o allontana da Lui.

  1. “TOGLI PRIMA LA TRAVE DAL TUO OCCHIO”

Il Vangelo appena proclamato è ancor più personale. Gesù, infatti, dice: ”Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo?”.

Siamo così messi dinanzi ad uno specchio, noi che sappiamo vedere molto bene i difetti altrui, Vediamo subito ciò che manca agli altri o che avrebbero dovuto fare; al contrario, invece, facciamo molta fatica a vedere le nostre mancanze.

Gesù, al contrario, ci chiede –  prima di correggere il fratello – di lasciarci correggere dalla Parola di Dio. Prima di chiedere agli altri di cambiare, lasciamo che il Signore cambi qualcosa dentro di noi. Questa non è debolezza: è lucidità spirituale; la persona davvero spirituale è quella che “vede” il proprio cuore.

  1. LA MISERICORDIA COME STILE DI VITA

E questo è particolarmente importante nel Vangelo di Luca. La misericordia non è un sentimento passeggero: è un modo di guardare l’altro. Quando riconosco di essere stato perdonato sono capace di perdonare. Quando riconosco di aver ricevuto misericordia, sono più capace di misericordia.

Per questo il cristiano non è colui che non vede il male; è colui che non permette al male di dire l’ultima parola. Non chiude l’altro dentro il suo errore. Non riduce una persona al suo peccato. Guarda l’altro con la speranza che Dio possa ancora operare nella sua vita.

  1. “BEATO CHI ABITA NELLA TUA CASA”

Arriviamo così al Salmo 83 che abbiamo cantato. È il modo migliore in cui possiamo iniziare questa giornata: “Beato chi abita nella tua casa: senza fine canta le tue lodi. Beato l’uomo che trova in sé il suo rifugio e ha le tue vie nel suo cuore” (Sal 83,6-6).

Abitare non significa solo entrare ma, appunto, abitare. La fede non consiste nel fare alcune cose religiose ma nell’abitare là dove abita Dio. Nel sapere dove ritrovare riposo quando si è stanchi. Nel sapere a chi affidarsi quando si è preoccupati. Dio diventa la casa dell’uomo. E questa è una delle esperienze più profonde della fede.

  1. LA CASA DEL PADRE

Qui ricordiamo anche la parabola del Padre misericordioso. Ci sono due figli. Il più giovane lascia la casa; l’altro, invece, rimane. Il Vangelo dice però ci fa capire che si può essere lontani dalla casa pur risiedendovi fisicamente.

Il figlio maggiore è rimasto, ma il suo cuore non vive più la relazione con il padre come una relazione filiale. E questo può accadere anche a noi. Per questo la vera domanda è: “Abito veramente nella casa del Padre?”

Abitare la casa del Padre significa riconoscere che Dio è Padre e che l’altro è fratello. Significa vivere la Chiesa non come uno spazio che si occupa ma come una vera comunione alla quale partecipiamo.

  1. INIZIARE LA GIORNATA

Tra poco usciremo da questa celebrazione e riprenderemo le nostre attività. Incontreremo persone. Avremo appuntamenti, prenderemo decisioni. La Parola ascoltata questa mattina può però accompagnarci.

Portiamo, allora, con noi tre parole.

La prima parola: MISSIONE. Non sono qui per me.

La seconda parola: VIGILANZA. Prima di guardare al difetto altrui, guardo il mio cuore. Prima di giudicare, mi lascio giudicare dal Vangelo; prima di correggere, chiedo al Signore di convertirmi.

La terza parola: CASA. Dove abita il mio cuore? La mia casa è il Signore. E nella casa del Padre nessuno è estraneo: siamo tutti figli, siamo tutti fratelli.

  1. CONCLUSIONE

Iniziamo, dunque, questa giornata con una preghiera semplice.

Signore, rendimi libero per il Vangelo. Liberami dalla volontà d’esser sempre riconosciuto. Dalla preoccupazione di difendermi.

Signore, purifica il mio sguardo. Fa’ che riconosca le mie fragilità, che non giudichi con superficialità. Se incontrerò una persona difficile, ricordami che è tuo figlio o tua figlia. Ricordami che la vera fede non è solo quella che celebriamo all’altare. Ma quella che portiamo con noi quando entriamo nella vita.

E allora possiamo davvero fare nostra la preghiera del Salmo 83: “Beato chi abita nella tua casa: senza fine canta le tue lodi”.

Che il Signore ci conceda oggi di vivere così: con la libertà di Paolo, l’umiltà richiesta da Gesù, la gioia di chi sa di avere una casa nel cuore di Dio. Amen.

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