Pellegrinaggio sacerdotale di inizio anno pastorale
(San Giovanni Rotondo, 29 settembre 2026)
Omelia del Patriarca Francesco Moraglia
Fratelli carissimi,
è la seconda giornata del nostro pellegrinaggio e non potevamo trovarci in un luogo più significativo per viverla: San Giovanni Rotondo, la terra nella quale Padre Pio da Pietrelcina ha vissuto, pregato, sofferto e testimoniato il Vangelo.
Oggi è la festa di San Michele Arcangelo il cui nome ci pone una domanda, anzi la domanda essenziale: “Chi è come Dio?”.
Padre Pio da Pietrelcina ci mostra cosa accade quando un uomo, e in modo particolare un sacerdote, prende sul serio questa domanda e lascia realmente a Dio il primo posto nella sua vita.
Una frase unisce l’odierna festa e la figura di Padre Pio ed è proprio questa domanda: «Chi è come Dio?». Una domanda che attraversa tutta la Sacra Scrittura (dalla Genesi all’Apocalisse), tutta la storia della salvezza e tutta la vita sacerdotale.
Chi è come Dio? Chi viene prima nella mia vita? Che cosa occupa veramente il centro? Per chi vivo? Per chi studio? Per chi prego? Per chi affronto la fatica quotidiana del ministero?
E qui, a San Giovanni Rotondo, guardando alla figura di Padre Pio, possiamo dire che ci troviamo dinanzi ad un uomo che ha cercato di dare una risposta radicale a questa domanda. La risposta è semplicissima ed è: Dio prima di tutto, Dio al primo posto.
Il primato di Dio: è la grande questione spirituale del nostro tempo. Non tanto perché l’uomo ha smesso di fare molte cose, ma come ha potuto smarrire la domanda fondamentale: per chi l’uomo le fa? E questa domanda vale anche per noi sacerdoti.
Possiamo fare molte cose buone. Possiamo essere impegnati, disponibili, generosi, organizzati. Possiamo incontrare tante persone, predicare, celebrare, accompagnare, amministrare, progettare. Ma rimane una domanda: Dio è veramente il primo? Perché il sacerdozio non nasce dal fare qualcosa per Dio ma dal lasciare che Dio prenda possesso della nostra vita.
Il Vangelo (Gv 1,47-51) ci presenta la figura di Natanaele. È una pagina straordinariamente bella proprio per la sua semplicità. Gesù lo vede arrivare e dice: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”.
Natanaele rimane colpito: “Come mi conosci?”. È come se dicesse: come puoi conoscermi così profondamente? E Gesù gli risponde: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto…”. Ecco il punto. Gesù vede, vede prima che noi arriviamo, vede prima che noi parliamo, vede ciò che gli altri non vedono, vede ciò che noi stessi qualche volta non abbiamo ancora il coraggio di guardare. E questo è particolarmente importante per noi, sacerdoti e seminaristi, perché possiamo essere conosciuti dagli altri in tanti modi.
Il seminarista può essere conosciuto per quello che studia, per come vive, per il servizio che svolge, per le sue capacità, per il suo carattere. Il sacerdote può essere conosciuto per quello che fa, per le responsabilità che porta, per la parrocchia che gli è affidata, per il modo con cui esercita il ministero.
Ma Gesù ci conosce diversamente. Ci conosce dall’interno, conosce la verità della nostra vocazione, conosce le nostre generosità e le nostre fragilità, conosce quello che siamo già diventati e quello che possiamo ancora diventare. E soprattutto, ci conosce come suoi.
Per questo la vita sacerdotale non può essere costruita anzitutto sulla domanda: “Che cosa devo fare?”. Prima viene un’altra domanda: “Signore, vuoi abitare in me?”. Prima dell’operare viene l’essere abitati, prima della missione viene la comunione, prima delle opere viene la presenza.
E qui Padre Pio diventa una figura spiritualmente potentissima. La sua vita non si comprende semplicemente attraverso i fenomeni straordinari che l’hanno accompagnata ma si comprende a partire da una cosa molto più semplice e molto più esigente: Padre Pio ha lasciato spazio a Dio.
Già da giovane, nella preparazione alla professione religiosa, egli vive giorni intensissimi di preghiera, esercizi spirituali, lacrime, preparazione interiore. Il suo desiderio era presentarsi davanti all’altare con un cuore realmente consegnato a Cristo.
E scriverà: “Dove meglio potrò servirti, o Signore, se non nel chiostro e sotto la bandiera del Poverello d’Assisi?”. E ancora: “Tu Signore, mi stendesti la tua mano potente”. Sono parole che dovrebbero entrare profondamente nella spiritualità di ogni seminarista e di ogni sacerdote.
La vocazione non è anzitutto qualcosa che noi realizziamo. È qualcosa che Dio realizza in noi. Noi rispondiamo, ci prepariamo. Ma all’origine c’è sempre una mano che ci precede. La mano di Dio. E allora il Seminario, se è vissuto cristianamente, non è semplicemente il luogo nel quale ci si prepara a fare il prete. È il luogo nel quale si impara, giorno dopo giorno, a lasciare che Dio faccia di noi un sacerdote. E il sacerdote, a sua volta, non smette mai di essere un uomo in formazione. Perché il ministero non conclude la formazione, la continua.
Davanti alla figura di Padre Pio, oggi possiamo comprendere qualcosa anche delle sue stigmate. Non dobbiamo fermarci al fenomeno. Dobbiamo guardare al significato.
Il corpo è il luogo nel quale la persona si manifesta, è il luogo dell’incontro. Il corpo dice, in qualche modo, chi siamo. E allora le stigmate di Padre Pio possono essere contemplate, nella fede, come un segno potentissimo di una vita nella quale Cristo non è rimasto esterno, ma è entrato profondamente nell’esistenza del suo servo.
Paolo dice: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Ecco il punto. Il sacerdote non è chiamato semplicemente a parlare di Cristo. È chiamato a diventare, per quanto è possibile a una creatura, un uomo nel quale Cristo possa essere riconosciuto. Questa è la grande domanda della formazione sacerdotale. Non semplicemente: “Quanto so?”, «Quanto sono capace?”. Ma: “Quanto Cristo vive in me?”.
Fratelli carissimi, nella seconda giornata del nostro pellegrinaggio possiamo portare con noi questa intenzione: Signore, abita in noi. Abita nel seminarista, abita nel sacerdote che comincia il suo ministero, abita in noi quando celebriamo l’Eucaristia, abita in noi quando entriamo nel confessionale, abita in noi quando incontriamo una persona ferita, abita in noi quando siamo soli. Abita in noi quando nessuno ci vede.
Perché, alla fine, il vero problema del sacerdote non è quanto egli faccia per Dio, ma quanto Dio possa fare attraverso di lui. E questa è forse una delle lezioni più profonde che Padre Pio può lasciare a ciascuno di noi.
