Convegno sul tema “Consumismo sanitario e sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. Aspetti etico-professionali, deontologici ed economici”
(Mestre – Padiglione Rama / Ospedale dell’Angelo, 16 dicembre 2025)
Intervento del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia
“L’etica nella cura”
Ringrazio il direttore generale dell’Ulss 3 Serenissima, il dott. Contato, gli organizzatori di questa giornata di studi e saluto i presenti.
Il mio intervento si riferisce ai diversi ambiti che il convegno tratta perché parlare – come mi è stato chiesto – di etica nella cura significa considerare i differenti ambiti sanitari coinvolti e l’impegno di chi – a più livelli e secondo diversi gradi di responsabilità – è chiamato a decidere su ciò che concerne tale settore fondamentale della vita dei cittadini.
- Introduzione: il contesto della cura
Tutto è importante e tutto va considerato: il rigore e la competenza nello svolgere con scienza e coscienza il proprio compito, l’ordine e la linearità dell’organizzazione, i protocolli necessari, la sostenibilità economica e finanziaria, la necessità di coniugare efficienza e rispetto della persona – utente e operatore – nel complesso dell’articolato ambito sanitario.
Dobbiamo, anzitutto, richiamare che: “L’attività degli operatori sanitari è fondamentalmente un servizio alla vita e alla salute, beni primari della persona umana. A questo servizio dedicano l’attività professionale o volontaria quanti sono impegnati in vario modo nella prevenzione, nella terapia e nella riabilitazione: medici, farmacisti, infermieri, tecnici, cappellani ospedalieri, religiosi, religiose, personale amministrativo e responsabili delle politiche nazionali e internazionali, volontari” (Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, Nuova carta degli operatori sanitari n.1).
È in gioco la persona umana, la sua salute e, talvolta, la sua vita; è questo che deve, in ultima istanza, motivare ogni operatore sanitario. La cura è un servizio alla nostra comune umanità che diventa la concreta umanità della singola persona – l’utente – che accede alle cure ospedaliere o ad altra prestazione sanitaria.
Tutto incide, dai protocolli ai criteri di efficienza, ma ciò che va considerato con attenzione è il fine della cura: l’uomo, la persona, il suo bene, la sua vita, la sua salute. Questa realtà e verità elementare è essenziale e va ricordata ogni volta per essere operatori sanitari nel senso autentico del termine e non solo gestori di processi e risorse, pur essenziali.
- La persona: storia e fragilità
È evidente, quindi, che per mantenere vivo questo “cuore” del servizio sanitario e della professione medica e paramedica bisogna tenere presente che ogni persona – ogni paziente – non è un numero, né un “caso clinico”, né una cartella clinica, neanche la somma o l’esito delle sue malattie; è, invece, una storia, è una vita, è un universo di emozioni e di fragilità, di aspettative, di paure e di speranze e anche di relazioni (genitori, figli, nonni, nipoti).
È importante, allora, ascoltare la storia di ciascuno e far emergere i tratti singolari della sua vita, ovviamente per quanto possibile e ogni volta con la prudenza necessaria; questo significa riconoscere e valorizzare la dignità della persona, comprendere il contesto della sofferenza attuale e giungere ad offrire anche una cura “personalizzata”.
La fragilità è certamente una difficoltà, un intoppo, un handicap ma non deve essere un ostacolo o un limite alla relazione; anzi, è appello alla comune umanità, incentivo ad una relazione più attenta e, appunto, “umana”.
- L’etica della cura: accoglienza e accompagnamento
La parola “cura” deriva dal latino e porta con sé una serie di significati che ne arricchiscono il senso complessivo e ci aiutano a comprenderlo: cura significa premura, attenzione, preoccupazione, sollecitudine. È un atto che parla, quindi, di un’attenzione vigile ed anche in qualche modo “affettiva” nei confronti della persona; è un atto che va ben oltre la tecnica (necessaria); è un incontro e, appunto, un prendersi cura che implica una presenza e un ascolto “attivo”.
Curare, allora, richiede capacità di accogliere – riconoscendo la fragilità altrui e relazionandosi con empatia – e di accompagnare, ossia di saper camminare a fianco del paziente rispettando – per quanto e se possibile – i suoi tempi e i suoi valori, in una parola la sua persona.
“La cura della salute si svolge nella pratica quotidiana in una relazione interpersonale, contraddistinta dalla fiducia di una persona segnata dalla sofferenza e dalla malattia, la quale ricorre alla scienza e alla coscienza di un operatore sanitario che le va incontro per assisterla e curarla, adottando in tal modo un sincero atteggiamento di “com-passione”, nel senso etimologico del termine. Una tale relazione con l’ammalato, nel pieno rispetto della sua autonomia, esige disponibilità, attenzione, comprensione, condivisione, dialogo, insieme a perizia, competenza e coscienza professionali. Deve essere, cioè, l’espressione di un impegno profondamente umano, assunto e svolto come attività non solo tecnica, ma di dedizione e di amore al prossimo” (Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, Nuova carta degli operatori sanitari n.4).
- Il limite dell’efficienza: il “bene” tecnico-economico non basta
C’è una serie di domande che, a questo punto, in un convegno che tratta di consumismo sanitario e di sostenibilità, non possono essere eluse e di fronte alle quali ognuno di noi è chiamato ad interrogarsi con coscienza, sincerità e responsabilità.
Come conciliare, nella cura e nella tutela della salute, l’efficienza tecnica-economica-organizzativa con l’efficacia umana, ossia con il rispetto della persona umana? E, poi, si possono veramente conciliare e incontrare?
Tutto – dicevo all’inizio – è importante e necessario: l’efficienza tecnica ed organizzativa è fondamentale; una corretta educazione e una continua formazione nei confronti degli operatori e dei cittadini sono fondamentali per evitare situazioni di consumismo e, quindi, spreco e insostenibilità; anche l’efficienza economica è un obiettivo legittimo da considerare. Ma, dopo aver fatto questo, abbiamo raggiunto l’efficacia umana?
Oppure – tutti concentrati sui dati, sui grafici e sui parametri da rispettare – si è smarrito qualcosa di importante, anzi di più importante? E mi riferisco alla visione d’insieme della persona – del paziente – che si ha davanti, con il suo vissuto e con la qualità della relazione che si è riusciti a stabilire con questa persona.
Tutto questo senza nulla togliere all’importanza dei “numeri” e anche della tecnica, specialmente in un campo (come quello medico-sanitario) in cui lo sviluppo della ricerca scientifica ed anche l’uso saggio delle nuove possibilità offerte dall’intelligenza artificiale possono portare – e già in effetti lo fanno – significativi passi in avanti nella cura o addirittura nella guarigione di varie malattie o negli interventi a favore dei pazienti.
Una possibile risposta, o almeno un inizio di risposta a quelle domande, ce la fornisce un passaggio del discorso che Papa Francesco, nel 2018, rivolse ai partecipanti ad un seminario dedicato proprio all’etica nella gestione della salute e a cui si rivolse con queste parole: “I responsabili delle istituzioni assistenziali mi diranno, giustamente, che non si possono fare miracoli e bisogna ammettere che il bilancio costo-beneficio presuppone una distribuzione delle risorse, e che inoltre gli stanziamenti sono condizionati da una miriade di questioni mediche, legali, economiche, sociali e politiche, oltre che etiche. Tuttavia un miracolo non è fare l’impossibile; il miracolo è trovare nel malato, nell’indifeso che abbiamo davanti, un fratello. Siamo chiamati a riconoscere in chi riceve le prestazioni l’immenso valore della sua dignità come essere umano, come figlio di Dio. Non è qualcosa che può, da solo, sciogliere tutti i nodi che oggettivamente esistono nei sistemi, ma creerà in noi la disposizione a scioglierli per quanto ci è possibile, e inoltre darà luogo a un cambiamento interiore e di mentalità in noi e nella società” (Papa Francesco, Discorso ai partecipanti al IV Seminario sull’etica nella gestione della salute, 1 ottobre 2018).
- Serve un cambio di prospettiva, la sanità come “investimento”
Bisognerebbe chiedersi anche – ma qui entriamo in un discorso di carattere politico ai più alti livelli – se la spesa sanitaria sia da concepire come semplice “spesa” o non sia da considerare piuttosto come “investimento”. Su questo punto abbiamo bisogno di crescere – come emerge da alcuni dati – poiché nel 2024 l’Italia per spesa sanitaria pubblica pro-capite si è collocata solamente al 14° posto tra i 27 Paesi europei dell’area Ocse e in ultima posizione tra quelli del G7; la spesa sanitaria pubblica da noi si attesta al 6,3% del Pil, la media Ocse è del 7,1%), quella dell’Unione Europea è al 6,9%.
Anche saper investire nella formazione e, quindi, nella creazione e nel favorire il ricambio delle diverse figure professionali presenti nel mondo della sanità – sempre più ricercate – diventa una scelta significativa e di valore che incide concretamente sulla capacità di cura delle persone. Senza persone “dedicate” non si curano le persone.
Nello stesso tempo appare importante sviluppare e “costruire” nuove modalità di integrazione e sinergia tra le organizzazioni pubbliche e quelle private che agiscono nel campo sanitario attraverso condivisioni di progetti, risorse, tecnologie ecc.
- La Nuova Carta degli operatori sanitari: una bussola etica
Nel 2016 il Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute (oggi parte integrante del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale) ha fatto uscire la “Nuova Carta degli Operatori Sanitari” voluta allora da Papa Francesco per aggiornare il documento originale – datato 1995 – rispetto ai progressi scientifici e alle nuove sfide etiche e sociali. Credo sia nota a parecchi e, in ogni caso, è consultabile on line.
La dignità della persona e il rispetto della vita sono naturalmente al centro di questo documento che, nondimeno, richiama tutti alle proprie responsabilità etiche e professionali per essere realmente a servizio della persona e della vita dell’uomo. Giovanni Paolo II parlava di coloro che sono impegnati nel campo medico-sanitario come “custodi e servitori della vita” (Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Evangelium vitae n. 89).
La Nuova Carta si presenta come “uno strumento efficace di fronte all’affievolirsi delle evidenze etiche e al soggettivismo delle coscienze che, unitamente al pluralismo culturale, etico e religioso, portano facilmente a relativizzare i valori, e quindi al rischio di non poter più fare riferimento a un ethos condiviso, soprattutto in ordine alle grandi domande esistenziali, riferite al senso del nascere, del vivere e del morire” (Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, Nuova carta degli operatori sanitari – Prefazione).
- Conclusione: un impegno quotidiano
Al termine di questo intervento rilevo che è fondamentale saper tornare – anche solo per un attimo, durante ogni giornata di lavoro e di servizio – al cuore della missione, ossia ai fondamenti e agli scopi primari che sono alla base (e agli inizi) di ogni professione sanitaria. E ogni volta, davanti ad un “caso clinico”, bisogna ricordarsi che è essenziale avere uno sguardo più ampio, andando oltre il sintomo o la specifica malattia, accogliendo la persona nella sua interezza ed accompagnandolo con competenza e cuore, in nome della comune umanità che ci lega tutti.
Voi siete davvero “custodi e servitori della vita”. E la buona cura nasce da uno sguardo ampio sulle persone che ci stanno dinanzi.
C’è, infine, un pensiero di san Giovanni Paolo II che evoca esplicitamente una dimensione di fede ma può essere significativo per ogni uomo e donna di buona volontà: “Urge anzitutto coltivare, in noi e negli altri, uno sguardo contemplativo… È lo sguardo di chi vede la vita nella sua profondità, cogliendone le dimensioni di gratuità, di bellezza, di provocazione alla libertà e alla responsabilità. È lo sguardo di chi non pretende d’impossessarsi della realtà, ma la accoglie come un dono, scoprendo in ogni cosa il riflesso del Creatore e in ogni persona la sua immagine vivente… Questo sguardo non si arrende sfiduciato di fronte a chi è nella malattia, nella sofferenza, nella marginalità e alle soglie della morte; ma da tutte queste situazioni si lascia interpellare per andare alla ricerca di un senso e, proprio in queste circostanze, si apre a ritrovare nel volto di ogni persona un appello al confronto, al dialogo, alla solidarietà” (Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Evangelium vitae n. 83).
