Omelia del Patriarca durante la S. Messa nel carcere maschile di S. Maria Maggiore nell’anniversario dei 100 anni dalla sua inaugurazione (Venezia, 12 giugno 2026)

S. Messa nel carcere maschile di S. Maria Maggiore nell’anniversario dei 100 anni dalla sua inaugurazione

(Venezia, 12 giugno 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Introduzione

 

Saluto le autorità qui presenti e tutti voi che, a vario titolo e con compiti differenti, fate parte della comunità e realtà umana rappresentata dal carcere maschile di S. Maria Maggiore che ricorda il centenario della sua inaugurazione.

Cento anni fa fu il Patriarca Pietro La Fontaine ad inaugurare e a benedire queste mura. Nel farlo, la Chiesa di Venezia volle imprimere un mandato chiaro: questo non deve essere solo un luogo di separazione o punizione, ma uno spazio di rieducazione e di speranza.

Oggi, allora, facciamo memoria di questo secolo di storia guardando al significato profondo che il carcere riveste per la città.

 

 

  1. Una giustizia che recupera

 

Troppo spesso l’idea di giustizia si ferma al punire, al sanzionare, all’allontanare chi ha infranto le regole. La logica del Vangelo, invece, ci insegna un’altra via: quella della giustizia riparativa. La vera giustizia non si limita a separare il colpevole dalla società, ma cerca di guarire la ferita che il male ha provocato.

Un sistema giudiziario veramente umano ed evoluto non può limitarsi a chiudere una porta; deve avere come orizzonte il recupero. Il carcere deve essere un luogo di crescita culturale, umana e morale, dove la pena diventa un percorso di rinascita e non una condanna senza fine.

 

 

  1. Prendere coscienza e riparare

 

Il senso vero della rieducazione passa attraverso un cammino doloroso ma necessario: prendere coscienza del male commesso. Nessun percorso, infatti, è possibile senza la verità.

Occorre guardare in faccia il male fatto agli altri, alle vittime, alla società; è il primo passo per poter riparare. Riparare significa assumersi la responsabilità delle proprie azioni e impegnarsi, giorno dopo giorno, a ricostruire ciò che si è distrutto, trasformando il dispiacere per il male commesso in un’autentica volontà di bene.

 

 

  1. Un luogo che dialoga con la città

 

Il carcere, quindi, non è un’isola deserta o un corpo estraneo nascosto alla vista. Al contrario, deve essere una realtà che dialoga con la città. La nostra comunità civile ha il dovere di non dimenticare chi sconta la pena. E l’obiettivo è preparare un cammino di reinserimento sociale, perché chi ha sbagliato possa tornare a essere un cittadino nuovo, attivo ed onesto, capace di contribuire al bene comune.

La città deve sempre più aprirsi al carcere e il carcere deve aprirsi alla città, altrimenti la pena perde il suo senso rieducativo e diventa sterile esclusione.

 

 

  1. Il volto della comunità: detenuti, dirigenti e operatori, Polizia e volontari

 

Non possiamo però parlare del carcere senza guardare in faccia chi lo vive quotidianamente.

Penso, innanzitutto, ai detenuti che sono qui per trascorrere un tempo di restrizione/costrizione ma che va utilizzato molto bene e riempito di significati per cominciare a ripartire e ad aprire nuove strade di vita.

Penso a chi è ogni giorno impegnato con compiti dirigenziali e vari ruoli operativi nella gestione e nell’amministrazione di questa Casa Circondariale ed è chiamato a mettere in campo competenze, saggezza e senso di responsabilità.

Penso al Corpo di Polizia Penitenziaria, uomini e donne chiamati a un compito delicato e logorante. A loro va il nostro ringraziamento perché, con pazienza e umanità, mantengono l’ordine e garantiscono la convivenza, operando in condizioni che spesso devono essere migliorate.

Penso poi ai volontari, persone che donano il proprio tempo per creare ponti di cultura, lavoro e ascolto. Essi sono le mani e il volto di una società e di una comunità più ampia che non abbandona nessuno.

 

 

  1. La speranza che nasce dall’incontro spirituale

 

Nel cuore di questo percorso troviamo anche il valore insostituibile del cappellano e della cappellania del carcere. All’interno di queste mura, l’essere umano viene incontrato non solo nelle sue necessità fisiche e relazionali, ma in ciò che ha di più intimo e prezioso: la sua dimensione intellettuale e, soprattutto, spirituale.

È qui che si può compiere, per alcuni, la grazia dell’incontro. Nel silenzio della preghiera e nel conforto dei Sacramenti, in particolare, chi ha sbagliato può incrociare lo sguardo misericordioso di Dio. E, incontrando Dio, l’uomo incontra anche se stesso, al di là dei propri errori.

Questo incontro genera una speranza che non illude ma fa comprendere la portata delle proprie scelte e offre la forza per rialzarsi, perdonarsi e diventare creatura nuova.

 

 

  1. San Basilide (30 giugno), patrono della Polizia penitenziaria

 

La vicina memoria di San Basilide (30 giugno), patrono della Polizia Penitenziaria si inserisce perfettamente nel centenario del carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia e ci aiuta a ricordare chi lavora ed opera come “ponte di speranza tra carcere e società”.

Nel celebrare questo importante centenario della Casa Circondariale di Santa Maria Maggiore a Venezia, rivolgiamo allora la nostra preghiera – con speciale gratitudine – alle donne e agli uomini della Polizia Penitenziaria.

Il loro non è soltanto un semplice lavoro, ma una dedizione ed un servizio, ben riassunti nel motto del Corpo: «Despondere spem munus nostrum» (Garantire la speranza è il nostro compito). Portare speranza, dove spesso regna l’ombra della solitudine e della sconfitta, è una missione evangelica altissima.

In questo contesto, la figura di aan Basilide, proclamato patrono degli Agenti di Custodia nel 1948, ci offre una luce straordinaria. La tradizione, infatti, ci racconta che Basilide era un soldato romano incaricato di scortare i cristiani al martirio. La sua vicinanza a chi soffriva trasformò il suo cuore: riconobbe in loro la dignità di figli di Dio, scelse di proteggerli e, alla fine, abbracciò egli stesso la fede.

C’è quindi un filo rosso che lega il martirio di san Basilide al quotidiano servizio della Polizia Penitenziaria e di quanti operano in questa Casa Circondariale. Questo santo ci insegna che l’autorità non deve essere mai sinonimo di oppressione, ma deve farsi carico del valore umano di ogni persona. Tutti, lavorando ogni giorno tra le mura di questo carcere, sono chiamati a compiere la medesima opera: far sentire a chi sconta una pena che è un essere umano, che non ha perso la sua dignità di persona, aiutandolo a ritrovare il senso morale della propria vita nel rispetto di sé e degli altri, iniziando dal rispetto delle regole.

Come recita la storica “Preghiera dell’Agente”, chiediamo allora e con forza al Signore, per intercessione di san Basilide, di ispirare “sentimenti di misericordia verso coloro che soffrono la detenzione, in modo che siano in noi conciliati la necessità del dovere e il sentimento fraterno”.

In un luogo complesso e ricco di storia come Venezia, dove le difficoltà non mancano, in particolare il personale della Polizia Penitenziaria svolge un ruolo essenziale di mediazione, di umanità e di sicurezza. Essi sacrificano molto della loro vita personale per il bene comune, operando in prima linea per la rieducazione e il recupero, come indicato anche dal magistero che ci ha lasciato Papa Francesco.

Affidiamo, dunque, il delicato servizio di ogni agente alla protezione di San Basilide. Possa la sua testimonianza di fede essere per tutti voi un sostegno costante nella fatica quotidiana. Il Signore benedica il vostro operato, le vostre famiglie e le persone che vi sono affidate, affinché questo carcere continui a essere, prima di tutto, un luogo di ripartenza e di speranza.

 

Conclusione

Questo centenario non sia solo una celebrazione del passato, ma un impegno per il futuro. Impegniamoci tutti – istituzioni, società civile e comunità ecclesiale in primis – a migliorare le condizioni di vita di chi sconta la pena, esaltando il positivo che è stato costruito nel tempo a livello legislativo e interpretativo. Chiediamo al Signore che queste mura siano sempre più un cantiere di speranza e una fucina di cittadini nuovi. Amen.

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