San Marco

«Mettere Gesù al centro»: l’omelia del Patriarca per la festa del patrono di Venezia e del Veneto

Annunciate date e iniziative per l'Anno Marciano 2028

Venezia, 25 aprile 2026

Il Patriarca Francesco Moraglia ha presieduto oggi la Santa Messa per le celebrazioni del santo patrono di Venezia, Marco evangelista, nella basilica cattedrale a lui intitolata. Condividiamo il testo integrale dell’omelia:

«Autorità civili e militari, esponenti delle differenti confessioni cristiane, presbiteri, diaconi, persone consacrate, fedeli laici,
abbiamo oggi la gioia di concelebrare l’Eucaristia con due Vescovi latino-americani, provenienti dal Perù e dall’Ecuador.
Auguro a tutti di vivere la solennità di san Marco evangelista – patrono di Venezia e del Veneto – riscoprendo il senso del suo Vangelo.
Oggi, in Italia, si commemora la Festa della Liberazione. Siamo, così, invitati a ricordare con rispetto e vera gratitudine quanti si sono battuti e hanno sacrificato la vita per conquistare la libertà e la democrazia.
Il Vangelo di Marco raccoglie la predicazione e la testimonianza dell’apostolo Pietro che – come abbiamo ascoltato nella seconda lettura (1Pt 5,13) – lo chiama “figlio mio”.
Per la sua antichità, questo Vangelo è tra le prime forme d’inculturazione del cristianesimo; la fede, infatti, se è veramente vissuta e pensata, genera cultura ed esprime cultura, pur rimanendo innanzitutto fede.
Momento fondamentale del Vangelo è l’episodio del centurione – un romano, pagano – che riconosce in Gesù il mistero della salvezza di Dio: “Il centurione… avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!»” (Mc 15,39). Sì, un pagano, un militare, coglie in Gesù il mistero di Dio.
Il centurione è l’uomo non prevenuto, che anche se non appartiene all’Alleanza, posto dinanzi alla morte di Gesù, ne sa riconoscere il mistero, anzi, la divinità. Ed insegna agli uomini d’oggi che non possiamo manipolare il Vangelo, ossia Gesù Cristo.
Il Vangelo di Marco – il più breve dei quattro – esprime come la fede non nasce da precomprensioni umane e, tanto meno, da visioni ideologiche. Il Vangelo richiede la mia conversione.
Anche noi, allora, siamo invitati a guardare al Vangelo di Marco per comprenderne i contenuti e lo stile così da rinnovare l’“inculturazione” della buona notizia cristiana nella nostra società così bisognosa di pace e priva di uomini capaci di costruirla. È carità intellettuale, come diceva un sacerdote delle nostre aree del Nordest (Rosmini).
La nostra epoca non è dissimile, in molti aspetti, a quella in cui visse Marco: la “sfida culturale” richiama anche oggi la necessità di evangelizzare in contesti non cristiani, attenti all’uomo, alle sue esigenze e alle sue ferite, ma rimanendo fedeli a Cristo.
Come già detto, il Vangelo di Marco è elaborazione e sintesi della predicazione della fede di Pietro, ossia l’apostolo che Gesù scelse per “confermare” i suoi fratelli: “Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,31-32).
È una sintesi, dunque, della testimonianza degli apostoli che hanno raccolto le parole e i gesti di Cristo, con la garanzia di essere da Lui, che dona lo Spirito, guidati. Ognuno di noi, però, deve fare la sua parte.
Per questo, nella festa di san Marco, non può mancare un pensiero di vicinanza e la preghiera per Papa Leone XIV; è lui, oggi, il garante della Chiesa.
Il Vangelo marciano è ”espressione di fede della Chiesa”; una vera inculturazione non tradisce la fedeltà all’evento Cristo che è entrato nella storia, nella cultura ebraica e, poi, in quella di Roma, in quella greca e in quella germanica. E ora chiede di entrare nelle nostre culture.
Il Vangelo annuncia e trasmette la fede apostolica e porta a riconoscere in Gesù, il Crocifisso risuscitato, il Figlio del Padre fatto carne, rivelatosi nella nostra umanità; è Colui che ha vinto la morte, non con un atto di violenza ma di perdono. La nostra cultura ha bisogno soprattutto di riscoprire la logica del perdono.
In nessun altro vi è salvezza, come dichiara la pagina finale del Vangelo marciano: “In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato…»” (Mc 16,15).
È il Vangelo di Gesù che dobbiamo annunciare e non le nostre opinioni personali. Non vi è altro nome all’infuori di Gesù – un nome scomodo, ma capace di ristabilire la giustizia fra gli uomini – che possa salvare l’uomo e Pietro, esplicitamente, lo attesta nella sua predicazione (cfr. At 4,12) rispondendo alle esigenze di verità, di giustizia, di gioia.
Ecco perché, come ha detto Papa Leone ai Vescovi italiani poche settimane dopo la sua elezione, “è necessario uno slancio rinnovato nell’annuncio e nella trasmissione della fede. Si tratta di porre Gesù Cristo al centro e, sulla strada indicata da Evangelii gaudium, aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo. In un tempo di grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma. Questo è il primo grande impegno che motiva tutti gli altri: portare Cristo “nelle vene” dell’umanità (…). E si tratta di discernere i modi in cui far giungere a tutti la Buona Notizia, con azioni pastorali capaci di intercettare chi è più lontano…” (Leone XIV, Discorso del Santo Padre Leone XIV ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025).
Nella lettera pastorale “Pax tibi, Marce. In cammino verso l’Anno marciano 2028”, che ho inviato alla Diocesi l’anno scorso, segnalavo l’attualità e il valore anche ai giorni nostri di un santo vescovo missionario, ancora troppo poco conosciuto: François de Laval (francese), che seppe rilanciare l’azione pastorale della Chiesa in un contesto (quello canadese) di grande difficoltà, puntando su alcuni elementi essenziali. Innanzitutto la famiglia – realtà antropologica fondamentale – e luogo di trasmissione della fede alle nuove generazioni. Il vescovo de Laval cura molto l’educazione (fonda scuole e il Seminario) e s’impegna a favore della giustizia sociale (e viene chiamato il “vescovo di tutti” per la sua attenzione ai più piccoli, ai malati, ai bisognosi).
San Marco ci insegni a percorrere le vie di giustizia e di speranza di cui oggi la nostra Chiesa e il nostro mondo hanno tanto bisogno, non dimenticando che “ogni vera riforma della Chiesa nasce non dalle strutture, non dai piani pastorali, non dai convegni o da progetti fatti a tavolino, ma dalle persone e, più esattamente, dai santi” (Francesco Moraglia, Lettera pastorale “Pax tibi, Marce. In cammino verso l’Anno marciano 2028”, pag. 8). Quante cose abbiamo costruito in muratura… eppure, se non le avessimo fatte, adesso saremmo più liberi! La riforma della Chiesa nasce dal nostro rapporto personale con il Signore.
La preparazione all’Anno Marciano ci aiuti, allora, a seguire Gesù, ponendolo sempre al centro della Chiesa e “a vivere una relazione personale con Lui”.
A tal proposito annuncio ufficialmente qui in Cattedrale che l’Anno Marciano – indetto per i 1200 anni dall’arrivo delle spoglie dell’evangelista Marco in città – avrà inizio l’8 ottobre 2027 (giorno della memoria della dedicazione della Basilica di San Marco) e terminerà il 1° febbraio 2029 (giorno della memoria della translatio delle reliquie marciane).
Come già indicato nella citata lettera pastorale, “alla Chiesa che è in Venezia spetta, oggi, il compito di tenere desto e onorare al meglio il legame con san Marco, evangelista e martire; il modo migliore per fare questo è vivere, ogni giorno, con serietà l’impegno personale e comunitario a servizio del Vangelo, ossia della persona di Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio… Il senso del nostro cammino verso l’Anno Marciano (…) vuole essere essenzialmente un percorso di conversione – personale e comunitaria – di tipo spirituale, culturale e pastorale” (Francesco Moraglia, Lettera pastorale “Pax tibi, Marce. In cammino verso l’Anno marciano 2028”, pagg. 3-4).
Per questi motivi il cammino verso l’Anno Marciano (e l’Anno stesso) non sarà costituito solo da momenti celebrativi di carattere liturgico e sacramentale – che pur ne rimangono il cuore pulsante – ma proporrà anche iniziative di carattere pastorale e culturale (Rosmini parlava, appunto, di carità intellettuale): pellegrinaggi, indicazione di itinerari artistici, eventi ecumenici ed interreligiosi, progetti “aperti” a varie e diverse realtà del nostro territorio, concorsi e mostre in ambito storico-artistico, concerti, convegni e giornate di studio, strumenti e pubblicazioni di supporto. Il programma completo e dettagliato delle iniziative sarà prossimamente reso noto.
Marco parla alla nostra fede ed anche alla nostra umanità.
Purtroppo, anche quest’anno, la festa del patrono Marco si celebra in un tempo di guerre, segnato da distruzioni e, soprattutto, morte. E proprio per questo assume particolare significato il motto che accompagna l’iconografia – il leone alato – del nostro patrono: “Pax tibi, Marce, evangelista meus”.
Operiamo allora – per quanto è in nostro potere, nel modo più reale possibile – e preghiamo in sintonia col Santo Padre Leone XIV che interviene con continui (ed inascoltati) appelli; la preghiera non è utopia! Ringraziamo Papa Leone per la sua ferma e chiara condanna della guerra. E chiediamo si fermi ogni violenza e sopraffazione in particolare nei confronti dei civili, soprattutto dei bambini e delle bambine, delle donne e degli anziani che, quando si trovano in contesti di guerra, sono i primi a pagare, a pagare sempre, a pagare tutto, a pagare fino a dare la vita. Giunga, per tutti, finalmente, l’atteso tempo di pace.
Buona festa di San Marco nell’amore che, per essere vero, deve sempre misurarsi sulla verità, sulla giustizia e sulla pace!».

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