Omelia del Patriarca nella S. Messa al termine dell’Assemblea del presbiterio d’inizio anno pastorale (Cavallino, 13 ottobre 2026)

S. Messa al termine dell’Assemblea del presbiterio d’inizio anno pastorale

(Cavallino, 13 ottobre 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Fratelli carissimi,

con questa celebrazione eucaristica giungiamo alla conclusione del nostro incontro con cui ha inizio ufficialmente l’anno pastorale. Lo facciamo portando nel cuore – e avendo presenti le nostre comunità – una domanda semplice ma, allo stesso tempo, fondamentale: come possiamo essere, oggi, presbiteri evangelizzati ed evangelizzatori?

Le due meditazioni che ci hanno accompagnato hanno messo in luce due aspetti inseparabili: da una parte il prete evangelizzato e, dunque, capace di evangelizzare; dall’altra il compito urgente di custodire l’umano e la verità della fede nell’era del digitale e dell’IA.

Non sono due strade parallele, sono un’unica strada. Non possiamo annunciare davvero Cristo se non lasciamo che Cristo, ogni giorno, ci raggiunga, ci converta, ci rialzi e ci purifichi lo sguardo e il cuore. E non possiamo custodire l’umano se dimentichiamo che l’uomo ritrova la sua verità più profonda e si rigenera quando incontra il volto di Gesù.

La liturgia della Parola che abbiamo appena ascoltato ci dona una luce particolare. San Paolo, nella lettera ai Galati (Gal 5,1-6), va al cuore della questione: «…non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6).

La lettera ai Galati è uno scritto appassionato; in essa l’apostolo Paolo difende la libertà del Vangelo. Alcuni, infatti, volevano aggiungere condizioni e garanzie umane all’annuncio di Cristo, facendo dipendere la salvezza da ciò che l’uomo riesce a fare. Paolo, invece, ricorda che il cristiano non è chiamato anzitutto ad una prestazione religiosa ma vive di una grazia ricevuta. Non si salva da sé; è raggiunto da Cristo. È amato, perdonato e trasformato dalla grazia.

Questo è il punto da cui ripartire: non conta anzitutto essere perfettamente organizzati, avere strutture ineccepibili, agende piene di impegni e iniziative o parlare linguaggi “in” come moderni influencer. Tutto questo può anche essere utile ma non è mai il centro; il centro è essere nuove creature, l’essenziale è la grazia di Cristo, la nostra vita spirituale.

Ricordiamocelo reciprocamente all’inizio dell’anno pastorale! Noi non siamo chiamati a portare avanti un’azienda religiosa, né a difendere semplicemente un patrimonio del passato o a fare nuovi progetti urbanistici soprattutto in quest’epoca. Siamo chiamati a custodire e a comunicare una vita ricevuta: il Vangelo di Gesù Cristo che, prima d’essere un programma, è un incontro; prima di essere un compito, è una grazia; prima d’essere qualcosa che noi facciamo, è ciò che Cristo ha fatto e continua a fare in noi.

Per questo il presbitero evangelizzatore è, prima di tutto, un presbitero evangelizzato. È un uomo che non presume di conoscere già il Signore; è un discepolo che torna ad ascoltare. È un uomo che non si mette davanti al Vangelo, ma sotto il Vangelo. Non usa la Parola di Dio per cercare una conferma delle proprie idee, ma permette alla Parola di Dio di mettere in discussione le sue sicurezze, le sue stanchezze, le sue paure.

Il Vangelo di oggi (Lc 11,37-41) ci aiuta a capire dove si può nascondere il rischio. Gesù entra nella casa di un fariseo e questi si meraviglia perché non sono state compiute le abluzioni rituali. Ma Gesù ha una risposta che sorprende e spiazza la logica del fariseo: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria» (Lc 11,39).

Il problema non è il gesto esteriore in sé; è fermarsi all’esterno, scambiare il segno per la realtà, la forma per la sorgente, l’osservanza per il cuore. Tutti corriamo questo pericolo: parlare molto di pastorale e perdere di vista il Pastore (Gesù) e le pecore (le persone), curare gli strumenti della comunicazione e non saper dire una Parola viva, progettare e organizzare ma non avere tempo di sederci con i fratelli ai piedi di Gesù.

Una delle novità più salutari, all’inizio dell’anno pastorale, è creare spazi per stare col Signore. Nelle nostre comunità sappiamo ancora far spazio al silenzio, all’adorazione, alla lectio divina, alla confessione sacramentale, alla preghiera che non produce subito qualcosa ma semplicemente ci fa abitare in Lui?

Maria di Betania ha scelto la parte buona perché si è posta ai piedi del Signore per ascoltarlo. Giovanni e Andrea, all’inizio del Vangelo, seguono Gesù, ma a un certo punto trovano il coraggio di chiedergli: «Rabbi, dove abiti?» (cfr. Gv 1,38). È una domanda bellissima. Non chiedono soltanto: Rabbi, cosa dobbiamo fare? Ma: dove abiti? Dove possiamo incontrarti? Dove possiamo stare con te?

È la domanda di ogni autentico evangelizzatore. Non basta seguire Gesù a distanza, non basta conoscerne qualche parola, non basta lavorare per Lui. Occorre dimorare “con” e “in” Lui. Perché soltanto chi dimora in Cristo può parlare di Cristo senza addomesticarlo alle proprie idee, alle proprie precomprensioni, alle proprie ideologie che sono diventate così intime che non si avverte nemmeno più di portarle dentro di sé.

L’Anno Marciano ci porta a considerare Marco come discepolo, evangelista, testimone ed è un cammino progressivo e concreto; prima si ascolta, poi si annuncia e, infine, si dona la vita.

L’Anno Marciano non vuol esser solo una ricorrenza, una celebrazione. Non siamo chiamati a ricordare Marco come un personaggio. Siamo piuttosto invitati a tornare alle radici del Vangelo, quel Vangelo di Marco che raccoglie la predicazione di Pietro e riconduce al primo annuncio: Gesù Cristo, Figlio di Dio, morto, risorto per noi e che ci chiama a seguirlo.

Marco non ci permette di restare spettatori, il suo Vangelo ci incalza. Gesù passa, chiama, guarisce, libera, perdona, invia. E chiede una decisione concreta: seguirlo oggi. Per questo il nostro anno pastorale è preparazione all’Anno Marciano: non un accumulo di appuntamenti, ma un’occasione di conversione evangelica per le nostre comunità.

Nel Salmo abbiamo pregato così il Signore: «Non togliere dalla mia bocca la parola vera» (Sal 118,43). È una preghiera che esige umiltà. Viviamo in un’epoca in cui la parola è continua, rapida, moltiplicata e proprio per questo rischia di perdere peso. Si parla molto, si commenta tutto, si comunica incessantemente, ma spesso si fatica a incontrare una parola vera.

La parola vera non è una parola dura, aggressiva o presuntuosa. Non è la parola di chi crede di dettar legge agli altri. È la parola di chi si è lasciato possedere dalla verità di Cristo. Gesù ci ricorda: «Sia invece il vostro parlare sia: sì, sì; no, no…» (Mt 5,37). E ancora: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde» (Lc 11,23).

Non sono parole per giudicare, per dividere il mondo in buoni e cattivi. Sono parole che richiedono una decisione interiore: con chi stiamo? Che cosa annunciamo? Qual è il centro della nostra vita? Possiamo anche esser molto attivi nella Chiesa ma non raccogliere con Cristo. Si può anche lavorare per la comunità, ma senza attingere alla sorgente della comunione.

S’impara la parola vera nell’incontro quotidiano con Gesù, liberandosi dalle proprie logiche spesso troppo umane. Nell’ottocentesimo anniversario del transito di san Francesco al cielo (1226-2026) pensiamo al Vangelo sine glossa: il Vangelo senza riduzioni e senza addomesticamenti che ne spengano la forza. Significa lasciare che ci giudichi e ci rinnovi, invece di ridurlo a citazioni intese come pezze giustificative della nostra pastorale.

Noi sacerdoti condividiamo una responsabilità grande e bellissima; infatti, non presentiamo qualcosa di nostro, ma ciò che abbiamo ricevuto. Non siamo proprietari del Vangelo, ne siamo i servitori. Non siamo gli inventori del Vangelo, ne siamo solo i testimoni. Non annunciamo noi stessi, le nostre persone, le nostre sensibilità. Annunciamo Gesù Cristo, il Figlio del Padre, Colui che ci rivela il Padre e ci rende figli nell’unico Spirito Santo.

Questo ci libera profondamente dalla pretesa di risolvere tutto. Ci libera dall’ansia di dover essere, in ogni momento, all’altezza. E ci libera dalla tentazione opposta, quella di scoraggiarci quando vediamo i limiti, la scarsità delle forze, la fatica delle comunità, la complessità di questo tempo. Il Vangelo non dipende anzitutto dalla nostra bravura. Noi dobbiamo metterci tutto il cuore, tutta l’intelligenza, tutta la disponibilità, ma il frutto appartiene al Signore.

Ecco perché l’anno pastorale non deve essere vissuto come un peso, né come una preoccupazione che grava sulle spalle dei sacerdoti, dei diaconi, dei consacrati, degli operatori pastorali e delle comunità. È una grazia. È un’opportunità. È un tempo che il Signore ci consegna per tornare all’essenziale, per rianimare la speranza, per riscoprire la ricchezza spirituale presente nelle nostre comunità.

Questa ricchezza non si misura anzitutto col calcolo e con l’efficienza. Si attinge nell’Eucaristia: è qui che il Signore ci raduna, ci perdona, ci nutre, ci rende uno; è qui che impariamo che la Chiesa non è una costruzione umana, né una semplice organizzazione di persone generose e solidali. La Chiesa nasce dal dono del Figlio al Padre e ai fratelli. Nasce dal Corpo donato e dal Sangue versato del Signore. Chiesa, Eucaristia e sinodalità – come vedremo – si richiamano a vicenda.

Non è soltanto un’immagine bella o romantica della Chiesa; è la sua realtà più profonda. La comunione non è il risultato di un accordo umano o di far finta che le divisioni non vi siano. No, l’Eucaristia e quindi la Chiesa e la sinodalità non sono il risultato di proiezioni psicologiche e sociologiche ma realtà di fede, con tutto ciò che questo comporta. Non posso allora svuotare l’Eucaristia, la Chiesa e la sinodalità decostruendole e riposizionandole secondo i desideri della maggioranza. Non siamo noi a fabbricare l’unità; la riceviamo dal Signore, che ci dona il suo Corpo e ci rende suo Corpo.

Per questo Papa Francesco ha potuto dire con chiarezza: «La sinodalità è parte di un’ecclesiologia pneumatologica, ossia spirituale. Ma lo è anche di una teologia eucaristica. La comunione con il Corpo di Cristo è segno e causa strumentale di un dinamismo relazionale che configura la Chiesa. C’è sinodalità solo quando celebriamo l’Eucaristia e intronizziamo il Vangelo affinché, allora, la nostra partecipazione non sia un mero parlamentarismo, ma un gesto di comunione ecclesiale che cerca di mettersi in movimento» (Francesco, Videomessaggio in occasione della Plenaria della Pontificia Commissione per l’America Latina, 26 maggio 2022).

Sono parole che aiutano e fanno chiarezza. La sinodalità non è un parlamento ecclesiale; non è una ricerca sociologica di consensi; non è il prevalere dell’opinione più diffusa. Certamente comporta ascolto, confronto, partecipazione e responsabilità. Ma tutto questo, nella Chiesa, nasce non da un discernimento qualsiasi ma dal discernimento evangelico: dall’ascolto della Parola, dalla docilità allo Spirito Santo, dalla comunione con il Vescovo di Roma, col Collegio episcopale, e dalla carità reciproca.

Facciamo nostre queste parole di Papa Leone XIV sulla fedeltà e la sinodalità, scritte nella Lettera apostolica “Una fedeltà che genera futuro”: «Vengo a un punto che mi sta particolarmente a cuore. Parlando dell’identità dei sacerdoti, il Decreto Presbyterorum Ordinis mette in luce anzitutto il legame con il sacerdozio e la missione di Gesù Cristo (cfr n. 2) e indica poi tre coordinate fondamentali: il rapporto con il vescovo, che trova nei presbiteri «necessari collaboratori e consiglieri», con i quali mantiene una relazione fraterna e amichevole (cfr n. 7); la comunione sacramentale e la fraternità con gli altri presbiteri, così che insieme contribuiscano «a una medesima opera» e svolgano «un unico ministero», lavorando tutti «per la stessa causa» anche se si occupano di mansioni differenti (n. 8); il rapporto con i fedeli laici, in mezzo ai quali i presbiteri, con il loro specifico compito, sono fratelli tra i fratelli, condividendo l’uguale dignità battesimale, unendo «i loro sforzi a quelli dei fedeli laici» e giovandosi «della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter assieme riconoscere i segni dei tempi» (Leone XIV, Lettera apostolica “Una fedeltà che genera futuro”, 8 dicembre 2025).

Ricordo, inoltre, che il documento finale del Sinodo parla di “corresponsabilità differenziata”: «Ai Fedeli laici, uomini e donne, occorre offrire maggiori opportunità di partecipazione, esplorando anche ulteriori forme di servizio e ministero in risposta alle esigenze pastorali del nostro tempo, in uno spirito di collaborazione e corresponsabilità differenziata» (Sinodo dei Vescovi, Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria, Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione, 26 ottobre 2024, n. 77).

“Corresponsabilità”: perché tutti i battezzati partecipano alla missione della Chiesa e nessuno è estraneo, nessuno è soltanto spettatore. “Differenziata”: perché non tutti hanno lo stesso ministero, lo stesso compito, la stessa responsabilità. La comunione non cancella le differenze, le armonizza. Il presbitero non è un laico con qualche funzione in più, né il laico è un collaboratore di seconda categoria. Tutti, col proprio dono e la propria vocazione, concorrono all’unica missione.

E il momento culmine della Chiesa sinodale è l’Eucaristia. Nell’Eucaristia non siamo noi ad inventare la comunione; siamo invitati ad entrarvi. Non promuoviamo interessi di parte; ascoltiamo il Signore che dona se stesso a tutti. Attorno all’altare impariamo che il camminare insieme è possibile solo se camminiamo dietro a Cristo.

Per questo dobbiamo guardarci da una certa sociologia ecclesiale, ossia pensare la Chiesa solo attraverso ruoli, numeri, dinamiche, equilibri e strutture. Ma anche da una certa psicologia ecclesiale, come il cercare solo il benessere relazionale, il sentirsi appagati, il non aver conflitti. E, infine, da un liturgismo estetico fine a se stesso. Tutte queste dimensioni hanno il loro valore, ma non sono il fondamento. Il fondamento è Cristo, il Figlio che ci rivela il Padre, ci dona il suo Spirito e ci rende fratelli.

Il Signore non ci chiede di portare da soli il peso dell’anno pastorale che inizia; ci chiede di riceverlo come grazia. Ci chiede di non fermarci alle abluzioni, alle apparenze, alle sole procedure; ci chiede di rimetterci ai suoi piedi e di domandargli: “Maestro, dove dimori?”. Ci chiede di custodire sulle nostre labbra la parola vera; non una parola nostra, ma la Sua Parola. Ci chiede di diventare nuove creature, creature libere non perché autosufficienti ma perché amate e salvate da Lui.

Affidiamo questo cammino a san Marco, discepolo, evangelizzatore e testimone. Ci aiuti a tornare al Vangelo con semplicità e coraggio. Ci aiuti a non annunciare noi stessi, ma Gesù Cristo. Ci aiuti a essere sacerdoti dal cuore evangelizzato, pastori capaci di rianimare le comunità, fratelli che camminano con tutti nella corresponsabilità differenziata, senza paura e senza protagonismi.

E Maria Santissima – donna dell’ascolto e madre della Chiesa – ci insegni a custodire la Parola, a riconoscere la grazia, a vivere l’Eucaristia come sorgente della comunione, a entrare nel nuovo anno pastorale non con l’affanno di chi deve fare tutto, ma con la gioia di chi sa che il Signore ci precede, ci accompagna e continua a operare in mezzo a noi, suo popolo. Amen.

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