Omelia del Patriarca durante il pellegrinaggio sacerdotale di inizio anno pastorale (Grotta di S. Michele – Monte Sant’Angelo, 30 settembre 2026)

Pellegrinaggio sacerdotale di inizio anno pastorale

(Grotta di S. Michele – Monte Sant’Angelo, 30 settembre 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

 

Fratelli e sorelle,

nella terza giornata del nostro pellegrinaggio – in questa terra segnata dalla presenza, dalla preghiera, dalla sofferenza di san Pio da Pietrelcina – ci troviamo nella grotta-santuario di san Michele.

È un accostamento che non dovrebbe lasciarci indifferenti. Siamo in un luogo legato alla devozione a san Michele e, nello stesso tempo, nei luoghi in cui un sacerdote ha vissuto con particolare intensità quella che la tradizione cristiana ha definito lotta spirituale.

La devozione a san Michele attraversa la geografia della cristianità come una grande linea ideale. I grandi santuari micaelici rappresentano – nel percorso che unisce l’Oriente (Haifa) all’estremo Occidente (l’isolotto di Skellig Michael in Irlanda) – una sorta di “Spada di san Michele”.

È un’immagine suggestiva, ma anche spiritualmente eloquente. Come una spada che attraversa il continente, essa sembra ricordarci che la vita cristiana non è estranea al combattimento. Non è una lotta contro gli uomini, non è una lotta contro chi la pensa diversamente da noi; è una lotta spirituale: contro il peccato, contro la tentazione, contro tutto ciò che vuole separare l’uomo da Dio.

E proprio per questo la liturgia di oggi ci offre una Parola a cui siamo invitati a prestare attenzione. Il Vangelo di Luca (Lc 9,57-62) che abbiamo ascoltato è un Vangelo sulla sequela, ma c’è un particolare che dobbiamo ricordare.

Poco prima di questo brano, Luca racconta che Gesù, “mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51). Gerusalemme significa la Pasqua, ossia, il dono totale di sé, la croce.

Quando Gesù incontra le persone che troviamo nel Vangelo di oggi, a  cui dice: “Seguimi”, non sta proponendo semplicemente un ideale religioso. Sta dicendo: “Vieni con me sulla mia strada”. E la sua strada conduce alla croce e alla risurrezione.

Il primo uomo dice: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù risponde: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Gesù qui sta dicendo: attenzione a ciò che stai promettendo. Seguirmi non significa assicurarti una sistemazione. Non significa trovare in Dio una garanzia per le tue sicurezze. Significa piuttosto lasciare che io, il Signore, diventi il centro della tua vita.

E questo vale per ogni cristiano, ma in modo particolare per chi sta iniziando un cammino di formazione al presbiterato e per chi già vive la vocazione sacerdotale. La vocazione non è semplicemente aver detto un giorno: ”sì”. La vocazione è il sì di quel giorno che diventa il sì di ogni giorno.

Il secondo uomo riceve direttamente la chiamata: “Seguimi”, ma risponde: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. E Gesù: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. È una parola forte che mette in guardia da una tentazione che conosciamo bene: quella del continuo rimandare. Prima devo risolvere quest’altro, poi devo essere più sicuro, infine devo prepararmi meglio, prima devo trovare la mia tranquillità… E intanto la chiamata rimane sospesa. Ma Gesù qui dice: quando Dio chiama, non trasformare la risposta in un rinvio indefinito.

E poi dal Vangelo arriva la terza parola: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”. Chi ara deve guardare davanti a sé; se continua a voltarsi indietro, il solco diventa storto. È un’immagine semplicissima e potentissima. La vocazione richiede perseveranza.

E allora, soprattutto a voi che state iniziando il cammino seminaristico e a voi che vivete già la vocazione al presbiterato, oggi la Parola dice qualcosa di molto semplice e molto esigente: non abbassate il livello del vostro sì.

Non riducete progressivamente la radicalità della chiamata per adattarla alle vostre comodità. Non pensate che il tempo renda meno esigente il Vangelo. Più passa il tempo, più il nostro sì dovrebbe diventare profondo, perché la radicalità cristiana non significa durezza. Significa andare alla radice. E la radice della vocazione è Cristo.

Proprio qui il Vangelo della sequela si collega con quello delle tentazioni di Gesù (cfr. Mt 4,1-11, Mc 1,12-13, Luca 4,1-13). Non sono due pagine evangeliche lontane. In realtà affrontano la stessa domanda: cosa significa seguire veramente Cristo?

Nel Vangelo della sequela Gesù dice: “Seguimi”. Nel deserto Satana cerca invece di proporre a Gesù una strada diversa. E osserviamo la sottigliezza della tentazione. Il demonio non dice semplicemente a Gesù: fai il male. Gli propone qualcosa di molto più insidioso: realizza il bene nel modo sbagliato. Compi la tua missione, ma senza la croce. Sii il Messia, ma secondo i criteri del mondo.

“Di’ a questa pietra che diventi pane”. È la tentazione della sazietà. È come dire: prima pensa a te stesso, soddisfa il tuo bisogno, usa la tua potenza per te. Poi: “Gettati giù”. È la tentazione della fama: mostrati, fatti vedere, dimostra chi sei, costringi gli altri a riconoscerti. E infine: “Ti darò tutti i regni della terra”. È la tentazione del potere. Non servire: comanda. Non donarti: possiedi. Non obbedire: imponiti.

“Sazietà”, “fama”, “potere”: tre tentazioni antiche e sempre attuali. E qui comprendiamo il legame profondo con la vocazione. Perché anche chi segue Cristo può essere tentato di seguirlo alle proprie condizioni.

“Signore, ti seguirò, purché…”. Purché io abbia le mie sicurezze, purché non debba rinunciare troppo, purché venga riconosciuto, il mio ministero abbia successo e gli altri comprendano. Purché non debba attraversare la fatica, l’umiliazione, l’obbedienza, la solitudine, la croce. Ma Gesù dice: “Seguimi”. E le tre risposte sembrano commentare le tre tentazioni: “Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”, “Tu va’ e annuncia il regno di Dio”, “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro…”.

La sequela è l’opposto della tentazione. Alla tentazione della sazietà Gesù oppone il primato di Dio: “Non di solo pane vivrà l’uomo”. Alla tentazione della fama oppone l’umiltà: “Non tenterai il Signore Dio tuo”. Alla tentazione del potere oppone l’adorazione: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”.

Seguire Cristo significa riconoscere Dio come Dio, ossia dandogli il primo posto. Ed è qui che entra in gioco san Michele. Il suo nome, come sappiamo, contiene una domanda: Mi-ka-El? Chi è come Dio? E questa domanda è il cuore della lotta spirituale.

Chi è come Dio? Chi occupa il primo posto? A chi appartengo? Chi ha l’ultima parola nella mia vita? La Scrittura presenta san Michele nel libro di Daniele, come il grande principe che si pone a difesa del popolo di Dio (cfr. Dn 12,1). E lo ritroviamo poi nell’Apocalisse, al cuore della grande battaglia celeste: “Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago” (Ap. 12,7). La figura di Michele attraversa così il grande arco della rivelazione biblica e ci conduce alla realtà della lotta contro il male.

Il male non è semplicemente l’errore, non è il difetto, non è l’imperfezione, non è ogni nostra fragilità. Il male, nel senso forte della Scrittura, è l’opposizione consapevole a Dio, al Bene sommo. È il rifiuto di Dio. È il tentativo di sostituire Dio.

La Chiesa annovera tra i suoi ministeri anche quello degli esorcismi. Ma dobbiamo ricordare che: la prima forma di esorcismo è una vita cristiana eroica nell’esercizio delle virtù. La prima difesa contro il male è la santità, è la grazia, la preghiera, è la purezza del cuore, è soprattutto l’Eucaristia. È una vita nella quale non si concede volontariamente spazio al peccato. Non si tratta di vivere nella paura del demonio; si tratta di vivere nella fiducia in Cristo.

Pensiamo anzitutto a sant’Antonio Abate: nel deserto, nella solitudine, egli sperimenta in modo drammatico la lotta contro la tentazione. Il deserto diventa il luogo nel quale l’uomo scopre ciò che porta dentro di sé e impara a riconoscere la voce di Dio e quella dell’inganno.

C’è poi san Benedetto: la sua vita è una scuola di discernimento, di preghiera, di lavoro, di obbedienza. E non è casuale che la tradizione cristiana abbia legato la sua figura alla croce.

La medaglia di san Benedetto – con la sua invocazione “Vade retro Satana” – è diventata nella pietà della Chiesa anche un sacramentale utilizzato nella preghiera di liberazione e negli esorcismi. Ma la croce non è un oggetto magico; la croce è il segno della vittoria di Cristo. È Cristo che vince.

E poi pensiamo al Santo Curato d’Ars: anche lui conobbe la drammaticità della lotta spirituale. Quale fu la sua risposta? Non la paura, ma la preghiera, la penitenza, l’Eucaristia celebrata e adorata a lungo, la confessione e la misericordia. In una parola: la santità.

E infine siamo stati a San Giovanni Rotondo, dove Padre Pio ha conosciuto, nella sua esperienza spirituale, la realtà della lotta contro Satana. Se guardiamo alla sua vita, comprendiamo una cosa fondamentale: la sua forza non era la ricerca dello straordinario; la sua forza era Cristo, la croce, l’Eucaristia, la confessione, l’obbedienza, la preghiera, la penitenza, la carità.

Padre Pio non ci insegna anzitutto a preoccuparci del demonio. Ci insegna a prendere sul serio Cristo. E questa è una lezione preziosa anche per un sacerdote chiamato a essere un uomo che appartiene a Cristo. Non è chiamato a cercare il proprio successo, non è chiamato a costruire se stesso, non è chiamato a cercare il consenso; è chiamato a consegnare se stesso.

E forse proprio qui comprendiamo la drammaticità della lotta spirituale nella vita sacerdotale attraverso Maria. Il Cantico dei Cantici dice: “Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come un esercito schierato a battaglia?” (Ct 6,10).

La tradizione cristiana ha riconosciuto in questa immagine anche un’icona della Vergine Maria. Perché Maria è “terribile” contro il male? Non perché ha una potenza mondana, ma perché è l’Immacolata, è la creatura umile., è colei che non è mai appartenuta al male neppure per un istante.

Maria è tutta di Dio. Ed è proprio per questo che è così forte contro il male. La sua forza è la sua appartenenza totale a Dio. È accanto a Cristo fin dal concepimento al Calvario. E poi la ritroviamo negli Atti – con gli apostoli e i discepoli – perseverante nella preghiera, in attesa dello Spirito Santo.

Fratelli carissimi, stiamo arrivando alla conclusione del nostro pellegrinaggio. Dobbiamo tornare a casa e alle nostre comunità con una domanda in più. La domanda di san Michele: “Chi è come Dio?”. Oggi, dopo tanti anni, continuo veramente a seguire Cristo oppure sto cercando di seguire Cristo alle mie condizioni?

Questa è la domanda che dobbiamo portare con noi. Perché il sì della vocazione non è soltanto il sì del giorno dell’ingresso in Seminario, è il sì della fedeltà quotidiana, il sì di quando pregare costa, il sì di quando obbedire costa, il sì di quando bisogna ricominciare, il sì di quando bisogna perdonare. Questo è il combattimento cristiano.

Chiediamo a san Michele di insegnarci a combattere il male senza mai combattere gli uomini. Chiediamo a san Pio di insegnarci che la santità non è una teoria, ma una vita consegnata a Cristo. Chiediamo a san Girolamo di farci amare la Sacra Scrittura perché – come egli ci ha ricordato – ignorare le Scritture significa ignorare Cristo. Chiediamo a Maria Immacolata di insegnarci l’umiltà di chi non cerca di possedere Dio, ma lascia che Dio possieda interamente la propria vita.

E così, terminando questo pellegrinaggio, possiamo tornare alle nostre comunità e alle nostre case, al nostro ministero, al nostro cammino formativo, con una decisione rinnovata: non abbassare il livello del proprio sì. Per questo possiamo dire ancora una volta: “Signore, ti seguirò”.

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