Pellegrinaggio sacerdotale di inizio anno pastorale
(Bari, 28 settembre 2026)
Omelia del Patriarca Francesco Moraglia
Carissimi seminaristi, carissimi sacerdoti,
viviamo la prima Messa di questo nostro pellegrinaggio sacerdotale nella basilica di S. Nicola, vescovo dell’antica città di Myra nell’attuale Turchia, di cui sono qui conservate alcune reliquie mentre, com’è noto, la parte più importante delle sue spoglie sono custodite nella nostra chiesa di S. Nicolò al Lido di Venezia.
Un particolare legame di devozione e di fede verso questo santo rende, quindi, particolarmente vicine le nostre Chiese.
Il fatto che san Nicola era vescovo e la presenza qui vicino, sempre nel suggestivo contesto della “città vecchia” di Bari, della basilica cattedrale intitolata ad un altro vescovo, san Sabino, mi offrono l’occasione per una riflessione iniziale, quasi una premessa.
In ogni cattedrale troviamo, sempre, la cattedra del vescovo che, innanzitutto, ci dice una cosa semplice e grande: la fede che noi viviamo non comincia da noi.
Noi siamo arrivati dopo. Prima di noi ci sono gli apostoli, ci sono i martiri, ci sono i santi, ci sono generazioni e generazioni di cristiani che hanno ricevuto la fede, l’hanno custodita, l’hanno vissuta e l’hanno consegnata.
Noi siamo dentro questa lunga storia. E questo vale in modo particolare per chi si prepara al sacerdozio o che, da poco, ha ricevuto il dono del presbiterato.
Noi non siamo la sorgente. Siamo dei ricevitori. E proprio perché abbiamo ricevuto, siamo chiamati a trasmettere.
La cattedra del Vescovo, allora, è anche un richiamo per il sacerdote: non annunciare te stesso, non annunciare le tue idee, non costruire la tua immagine! Non cerchiamo anzitutto d’esser apprezzati.
Annuncia Cristo, custodisci la fede, rimani dentro la fede della Chiesa. Perché il sacerdote è grande non quando si parla di lui ma quando, attraverso di lui, si arriva a Cristo.
C’è una grande storia di vescovi e di pastori che ci precede. La storia della Chiesa ci consegna figure straordinarie di Vescovi. Pensiamo ad Atanasio, Basilio, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo, Nicola in Oriente. Pensiamo ad Ambrogio, Agostino, Leone Magno, Gregorio Magno in Occidente.
Ma che cosa ci colpisce veramente in questi uomini? Non soltanto la loro intelligenza. Non soltanto la loro cultura. Non soltanto le loro capacità di governo. Colpisce che erano uomini abitati da Dio.
Prima di essere grandi vescovi, erano uomini di preghiera. Prima di essere maestri, erano discepoli. Prima di guidare altri, avevano imparato a lasciarsi guidare da Dio. E forse questa è una delle domande che dobbiamo portarci dietro in questo pellegrinaggio: che cosa sta diventando la mia vita davanti a Dio? Non soltanto: che cosa sto facendo? Ma: chi sto diventando?
È una domanda decisiva. Perché si può fare molto per il Signore e, nello stesso tempo, essere poco con il Signore. Si può lavorare tanto per la Chiesa e avere il cuore lontano da Cristo. Si può parlare continuamente di Dio e pregare poco. Si può essere molto occupati nelle cose di Dio e dimenticare il Dio delle cose. Ecco perché abbiamo bisogno di fermarci. Ecco perché abbiamo bisogno di un pellegrinaggio.
La prima lettura (Gb 1,6-22) ci mette davanti alla figura di Giobbe. Giobbe è un uomo giusto eppure attraversa una prova terribile. La sua domanda è anche la nostra: “Perché, Signore?”.
Ci sono momenti nella vita sacerdotale in cui questa domanda ritorna. Perché questa fatica? Perché questa solitudine? Perché questa persona che non cambia? Perché questa sofferenza che non passa? Perché, Signore, non vedo i frutti? Perché a volte mi sembra di pregare e di non sentire nulla?
Giobbe ci insegna che davanti a Dio non dobbiamo avere paura neppure delle nostre domande. Ma ci insegna soprattutto una cosa: non uscire dalla relazione con Dio quando non comprendiamo Dio. Questa è la fede. La fede non significa capire tutto. Significa continuare a dire: “Signore, io non capisco, ma mi fido di Te”.
C’è una parola straordinaria che Dio dice a Mosè davanti al roveto: “Ho osservato la miseria del mio popolo… ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze” (Es 3,7). Dio non è un Dio distante. Dio ascolta. Dio vede. Dio conosce. Dio guida. E noi sappiamo che questa sua vicinanza raggiungerà il vertice in Gesù Cristo.
Dio non ci manda una spiegazione della sofferenza. Dio ci manda suo Figlio. E il Figlio entra nella nostra sofferenza, la porta, l’attraversa, la trasfigura. E ci conduce alla risurrezione. Questa deve diventare anche la spiritualità del sacerdote. Non saremo chiamati a spiegare tutto. Saremo chiamati tante volte semplicemente a stare. Stare davanti a Dio, stare accanto a una persona, stare nella prova, stare nella fedeltà anche quando non vediamo, quando non comprendiamo.
E poi c’è il Vangelo di oggi (Lc 9,46-50): gli apostoli discutono su chi sia il più grande. È una tentazione molto umana, anche nella Chiesa, anche tra noi. Chi conta? Chi viene riconosciuto? Chi ha successo? Chi viene ascoltato?
Gesù, allora, prende un bambino e dice: “Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande”. Questa parola dovrebbe essere meditata a lungo da chiunque si prepari al sacerdozio. Perché il bambino è colui che sa di essere figlio, non è autosufficiente, riceve, si affida al Padre.
Forse il problema più grande della nostra vita spirituale comincia proprio quando pensiamo di non avere più bisogno di Dio. Quando pensiamo: ormai so pregare, ormai so come si fa, ormai conosco la pastorale, ormai conosco le persone…
No, davanti a Dio dobbiamo rimanere bambini, non immaturi, ma figli. È diverso. L’immaturo pretende che gli altri facciano tutto per lui. Il figlio, invece, sa da chi riceve la vita e il sacerdote deve essere, nel senso più profondo, un uomo che riceve. Riceve ogni giorno, riceve Cristo, la sua Parola, il suo perdono. Ma ancora, riceve la Chiesa, riceve il popolo che gli viene affidato. E, proprio perché riceve, può donare.
Il senso del nostro pellegrinaggio è allora questo: partiamo e siamo in cammino per lasciarci raggiungere da Dio; un pellegrinaggio è una piccola scuola di conversione. Camminiamo, ci fermiamo, preghiamo, ascoltiamo.
A San Giovanni Rotondo incontreremo la testimonianza di Padre Pio. E davanti a Padre Pio non abbiamo bisogno anzitutto di cercare ciò che è straordinario. Guardiamo l’essenziale. Un uomo che ha preso sul serio Cristo, un uomo che ha pregato, un uomo che ha sofferto, un uomo che ha celebrato l’Eucaristia, un uomo che ha portato le anime nella confessione. Un uomo che ha conosciuto la notte dello spirito e non ha smesso di fidarsi.
E qui c’è una parola particolarmente importante per un sacerdote: fedeltà. Non entusiasmo soltanto ma fedeltà: la fedeltà della preghiera quando non ne abbiamo voglia, la fedeltà alla celebrazione quando siamo stanchi, la fedeltà alla confessione, la fedeltà al breviario, la fedeltà alla carità, alla Chiesa. Questa fedeltà dobbiamo chiedere oggi. Non: “Signore, fammi fare grandi cose”. Ma: “Signore, rendimi fedele”.
Poi il Gargano e la grotta di San Michele. San Michele. Il nome stesso dell’Arcangelo è una domanda: “Chi è come Dio?”. Che domanda necessaria! Perché il sacerdote rischia sempre di mettere qualcosa al posto di Dio… Il proprio successo, la propria immagine, il proprio modo di vedere, il proprio carattere, il proprio progetto, anche il proprio servizio pastorale.
San Michele ci richiama: Chi è come Dio? Nessuno. Dio è Dio. Io sono creatura. E questa non è una diminuzione, è la nostra libertà. È quando smetto di voler essere indispensabile che posso finalmente servire. Quando smetto di voler controllare tutto, posso finalmente affidarmi. Quando smetto di voler avere sempre ragione, posso finalmente ascoltare. Quando smetto di voler essere al centro, posso finalmente lasciare che Cristo sia al centro.
Come detto all’inizio, la Chiesa non comincia da noi. La fede che abbiamo ricevuto non è una nostra invenzione. La cattedra è il luogo della fede ricevuta e trasmessa. E allora il sacerdote deve domandarsi continuamente: “Io che cosa sto trasmettendo?”. Sto trasmettendo Cristo? La fede della Chiesa, la bellezza del Vangelo? Queste sono domande serie.
Un giorno noi non saremo chiamati a rendere conto di quanto siamo stati originali, ma di quanto siamo stati fedeli. Fedeli a Cristo, alla sua Chiesa, alla fede ricevuta. Fedeli alle persone che ci sono state affidate.
Chiediamo al Signore che questo pellegrinaggio ci aiuti a ritornare a casa non semplicemente come sacerdoti che hanno compiuto un viaggio ma come uomini che hanno fatto un passo avanti verso ciò che sono chiamati a essere: uomini di Dio, sacerdoti di Cristo, figli della Chiesa e testimoni fedeli del Vangelo.
