Omelia del Patriarca nella S. Messa solenne in occasione della festa del patrono S. Michele Arcangelo (Mestre – Duomo S. Lorenzo, 27 settembre 2026)

S. Messa solenne in occasione della festa del patrono S. Michele Arcangelo

(Mestre – Duomo S. Lorenzo, 27 settembre 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Rivolgo un cordiale saluto alle autorità civili e militari, ai sacerdoti, ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti voi, fedeli laici e cittadini di Mestre, che oggi celebrate il vostro patrono san Michele Arcangelo.

Un particolare saluto alle donne e agli uomini della Polizia di Stato che ricordano in questi giorni il loro patrono.

Celebrare il patrono di una città non significa soltanto custodire una tradizione. Significa domandarsi: che cosa può dire san Michele alla nostra città, alle nostre famiglie, alle nostre comunità, alla nostra Chiesa? E credo che oggi san Michele ci consegni una parola semplice e, insieme, decisiva: Dio deve tornare al primo posto.

Non perché l’uomo debba diventare più piccolo, ma precisamente perché, quando Dio è riconosciuto nella sua verità, anche l’uomo ritrova la verità della propria grandezza.

 

  1. San Michele e Mestre: una storia lunga quasi sette secoli

Il legame fra san Michele e Mestre affonda le sue radici nella storia della città.

Il 29 settembre 1337, giorno di san Michele, il castello di Mestre passò nelle mani dei Veneziani. La guarnigione che lo difendeva consegnò la fortezza ad Andrea Morosini e da quel giorno il 29 settembre rimase così legato alla memoria cittadina.

La tradizione della festa di san Michele, con la sua fiera, si consolidò nei secoli tanto che nel 1477 il Senato veneziano dovette intervenire anche sulla questione delle concomitanti fiere di Mestre e Mirano, entrambe legate alla festa dell’Arcangelo.

C’è poi un particolare significativo: questo Duomo di Mestre è dedicato a san Lorenzo, eppure san Michele è divenuto il patrono principale della città ed è stato definito “scelto più che ereditato”, in quanto significativo nel tempo per una Mestre laboriosa, dinamica e aperta alla solidarietà.

Nella storia di Mestre, san Michele non è soltanto una figura del passato. È una presenza che attraversa la storia della città. E proprio per questo, a maggior ragione, oggi dobbiamo domandarci: che cosa significa avere come patrono Michele?

 

  1. “Chi è come Dio?”

Il nome Michele, Mi-ka-El, contiene una domanda: “Chi è come Dio?”. Non è semplicemente il nome di un angelo. È quasi una professione di fede. “Chi è come Dio?”. Questa domanda ci conduce alla pagina dell’Apocalisse che abbiamo appena ascoltato: “Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago” (Ap 12,7).

Il linguaggio è forte, drammatico. Ma dobbiamo comprendere bene il testo. L’Apocalisse non vuole soddisfare la nostra curiosità su come è organizzato il mondo degli angeli, non è un racconto fantastico della storia del cielo. È una lettura teologica della storia.

La storia del mondo è da sempre attraversata da una lotta realissima e drammatica: tra la verità e la menzogna, il bene e il male, l’adorazione di Dio e l’idolatria, tra il riconoscimento del Creatore e la pretesa della creatura di mettersi al posto di Dio.

Il drago – chiamato “il serpente antico” -, ricorda evidentemente il serpente della Genesi; è “il diavolo e Satana”, colui che seduce e accusa. E qui incontriamo anche la grande tradizione dell’Antico Testamento.

Nel libro di Daniele, Michele è colui che viene in aiuto nella lotta spirituale e poi è “il grande principe” che protegge il popolo di Dio nell’ora della prova. Possiamo, così, intendere meglio il passo dell’Apocalisse.

Michele non è il protagonista della salvezza. Il protagonista è Dio. Questo è fondamentale. Il testo dell’Apocalisse non dice che Michele ha vinto perché è più forte; dice qualcosa di diverso e di molto più importante: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo..”. E poi aggiunge: “Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello” (Ap 12,10-11).

La vittoria non appartiene all’angelo, ma a Dio; non appartiene alla forza di una creatura, ma all’Agnello; non appartiene alla violenza, ma alla Pasqua di Cristo. Michele è grande proprio perché non occupa il posto di Dio e dice con la sua stessa identità: “Chi è come Dio?”.

 

  1. Il grande problema del nostro tempo: Dio al primo posto

Ecco allora perché questa festa è sorprendentemente attuale. Viviamo in una società secolarizzata. Non si vuole qui demonizzare il mondo nel quale viviamo: è, infatti, il nostro mondo, è la nostra città, è la nostra storia. Ma proprio per questo dobbiamo avere il coraggio di porre una domanda fondamentale: che posto occupa Dio nella nostra vita? Non soltanto: «Credo in Dio?».

Chiediamoci: Dio viene prima? Prima delle mie ambizioni? Dell’immagine che voglio dare di me? Del denaro? Delle mie paure? Prima perfino delle mie idee su Dio?

Perché il problema dell’uomo non è soltanto negare Dio. C’è anche un’altra forma, più sottile, di negazione. Si può parlare di Dio ma, poi, vivere come se Dio non esistesse o non contasse nulla.

Benedetto XVI lo aveva espresso con grande chiarezza. Nel 2008, a Genova, parlando del “primato di Dio”, diceva che tutta la vita e l’opera della Chiesa dipendono dal “mettere al primo posto Dio”, non un Dio generico, ma il Dio dell’Alleanza, il Dio che libera, che salva, che conduce l’uomo alla libertà, alla pace e alla giustizia.

Nel 2011, ad Ancona, Benedetto XVI affermava in modo ancora più esplicito: “È anzitutto il primato di Dio che dobbiamo recuperare nel nostro mondo e nella nostra vita”. E subito aggiungeva una frase decisiva: “L’uomo è incapace di darsi la vita da se stesso, egli si comprende solo a partire da Dio”. Questa è una frase su cui è bene fermarsi a riflettere.

L’uomo si comprende a partire da Dio. Non contro Dio, non senza Dio, non sostituendosi a Dio.

 

  1. Il primato di Dio non diminuisce l’uomo, lo fonda

A volte abbiamo paura che mettere Dio al primo posto significhi togliere qualcosa all’uomo. È esattamente il contrario. La rivelazione cristiana non presenta Dio come un concorrente dell’uomo. Dio è il fondamento dell’uomo.

La Bibbia comincia con Dio che crea. E tutta la storia della salvezza è la storia di un Dio che prende l’iniziativa: chiama Abramo, libera Israele, stabilisce l’Alleanza, parla attraverso i profeti, e infine manda il Figlio. L’iniziativa è sempre sua: l’Alleanza è gratuita, Dio è lo Sposo e Israele è la sposa. E nel Nuovo Testamento questa immagine raggiunge il suo compimento in Cristo e nella Chiesa.

Il primato di Dio non è una questione marginale della fede. È la struttura stessa della rivelazione cristiana: Dio ama per primo, Dio chiama per primo, Dio perdona per primo, Dio salva per primo. E proprio perché viene per primo, l’uomo può rispondere a tale iniziativa.

Questa è anche la ragione per cui il primato di Dio è il fondamento dell’antropologia cristiana: l’uomo non è meno uomo perché appartiene a Dio; è pienamente uomo perché da Dio riceve l’essere, la libertà, la dignità e la destinazione eterna.

 

  1. Una confessione che deve farci riflettere

C’è una testimonianza significativa che desidero ricordare. Il cardinale Karl Lehmann, nel suo testamento spirituale, guardando alla propria vita e alla vita della Chiesa, scrisse: “Ci siamo tutti, proprio nel tempo dopo il 1945, profondamente immersi e quasi aggrappati al mondo e all’immanenza, anche nella Chiesa. Questo vale anche per me”. E aggiungeva: “Chiedo perdono a Dio e agli uomini”.

È una confessione molto seria. Lehmann riconosceva il rischio di una Chiesa talmente immersa nelle questioni del mondo da perdere di vista il centro.

E in un’altra sua riflessione sulla domanda «Chi è Dio?», parlando della vita della Chiesa, poneva una domanda ancora attualissima: quante volte le nostre priorità pastorali sono disordinate? Quante volte ci occupiamo di molte cose, come Marta, e rischiamo di trascurare “l’unica cosa necessaria”?. Per Lehmann occorreva ritornare alla mistagogia, cioè alla capacità di condurre nuovamente l’uomo dentro il mistero di Dio.

In un orizzonte simile si colloca Johann Baptist Metz. Nella sua lezione accademica conclusiva del 1993, parlò non semplicemente di una crisi della Chiesa, ma di una «crisi di Dio», una Gotteskrise. La sintetizzò con una formula diventata famosa: «Religion ja – Gott nein»: religione sì, Dio no.

È un pericolo terribile anche per noi. Potremmo avere strutture religiose, iniziative, programmi, incontri, convegni, comunicati e attività, ma rischiare di dimenticare la cosa più importante: Dio.

 

  1. Che cosa significa mettere Dio al primo posto?

Non significa vivere fuori dal mondo. Significa vivere nel mondo senza fare del mondo il nostro Dio. Significa avere Dio come criterio ultimo. E questo comincia dalle cose semplici.

Primo (esempio): la preghiera. Se Dio è il primo, allora gli devo dare il primo tempo, non soltanto il tempo che mi rimane. Una persona può dire: non ho tempo per pregare… Ma spesso il problema non è il tempo. È la priorità. Cinque, dieci minuti al mattino per dire: Signore, oggi la mia vita è tua. E poi una breve sosta davanti al tabernacolo, una decina del Rosario, il Vangelo letto lentamente, alcuni minuti di adorazione, la preghiera prima di una decisione importante. Sono gesti piccoli, ma dicono una cosa enorme: «Signore, Tu sei Dio e io non sono Dio». E questa non è umiliazione. È liberazione.

Secondo: nell’Eucaristia si dà il punto di partenza per recuperare il primato di Dio. Lì Dio si fa vicino, si fa nutrimento, presenza, forza nel cammino. La domenica non è semplicemente il giorno in cui “vado a Messa”. È il giorno nel quale riconosco che la mia vita non appartiene solo a me. Ricevo tutto e, allora, ringrazio.

Terzo: l’obbedienza della coscienza alla verità. Se Dio è il primo, non posso trasformare la mia volontà nel criterio assoluto: non tutto ciò che desidero è automaticamente buono, non tutto ciò che posso fare è giusto, non tutto ciò che fanno tutti diventa per questo vero. Il primato di Dio significa lasciare che la sua Parola giudichi anche me. Non solo gli altri.

Quarto: la carità. Il primato di Dio non ci rende meno attenti all’uomo perché chi riconosce Dio vede nell’altro una creatura amata da Dio. E allora il povero non è un problema, la vita che si spegne non è uno scarto, il migrante non è soltanto una questione amministrativa, il giovane in difficoltà non è semplicemente un problema educativo.

 

  1. Che cosa può significare tutto questo per Mestre?

Dio al primo posto significa l’uomo rispettato nella sua verità.

Riconoscere che Dio è Dio e solo a Lui spetta il primo posto significa anche riconoscere la nostra vera umanità e costruire, a partire da questa nostra comune umanità, una città buona e bella dove si possa vivere in pace e con una convivenza cordiale, nella libertà e nella giustizia, anche tra persone e realtà differenti.

Per questo preoccupano molto – come abbiamo già avuto modo di rilevare – episodi tristi e recenti, avvenuti anche nella nostra Mestre, carichi di avversione e intolleranza verso l’altro.

Questo brutto clima, sempre più emergente, non va sottovalutato e per questo invito ancora tutti – ciascuno secondo le proprie responsabilità – a riscoprire e ravvivare le ragioni e i contenuti del vivere assieme in questo nostro territorio.

Come dicevo nei giorni scorsi: “Oggi più che mai è urgente, nel contesto pubblico e nelle relazioni tra persone e gruppi, dire parole e compiere gesti di rispetto e di pace, inclini ad un dialogo sempre possibile e ad una sincera comunione”.

Una città vive certamente di infrastrutture, di economia, di sicurezza, di servizi, di commercio o di cultura ma ha anche bisogno di un’anima. E una città diventa più umana quando sa interrogarsi sul bene, sulla verità, sulla giustizia, sul senso della vita, sulla morte, sulla speranza, sul bene comune.

Mestre è una città moderna, complessa, plurale, secolarizzata e, proprio per questo, san Michele ha qualcosa da dirci. Non ci invita a tornare indietro. Ci invita ad andare più in profondità. Ci domanda: su cosa vogliamo costruire la nostra città? Solo sulle nostre capacità? Solo sull’organizzazione? Solo sulla tecnica? Solo sul consenso? Oppure riconosciamo che esiste una verità dell’uomo che non siamo noi a creare?

 

  1. Conclusione

Cari fratelli e sorelle, torniamo alla domanda iniziale a proposito del nome Michele: “Chi è come Dio?”. È una domanda da portare nelle nostre case, nel nostro lavoro, nelle nostre responsabilità, nelle nostre parrocchie, nel nostro modo di amministrare la cosa pubblica, nel modo d’educare i figli, nel nostro modo di usare il denaro, nel nostro modo di vivere la sessualità, l’affettività. Perché la grande tentazione dell’uomo è sempre la stessa: mettersi al posto di Dio.

È vivere la serenità e la pace di chi non deve salvare se stesso e gli altri, perché sa d’essere già stato salvato con gli altri. È la capacità di dire: Dio è Dio, Cristo è il Signore, il male non avrà l’ultima parola.

Chiediamo a san Michele di proteggere Mestre, le nostre famiglie, i nostri giovani, chi lavora, chi amministra, chi ogni giorno è impegnato per il bene comune e per la sicurezza, la nostra Chiesa. Chiediamogli soprattutto qualcosa di ancora più profondo: che ci custodisca dall’illusione di poter vivere senza Dio.

Che ci difenda dal male, certamente. Ma che ci difenda anche da quella forma più sottile di male che consiste nel dimenticare Dio mentre continuiamo a parlare di tutto il resto.

E quando la nostra vita diventa confusa, quando non sappiamo più che cosa scegliere, quando ci assalgono le paure, quando il mondo sembra perdere la direzione, rimetti sulle nostre labbra la tua domanda: “Chi è come Dio?”. E la risposta: “Nessuno è come Dio”. Perché solo Dio è Dio. E, proprio per questo, allora l’uomo può finalmente essere uomo.

 

 

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