
Mercoledì 29 luglio 2026
Condividiamo il testo integrale di un editoriale firmato dal Patriarca Francesco Moraglia, composto per il settimanale diocesano “Gente Veneta” e in uscita sull’edizione cartacea di domani. L’editoriale è dedicato ad una riflessione su alcuni progetti di legge relativi al “fine vita” e al dibattito ad essi dedicato sia a livello regionale che nazionale.
«In questi giorni, anche nell’ambito politico veneto, si sta rianimando il dibattito su alcuni progetti di legge relativi al “fine vita” e sembra imminente il tempo della loro discussione e votazione in Consiglio Regionale.
Siamo di fronte ad una questione “sensibile” e delicata, un tema di biopolitica che riguarda tutti, nessuno escluso, e non riducibile quindi solo ad una questione di libertà individuale (del singolo). Per questo mi pare opportuno condividere alcune questioni che ritengo non possano essere sottaciute.
Ragionare, confrontarsi, legiferare sul “fine vita” non può essere la scappatoia per aprire a forme di suicidio medicalmente assistito. Se così fosse, sarebbe qualcosa di inaccettabile e disattenderebbe aspetti complessi e controversi sul piano scientifico, medico, sanitario, soprattutto antropologico ed etico.
Sarebbe la negazione dell’intangibilità del valore della vita umana e, di conseguenza, l’impegno sociale di una comunità a favore di una cultura della prossimità, dell’accoglienza, della vita. Se viene meno tale principio dell’intangibilità, allora sarà solo questione di tempo e i casi-limite oggi ammessi un domani saranno, fisiologicamente e di volta in volta, ampliati. Una legge, infatti, ha sempre una ricaduta educativa.
Sagge e più che mai opportune risultano le parole rivolte dal Santo Padre Leone XIV, all’inizio di quest’anno, al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede: «È compito della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia».
Anche il contesto in cui tali affermazioni sono state pronunciate dice che non siamo innanzi ad affermazioni di tipo confessionale o valide soltanto per i cattolici. Infatti, la difesa e la promozione della vita, specialmente se fragile, non è prerogativa del credente ma è patrimonio comune dell’umanità e qualifica l’umano come tale, nell’intima coscienza della dignità della persona.
Nell’accompagnare un malato nell’ultimo tratto della vita si affrontano, di volta in volta, più situazioni limite in cui è sempre decisivo che il paziente non si senta abbandonato alla solitudine e alla sofferenza, quasi fosse diventato un peso. Una legge deve, fino alla fine, esprimere vicinanza facendosi carico della persona, ossia della sua cura, soprattutto nell’imminenza della morte, senza mai provocarla né anticiparla e respingendo ogni forma di accanimento o abbandono terapeutico.
Sì, nessuno va lasciato solo e, in particolare, nessuno va lasciato morire senza un conforto. L’uomo, più del morire, teme la solitudine e la sofferenza.
Desidero poi ricordare quanto i Vescovi del Triveneto avevano indicato nella nota intitolata “Suicidio assistito o malati assistiti?”: «È compito delle Regioni favorire luoghi di confronto e deliberazione etica (…), poco diffusi sul territorio nazionale e spesso fatti intervenire quando tutto è già stato deciso, vanificando la funzione del Comitato stesso o mettendolo di fronte alla ratifica quasi obbligata di decisioni assunte da altri. E invece essi sono chiamati ad offrire la loro valutazione avendo sempre a cuore la tutela e il bene delle persone. È compito delle Regioni promuovere politiche sanitarie che favoriscano la diffusione della conoscenza e l’uso delle cure palliative, la formazione adeguata del personale, la presenza e l’azione di hospice dove la persona malata in fase terminale trovi un accompagnamento pieno, nelle varie dimensioni del suo essere, cosicché sia alleviato il dolore e lenita la sofferenza».
C’è bisogno che il dibattito sul “fine vita” scorra alto e certamente coinvolga il mondo della politica – senza lasciarsi prendere dalle sue “scadenze” -, della medicina, della cultura e della società civile, comprese le comunità cristiane. Lo scopo è stabilire un’alleanza terapeutica che ricordi a tutti i soggetti interessati (familiari, medici, infermieri e personale socio-sanitario, politici, Chiesa, volontari ecc.) ciò che – nel tempo del digitale, della tecnoscienza e dell’intelligenza artificiale – siamo chiamati ad essere: custodi, non onnipotenti ma umili ed empatici, della grandezza e fragilità della vita umana, a servizio della dignità e del vero bene di ogni persona.
+ Francesco Moraglia, patriarca»
