Convegno a dieci anni dalla morte del Cardinale Loris Capovilla – “Il tempo e la memoria”
(Venezia – Scuola Grande di San Rocco, 23 maggio 2026)
Saluto del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia
A tutti voi, qui presenti, rivolgo un cordiale saluto, specialmente ai numerosi “testimoni” che aiuteranno – nella circostanza del decimo anniversario della morte – a ricomporre il quadro della memoria e, insieme, il profilo della bella figura del Cardinale Capovilla che, per tutti qui a Venezia, rimarrà sempre e soprattutto il caro “don Loris”.
Ricordare il Cardinale Capovilla significa riattraversare una stagione importante della Chiesa del Novecento e, nello stesso tempo, ritrovare alcune radici spirituali che appartengono in modo speciale a Venezia, alla sua tradizione cristiana e alla sua storia.
Come amava infatti ricordare lo stesso don Loris, “Venezia ha una grande storia di santità, antica e recente”: una affermazione forse semplice, ma capace di esprimere il legame profondo che egli continuò sempre a custodire verso questa Chiesa e questa città.
Il suo rapporto con Venezia (e con tante persone di questa Chiesa e città) rimase sempre fortissimo e, direi quasi, “viscerale”; mai divenne puramente formale. Venezia non fu così soltanto una tappa fondamentale della sua formazione e del suo ministero ecclesiastico, ma divenne in un certo senso un orizzonte spirituale e culturale che contribuì a formare la sua sensibilità pastorale.
La Chiesa veneziana – con la sua tradizione di apertura, di dialogo e di attenzione al mondo – lasciò un’impronta evidente nel suo modo di vivere il sacerdozio e il servizio ecclesiale. In questa città, segnata dalla presenza della Basilica di San Marco come cuore simbolico e spirituale, Capovilla – da persona di spessore culturale qual era – comprese profondamente il valore di una fede capace di parlare all’uomo, alla storia, all’arte, alla cultura, ai popoli. Il riferimento a San Marco è opportuno, anche e soprattutto nell’imminenza dell’Anno Marciano che si celebrerà nel 2028 in occasione dei 1200 anni dell’arrivo in città delle spoglie del nostro patrono.
Il ministero e la testimonianza del Cardinale Capovilla si inseriscono pienamente nella migliore tradizione della Chiesa veneziana: una Chiesa capace di custodire la propria identità senza rinunciare all’incontro, al dialogo, alla prossimità. “Una città come Venezia – diceva – è chiamata a essere crocevia di uomini e di culture, dove il Vangelo interpreta la sostanza viva del lavoro e della vita quotidiana”.
Ma, naturalmente, il nome di Capovilla resta indissolubilmente legato a quello di Papa Giovanni XXIII. Il loro rapporto fu – come è a tutti noto – molto più di una collaborazione istituzionale. Fu legame umano e spirituale profondissimo, fondato sulla fiducia reciproca, sulla condivisione quotidiana e su una comune visione evangelica della Chiesa.
A Venezia e poi a Roma Capovilla fu segretario fedele, collaboratore attentissimo, ma anche interprete sensibile dell’animo e del magistero del Patriarca Roncalli – poi Papa Giovanni XXIII – anche se del Patriarca Roncalli don Loris non volle mai presentarsi come “amico” o interprete privilegiato. Diceva piuttosto con umiltà: “Era il mio vescovo, il mio padre, il mio patriarca”. In queste parole si coglie tutta la cifra spirituale di don Loris: fedeltà, discrezione, affetto ecclesiale.
Accanto a Papa Roncalli, visse anni decisivi per la storia contemporanea della Chiesa: gli anni dell’annuncio e dell’avvio del Concilio Vaticano II, anni in cui la Chiesa cercò con rinnovato coraggio di parlare al mondo con il linguaggio della misericordia, dell’incontro e della pace. Capovilla custodì quella stagione non come un archivista del passato, ma come testimone vivo di uno spirito ecclesiale che riteneva ancora necessario e fecondo.
Di Papa Giovanni XXIII assimilò soprattutto l’umanità evangelica: la capacità di ascolto, la bontà concreta, l’attenzione alle persone prima che ai ruoli, la convinzione che la Chiesa debba anzitutto essere casa accogliente, madre misericordiosa, testimone insieme della verità e dell’amore di Cristo. E forse proprio questa eredità spirituale rappresenta ancora oggi uno degli aspetti più attuali della sua testimonianza.
A dieci anni dalla sua morte, il modo migliore per rendergli omaggio non è allora e solamente guardare con gratitudine al passato, ma provare a raccogliere ciò che la sua testimonianza ancora suggerisce al presente della Chiesa e della società.
Desidero, quindi, esprimere sincera gratitudine a quanti hanno promosso questo convegno, ai relatori che offriranno il loro contributo di studio e di riflessione e a tutti voi che, con la vostra presenza, testimoniate quanto il ricordo del Cardinale Capovilla sia ancora vivo e fecondo.
Questo incontro non sarà così soltanto un esercizio di memoria, ma un’occasione autentica di approfondimento e di ispirazione, nel segno della lezione di umanità e di fede cristiana che il Cardinale Loris Capovilla ci ha lasciato.
