Omelia del Patriarca ai Secondi vespri nella solennità del patrono San Marco Evangelista (Venezia / Basilica Patriarcale di San Marco, 25 aprile 2026)

Secondi vespri nella solennità del patrono San Marco Evangelista

(Venezia / Basilica Patriarcale di San Marco, 25 aprile 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 “Marco, il discepolo fragile che ha imparato a restare”

 

 

Carissimi fratelli e sorelle,

in questa omelia in occasione dei secondi vespri della solennità di san Marco evangelista, patrono di Venezia e delle terre venete, desidero riflettere con voi sul tema della fragilità e del discepolato.

Sì, il discepolo del Signore vive anche momenti di grande prova e difficoltà e proprio nel suo venir meno e nel suo riprendersi dice la fedeltà alla sua vocazione; è proprio l’aver superato e respinto la prova e la tentazione del venir meno che esprime il carattere e la stoffa del discepolo.

Per capire bene tutto ciò soffermiamoci su tre testi del Nuovo Testamento:

 

At 13,13-15

13Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge, in Panfìlia. Ma Giovanni si separò da loro e ritornò a Gerusalemme. 14Essi invece, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. 15Dopo la lettura della Legge e dei Profeti, i capi della sinagoga mandarono a dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!».

 

At 15,37-40

 37Bàrnaba voleva prendere con loro anche Giovanni, detto Marco, 38ma Paolo riteneva che non si dovesse prendere uno che si era allontanato da loro, in Panfìlia, e non aveva voluto partecipare alla loro opera. 39Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro. Bàrnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro. 40Paolo invece scelse Sila e partì, affidato dai fratelli alla grazia del Signore.

 

2 Tm,4,9-11

9Cerca di venire presto da me, 10perché Dema mi ha abbandonato, avendo preferito le cose di questo mondo, ed è partito per Tessalònica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. 11Solo Luca è con me. Prendi con te Marco e portalo, perché mi sarà utile per il ministero…

 L’evangelista san Marco ci presenta – come sappiamo – il Vangelo più breve, incisivo e drammatico. Ci mostra Gesù che agisce e cammina verso la croce con forza, coraggio, determinazione. Gesù, in questi atteggiamenti, è l’esempio da seguire per non venir meno.

La figura dell’evangelista / martire Marco – così come emerge dalla testimonianza degli Atti degli Apostoli, in particolare al versetto 13 del capitolo 13 (il primo brano qui citato) – ci offre un’immagine inaspettata ma preziosissima per riflettere sul cammino vocazionale in genere ed in particolare sulla vocazione al sacerdozio.

Giovanni, detto Marco, è un giovane membro della comunità apostolica ed è il cugino di Barnaba (figura di primo piano della Chiesa apostolica). Marco – come abbiamo sentito – si separa dal gruppo che stava compiendo il primo viaggio missionario; erano partiti da Gerusalemme per annunciare il Vangelo di Gesù.

Marco abbandona la missione, lascia Paolo e gli altri. E tutto questo avviene proprio nel momento cruciale del primo viaggio missionario della Chiesa; dopo essere sbarcati sull’attuale costa turca, Marco – spaventato, forse, dal duro ritmo della missione, dalle difficoltà, dalle incognite del viaggio, dai pericoli o dalla scarsa accoglienza ricevuta – decide che lui non ce la fa più e se ne torna a casa.

 

  1. La fragilità nel discernimento e nella missione

 

Perché Marco se ne va? I motivi possono essere molti; gli esegeti suggeriscono che abbia avuto paura ma fondamentalmente è perché non ha saputo tenere fisso lo sguardo su Cristo. Viene in mente qui anche quel passo evangelico (cfr. Mt 14,22-33) in cui Pietro è invitato da Gesù a camminare sulle acque del mare in tempesta ma, quando distoglie lo sguardo da Cristo che lo chiamava e si sofferma sulle onde o sente la furia del vento, affonda e viene meno…

Marco, lo stesso che poi sarà l’autore del Vangelo, vive qui il suo “sabato santo” prima di incontrare il Risorto. Sperimenta, insomma,la fragilità della vocazione e pensate: se questa fosse stata la sua ultima decisione, la Chiesa sarebbe rimasta priva del suo Vangelo e sarebbe venuto meno l’inventore del genere “Vangelo”! Davvero noi portiamo i nostri tesori – le nostre vocazioni – in vasi di creta (cfr. 2Cor 4,7).

Ma Marco non è un traditore; è, piuttosto, un uomo e un discepolo in crisi. Ora, per chi risponde alla vocazione, dobbiamo dire che questa pagina degli Atti degli Apostoli è molto preziosa; vale, infatti, per ogni discepolo del Signore ma, in particolare, per i seminaristi che invito a riflettere bene su questo punto che è fondamentale.

Distogliere dalla vocazione può essere ed è un male molto grande nella Chiesa.

La vita in Seminario non è mai un percorso comodo, liscio e senza traumi che, pian piano, conduce verso il giorno dell’ordinazione sacerdotale. No, è una prova in cui è logico che le difficoltà vengano fuori. E sarebbe, anzi, da farsi non poche domande se ciò non accadesse…

Sentirsi stanchi, impauriti, inadeguati, tentati a cambiare strada davanti alla grandezza ed anche agli impegni che attendono, alle esigenze del Vangelo o alle rinunce a cui si è chiamati (come in ogni altra vocazione), non è una colpa; è normale. È una colpa, semmai, pensare di non farcela.

Marco ci dice con la sua fuga momentanea che ha avuto paura, che è stato tentato di cambiare strada, che ha ceduto alla paura e che ha avuto bisogno di tempo per riflettere e capire che, nonostante tutto, il Signore lo chiamava. E si è fidato del Signore.

 

  1. La rottura e la verità dei rapporti

La separazione di Marco crea una tensione nella Chiesa primitiva tanto che, in seguito, Paolo si rifiuterà di accoglierlo tra i componenti della nuova missione apostolica (cfr. At 15,38), provocando la separazione tra Paolo e Barnaba.

Tutto questo ci insegna che il ministero non è una via comoda ma è luogo di scontro e di conflitti duri, soprattutto “dentro” colui che è chiamato perché è dal cuore dell’uomo – e, quindi, anche del discepolo del Signore – che sorge il bene e il male.

Ma il confronto duro tra la necessità della missione (Paolo) e l’attenzione alla fragilità delle persone (Barnaba) è fecondo e, in tale confronto, Dio s’inserisce e fa comprendere quale è la sua volontà. Marco, con il suo abbandono, aveva provocato un rilevante problema pastorale ma da esso, grazie all’azione di Dio, ne verrà una crescita per tutti. Bisogna, però, lasciare che Dio agisca.

Sì, a volte, i nostri fallimenti o le nostre fughe mettono a nudo le nostre debolezze e, talvolta, potrebbero dire anche un non essere all’altezza, non solo da parte nostra ma anche della comunità. Ma i momenti di crisi sono sempre – non dimentichiamolo! – delle occasioni per crescere spiritualmente, moralmente, intellettualmente; i santi li hanno intesi così. Ma questo avviene, lo ripeto, solo se lasciamo che Dio operi, ossia lasciamo che Lui, con i suoi tempi e momenti, agisca.

 

  1. Dalla fuga al servizio: la riabilitazione di Marco

La storia di Marco, però, non finisce con Atti 13,13 (il tempo della difficoltà). Anzi è proprio qui che inizia un nuovo cammino per Giovanni Marco: è il cammino della santità. Marco non rimane un fuggiasco, no; lascia che Dio lo cerchi e si lascia trovare.

  • È tornato indietro: ha riconosciuto la sua debolezza.
  • Ha imparato: ha ascoltato l’insegnamento di Dio e diventerà il custode e l’interprete della predicazione di Simon Pietro a Roma (il primo evangelista).
  • Marco scrive mettendo in rilievo la sofferenza di Cristo: redige il Vangelo focalizzandosi proprio sulla sofferenza di Cristo – pensiamo al centurione davanti alla croce, nel momento della morte di Gesù (Mc 15,39) – e lo può fare perché lui stesso ha conosciuto la debolezza e il bisogno di redenzione.

Paolo, alla fine, scrivendo a Timoteo, si esprimerà con queste parole: “Prendi Marco e portalo con te, perché mi è utile per il ministero” (2Tm 4,11). Il “fuggiasco” – colui che Paolo non aveva più voluto in occasione del secondo viaggio missionario – viene richiamato alla fine della vita dall’apostolo in un momento particolarmente difficile, un momento fatto di abbandoni e solitudine. La venuta di Marco viene ritenuta, anzi, come presenza “utile” per il ministero.

 

  1. Una conclusione per riflettere sulla propria formazione

Oggi festeggiamo un evangelista che, prima di riuscire, ha fallito. E così, Marco ci insegna che:

  • il ministero non è qualcosa per uomini perfetti, ma per uomini redenti, coraggiosi, umili, onesti, che sanno rialzarsi e riconoscere i propri sbagli;
  • la paura e i momenti di sconforto sono parte essenziale e costruttiva del cammino e guai se così non fosse;
  • la vera forza è la perseveranza che nasce dal perdono (innanzitutto chiesto) e la vera forza non è l’assenza di cadute, peraltro auspicabile; si è fedeli, insomma, alla vocazione se si superano le cadute e se si va oltre le crisi, le difficoltà, i ripensamenti.

Interroghiamoci su tutto ciò, iniziando una riflessione spirituale o un vero e proprio esame di coscienza. Domandiamo al Signore – per l’intercessione dell’evangelista Marco – di non scappare dalla nostra vocazione e dai nostri doveri; ciascuno di noi ha la sua “Perge di Panfilia”.

Paure, dubbi, stanchezze: non lasciamoci mettere in fuga da questi stati d’animo che possono essere anche delle vere tentazioni del Maligno, ma con l’aiuto del Signore e sostenuti dalla Chiesa tutto può essere ridimensionato e superato. Tanti, infatti, sono gli aiuti che il Signore pone sulla nostra strada senza dircelo preventivamente.

Fidiamoci di più di Lui con una vita più generosa, più ricca di preghiera e più ricca di fede.

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